20 - 10 - 2014


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I fiori di Lagonài

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fiori di lagonai


Quando,  salendo  da Fontanefredde verso Fiemme,  si arriva all'antica

    chiesetta di San Lugano,  si vede,  al di là  di  Fiemme,  una  catena
    lunghissima di fosche montagne, alte e rocciose, cosparse di boschi: è
    la  catena  di  Lagorài.  Da  un'estremità all'altra di essa,  non c'è
    nemmeno una casa.  Si può camminare per  intere  giornate  nei  boschi
    immensi senza incontrare anima viva.
    Nella parte centrale della catena vi sono parecchi laghetti,  e il più
    grande è quello di Lagorài,  un limpido specchio d'acqua  solitario  e
    dimenticato,  conosciuto  soltanto  da  qualche  pastore.  Si  sa  con
    certezza che i pagani lo consideravano un lago sacro;  e una  leggenda
    narra  che  sulla sua sponda c'era un vecchio castello,  ma nessuno ha
    potuto trovarne i ruderi né indicare  con  precisione  il  luogo  dove
    sorgeva.  Un'altra leggenda riferisce di un castello di Naradòl, che è
    anch'esso sparito, ma ha lasciato il suo nome ad un luogo della Val di
    Fiemme,  ai piedi della catena di Lagorài.  Una delle più notevoli fra
    le  molte  valli  della catena si chiamava Val Floriana,  la valle dei
    fiori;  e si dice che un tempo in  tutta  quella  regione,  e  in  Val
    Floriana specialmente, i fiori crescessero in tale quantità che prati,
    campi  e  boschi  n'eran  tutti  coperti  come  da  un immenso tappeto
    azzurro.  Tutti azzurri erano quei fiori,  e non nascevano da un seme,
    ma venivan portati da corvi provenienti da paesi lontani. Sui campi di
    battaglia,  dice  la  leggenda,  i  corvi  raccoglievano  le anime dei
    guerrieri uccisi e le recavano,  trasformate in fiori,  sui  monti  di
    Lagorài. E chi per sette giorni di seguito innaffiasse un fiore poteva
    vedere il guerriero morto e parlargli.

    Nel castello sulla sponda del lago di Lagorài viveva una nobildonna di
    nome Dina. Il suo fidanzato era partito per la guerra, e non aveva più
    avuto di lui nessuna notizia;  così che alla fine lo credette morto, e
    per poterlo rivedere,  per parlargli ancora  una  volta,  cominciò  ad
    andare  nei  boschi,  innaffiando  i  fiori  azzurri ad uno ad uno,  a
    centinaia, a migliaia. I corvi arrivavano continuamente portandone dei
    nuovi,  la Val Floriana era tutta azzurra: ma Dina non trovava mai  il
    solo che le stesse a cuore.
    Un giorno,  nella parte più alta della Val Floriana,  le passò accanto
    una donna avvolta in un mantello verde.  Dina,  tutta intenta  al  suo
    pietoso lavoro, non se n'accorse neppure e continuò a bagnare i fiori.
    Il sole scendeva, la valle era già piena d'ombra e soltanto sulle cime
    dei  monti  splendeva  ancora  la  luce  del tramonto.  A un tratto la
    sconosciuta si voltò verso Dina e le  andò  incontro  con  il  braccio
    teso:  "Dina  di Lagorài,  ascolta bene le mie parole.  Il tuo amore è
    vano,  inutile è la tua fedeltà.  Il guerriero che tu cerchi su questi
    monti vive in un paese lontano e ha sposato un'altra donna".

    Ai  piedi dei monti di Lagorài,  nella Val di Fiemme,  si stende sopra
    colline, pianure e burroni una grande foresta, che ha un nome antico e
    strano: "Treselùm".  Una sera Dina passeggiava  lungo  il  margine  di
    questa  foresta,  quando  le  parve di udire accanto a sé un pianto di
    bambino. Entrò subito fra gli alberi, e dopo pochi passi trovò infatti
    un bimbo che s'era smarrito nel bosco e  piangeva  spaventato.  Appena
    vista  Dina,  il  piccolo  tese  le  braccia  verso di lei e le parole
    affettuose della  buona  fanciulla  lo  tranquillizzarono  subito:  si
    lasciò  prendere  in  braccio,   baciare  e  accarezzare  e,   cullato
    dolcemente,  fini col chiudere gli occhi  ancor  pieni  di  lacrime  e
    addormentarsi.  Dina  s'era seduta sopra un tronco d'albero e guardava
    con amore il bimbo che dormiva tranquillo.  "Caro piccino" pensava,  e
    un  sentimento  nuovo,  misto  di  tenerezza,  di  gioia  e  di  dolce
    malinconia le riempiva il cuore.  Le tornò alla  mente  una  contadina
    che, qualche giorno prima, ella aveva visto scherzare col suo bambino,
    baciandolo  e  ribaciandolo,  e  stringendolo  a  sé  con appassionato
    slancio: e comprese l'amore materno.
    Era notte buia nel bosco quando il piccolo si svegliò: ma,  trovandosi
    fra  le  braccia  di  Dina,  si sentì rassicurato e si lasciò condurre
    tranquillamente al castello del lago.
    Il giorno seguente Dina si disse che era  suo  dovere  restituirlo  ai
    genitori, sebbene il bambino mostrasse di non volersi staccare da lei.
    Non  sapeva  nemmeno  dirle dove fosse la sua casa;  ma Dina pensò che
    probabilmente la sua famiglia abitava nel castello di Naradòl, che era
    l'unica abitazione delle vicinanze,  e  lo  ricondusse  nel  bosco  di
    Treselùm.  Infatti era proprio così: appena il bimbo vide il castello,
    alto e solitario sopra una collina, nel mezzo del bosco,  lo riconobbe
    e  s'incamminò  per  tornare  a  casa,  ma  controvoglia,  ubbidendo a
    malincuore all'ordine di Dina.
    Dina ritornò nel bosco, triste e più sola che mai. Camminò fra i mille
    fiori azzurri,  pensando al tempo in cui li aveva bagnati ogni  giorno
    con tanta inutile costanza,  e il ricordo le faceva parer più amara la
    sua solitudine.  Quando  fu  arrivata  a  quel  burrone  che  chiamano
    "Foràm", guardando in alto le sembrò che le vette dei monti di Lagorài
    fossero  diventate  stranamente pallide;  poi le parve di udir passare
    nel profondo silenzio un lieve scampanio;  e da  tutte  le  parti  del
    bosco  le  giunsero  all'orecchio  piccoli  suoni acuti.  Si fermò per
    ascoltare: ma le braccia le  s'irrigidivano,  le  mani  le  tremavano.
    Spaventata da quell'insolito malessere, Dina raccolse le sue forze per
    correre al più vicino ruscello, si lasciò cader sulla sponda e immerse
    le  mani  nell'acqua.  Subito  tutti i suoni tacquero,  e le vette dei
    monti apparvero grandi e scure come erano prima.  Quando  Dina  si  fu
    riavuta  e  si rialzò in piedi,  si vide accanto la donna dal mantello
    verde, che le era apparsa per la prima volta in Val Floriana.
    "Dina di Lagorài" le disse la  sconosciuta,  "per  poco  tempo  ancora
    potrai  passeggiare all'ombra dei boschi.  Oggi stesso non saresti più
    viva, se non fossi arrivata in tempo a questo ruscello. Tutte le anime
    dei guerrieri che tu hai destate dai fiori azzurri ti  vogliono  e  ti
    chiamano a loro: e il posto tuo sarà lassù, sulla cima più alta che di
    notte si fa d'argento al lume di luna,  e ha sotto di sé i boschi e le
    nuvole. Dina di Lagorài, presto tu verrai con noi."
    Da quel giorno Dina fu colta spesso dallo stesso improvviso malore,  e
    l'acqua era la sola cosa che potesse salvarla;  così che non osava più
    allontanarsene.  Sedeva per lunghissime ore vicino a un ruscello o  ad
    una fonte,  ascoltava il mormorio dell'acqua e della foresta, guardava
    le montagne e il cielo azzurro, e sentiva dolorosamente quanto vuota e
    inutile fosse la sua vita.
    Si comprende come dovesse essere commossa quando un giorno incontrò di
    nuovo il bimbo di Naradòl e se lo vide correr incontro tutto felice.
    "Finalmente ti trovo," disse il bambino "son venuto  tante  volte  nel
    bosco per cercarti.  Ma ora che t'ho trovata non me ne vado più: resto
    sempre con te."
    "Bambino sciocco" rispose Dina. "Dovrai pur tornare a casa tua."
    "No,  no,  a casa non ci voglio tornare" disse con energia il bambino.
    "Sto meglio con te, ti voglio tanto bene." E si stringeva forte a lei.
    Dina riuscì a calmarlo,  e lo persuase a tornare dai suoi; ma soltanto
    con la promessa di rivedersi il giorno dopo. Si ritrovarono quasi ogni
    giorno, e passarono insieme ore felici.
    A poco a poco,  Dina comprese che il bimbo non trovava in famiglia  né
    pace  né  affetto,  e  che il suo cuore era triste e solo.  Le costava
    sempre più fatica rimandarlo a casa,  e appena tornava  nel  bosco  di
    Treselùm  lo  trovava  sempre  lì  ad  aspettarla.  Se lasciava passar
    qualche giorno senza andare nel bosco,  il piccolo ci  rimaneva  male.
    Era un bimbo sensibile e intelligente; e tutto quel che piaceva a Dina
    piaceva anche a lui. Lei gli spiegava le meraviglie dei boschi e delle
    montagne,   ed  egli  l'ascoltava  senza  stancarsi  mai,  sempre  con
    attenzione.
    "E lassù" disse una volta Dina terminando una delle sue storie  "lassù
    è sempre tranquillo, pieno di luce e di sole, e nessuno vi sale mai."
    Il  bambino  la  guardò  affettuosamente  e disse: "Quando sarò grande
    voglio fabbricare un castello  in  alto  in  alto,  dove  nessuno  può
    arrivare, e andremo a viverci insieme".
    Dina non poté trattenere le lacrime,  ricordando che molto tempo prima
    un altro le aveva detto le stesse parole,  e l'aveva guardata con  gli
    stessi  identici  occhi  pieni  d'amore.  Baciò con tale tristezza gli
    occhi del suo piccolo amico,  che il bambino fu lì lì per  mettersi  a
    piangere anche lui.
    "Non  dovremmo  abituarci a stare tanto tempo insieme" gli disse Dina;
    "perché io morrò presto, e allora non potrò più stare con te."
    Il bimbo volle sapere che cosa volesse dire morire.
    "Morire" rispose Dina,  "significa andare da questo mondo in un altro.
    Quando  sarò morta,  non potrò più venire nel bosco né parlare con te.
    Abiterò lassù,  dove si vedono passar le nuvole,  e  anche  se  tu  ci
    verrai non mi potrai vedere."
    Il bambino si strinse di nuovo a lei: "Non andar via,  Dina.  Che farò
    io solo solo nel bosco,  se tu non ci  sei?  Se  devi  proprio  morire
    morirò anch'io, così resteremo insieme".

    Intanto  il  tempo  passava  e il piccino cresceva e diventava agile e
    forte. Dina non poteva più fare a meno di lui;  egli aveva imparato ad
    andare a prendere acqua appena la vedeva star male,  ed era orgoglioso
    di potersi così rendere utile alla sua grande amica.
    Il castellano di Naradòl si domandava  che  cosa  facesse  suo  figlio
    nelle lunghe ore che passava ogni giorno fuori di casa,  e una mattina
    volle seguirlo per vedere dove andasse.  Così accadde che a un  tratto
    s'incontrò con Dina.  I due si riconobbero e impallidirono: egli volle
    dire qualche cosa,  ma non seppe trovare una parola e  continuarono  a
    guardarsi  in  penoso silenzio.  Il ragazzo non capiva nulla di questa
    scena,  ma sentiva che c'era nell'aria  qualche  cosa  d'insolito,  di
    doloroso;  e  quando  il  padre  cercò  di trarlo a sé,  fece un passo
    indietro, timidamente.
    "Vado a prender acqua" disse,  vedendo che Dina si faceva più pallida;
    e si mosse per correr via. Ma il padre pensò che fosse un pretesto per
    scappare nel bosco, prese il figlio per un braccio e lo tenne fermo. E
    poiché il ragazzo gridava sempre: "Bisogna portarle acqua,  ha bisogno
    d'acqua!" il padre lo legò a un albero e andò egli  stesso  a  cercare
    acqua.  Si  mise  a correre per il bosco,  senza saper dove trovare un
    ruscello, cercando qua e là, e udendo sempre le grida disperate di suo
    figlio. E quando finalmente torno indietro era troppo tardi: la povera
    Dina  non  aveva  ormai  più  bisogno  d'aiuto.  Era  morta.   L'uomo,
    atterrito,  comprese  subito  la  situazione  e sciolse suo figlio per
    condurlo via, ma il bimbo si gettò sulla sua amica morta e l'abbracciò
    in tal modo che il padre dovette adoperare  tutta  la  sua  forza  per
    strapparlo e portarlo via.  Lo prese fra le braccia e corse tutto d'un
    fiato fino a Naradòl e trovò la moglie,  che stava ad aspettarlo;  gli
    tolse  il  bimbo dalle braccia,  e diede un grido terribile: il povero
    piccolo era morto di convulsioni, prima d'arrivare a casa. E invano la
    disgraziata madre interrogava il marito sull'accaduto: il  marito  non
    era  capace  di rispondere.  Allora ella mandò nel bosco i suoi servi,
    che tornarono poco dopo dicendo d'aver  trovato  il  cadavere  di  una
    donna bellissima.
    "Una strega!" disse la signora.  "Portatela qui e bruciatela,  che non
    m'uccida anche gli altri figli."
    Ma il marito, mosso da un senso di pietà, mandò in fretta altri servi,
    che seppellissero la sventurata giovane e coprissero la sua  tomba  di
    fiori.  I  servi  restaron  fuori  tutta la notte,  e quando tornarono
    raccontarono terrorizzati che avevan visto le ombre  di  centinaia  di
    guerrieri  con  fiori  azzurri sull'elmo venir giù dai monti,  mettere
    Dina in una bara coperta di fiori azzurri  e  portarla  su,  verso  le
    vette più alte delle montagne di Lagorài.
    E   la   notte  seguente  gli  stessi  guerrieri  vennero  a  Naradòl.
    Traversando muri e fossati entrarono nel castello,  presero il bambino
    morto e lo portarono vicino a Dina, sulla cima più alta, quella che di
    notte si fa d'argento al lume di luna,  e ha sotto di sé i boschi e le
    nubi.

 

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