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23 - 02 - 2019

San Giuliano e la carità

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san giuliano e la carità

 

Sovente, quando chiudeva gli occhi, Giuliano tornava con la memoria alla sua

giovinezza.

Gli appariva il cortile di un castello, i levrieri su di una scalinata, i valletti nelle

sale d'armi e, sotto un pergolato, un adolescente già nobile e fiero dai capelli biondi,

tra un vegliardo coperto di pellicce e una dama affascinante dal grande cappello a

cono; tutt'a un tratto, i due cadaveri erano là. Ed egli si gettava bocconi sul letto,

straziato dal dolore e dal rimorso e ripeteva piangendo: «Oh, povero padre! povera

madre! perché...? perché...?».

Giuliano era stato un cavaliere abile nella caccia. Durante una battuta aveva ucciso

un cervo che, nell'agonia, lo aveva maledetto: «Tu uccidi me e non provi rimorso, ma

verrà il giorno in cui ucciderai senza volerlo tuo padre e tua madre e il rimorso non ti

abbandonerà più per il resto della vita».

La maledizione si avverò e Giuliano, inconsolabile per la morte dei suoi amatissimi

genitori, decise di andare errando per molti paesi, dedito ad una vita di digiuno e di

penitenza.

Dopo circa trent'anni di peregrinazioni, stanco di viaggiare solo, con l'unica

compagnia del suo tormento, decise di sistemarsi in una capanna presso un

acquitrino, in un luogo inospitale, per proseguire la propria vita di penitenza.

Una piccola tavola, uno sgabello, un letto di foglie secche, un piatto e una brocca

d'argilla, ecco tutto il suo mobilio. Due fori nel muro servivano da finestra. Da una

parte, si stendevano pianure desolate e umide, sulla cui superficie apparivano, qua e

là, pallidi stagni; dall'altra, l'acquitrino fangoso esalava odore di putredine. Quando

giungeva la stagione calda, nuvole di zanzare non cessavano di tormentarlo. Quando

il gelido inverno faceva sentire la sua morsa, ogni cosa appariva rigida e senza vita.

Passarono mesi senza che Giuliano vedesse persona alcuna. Se ne stava ritirato nel

suo forzato eremitaggio. Solo il sonno era popolato da immagini funebri e figure

funeste.

Una notte, mentre dormiva, si svegliò credendo di udire qualcuno che lo chiamava.

Tese l'orecchio e non udì che il fragore della pioggia e il sibilo del vento che

schiaffeggiava le finestre della capanna.

Poi udì di nuovo pronunciare il suo nome: «Giuliano!».

La voce veniva dalla riva opposta dello stagno.

Una terza volta la voce lo chiamò: «Giuliano!».

Quella voce aveva la tonalità squillante di una campana.

Giuliano accese la lampada e uscì all'aperto. Un uragano infuriava nella notte.

Dopo un attimo di esitazione, si gettò in acqua, la melma gli arrivava già alle

ginocchia, quando scorse sull'altra riva la sagoma di un uomo che giaceva a terra.

L'uomo era avvolto in una tela a brandelli, il viso, simile a una maschera di creta,

aveva occhi rossi come carboni ardenti. Avvicinando a lui la lanterna, Giuliano trasalì

per l'orrore: una lebbra ripugnante devastava il volto e il corpo di quel poveruomo;

tuttavia, c'era qualcosa nel suo atteggiamento che incuteva timore.

Giuliano non si perse d'animo. Sotto la pioggia battente, raccolse nel canneto rami

e giunchi e costruì una zattera di fortuna. Vi adagiò il malato e lo trascinò nell'acqua.

Immerso nel fango, Giuliano spingeva a fatica quel piccolo lettuccio galleggiante.

Spingeva con le braccia e, puntando i piedi, inarcava la schiena per fare più forza. La

grandine gli frustava le mani, la pioggia gli colava sulla schiena, la violenza del vento

lo soffocava. Più di una volta fu tentato di arrendersi, ma poiché sentiva in se stesso

che non poteva fermarsi, riprese a spingere e, raccogliendo le ultime forze che gli

erano rimaste, giunse finalmente sull'altra sponda.

Nella capanna, Giuliano adagiò il Lebbroso su una stuoia e chiuse la porta.

Dopo essersi lavato dal fango, tolse delicatamente dal malato lo strano sudario che

l'avvolgeva. Le bende lasciarono scoperte le spalle, il petto e le braccia magre che

sparivano sotto placche di pustole scagliose. Rughe enormi scavavano la sua fronte.

Come uno scheletro aveva un buco al posto del naso e le labbra bluastre trattenevano

un alito di morte denso e nauseabondo.

«Ho fame» disse il malato.

Giuliano gli diede ciò che aveva: un pezzo di lardo rancido e del pesce.

Quando il Lebbroso li ebbe divorati disse: «Ho sete».

Giuliano andò a cercare la brocca dove era rimasta un po' d'acqua pulita. Il malato

vuotò la brocca.

Poi disse: «Ho freddo».

Giuliano, con la sua candela, accese un fascio di felci in mezzo alla capanna. Il

Lebbroso si accucciò più vicino per riscaldarsi; e, accoccolato, tremava in tutto il

corpo, si indeboliva; i suoi occhi non brillavano più, le sue ulcere colavano e, con una

voce ormai spenta, mormorò: «Il tuo letto».

Con tutta la delicatezza di cui non era mai stato capace, Giuliano lo aiutò

amorevolmente a stendersi sul letto.

Il Lebbroso gemeva. Gli angoli della bocca gli scoprivano i denti, un rantolo

accelerato gli scuoteva il petto, e il ventre, ad ogni sospiro, si schiacciava fino alle

costole.

Poi, chiuse le palpebre.

«È come se avessi il ghiaccio nelle ossa. Vieni accanto a me.»

E Giuliano si coricò sul giaciglio di foglie secche accanto a lui, fianco a fianco.

Il Lebbroso volse il capo.

«Spogliati, affinché io abbia il calore del tuo corpo.»

Giuliano si tolse le vesti; poi, nudo, si coricò nel letto e abbracciò teneramente il

malato come fosse un bambino. Sentiva contro il suo petto la pelle del malato più

fredda di un serpente e ruvida come una lima. Cercava di incoraggiarlo, ma l'altro

rispondeva ansimando: «Sento il gelo della morte: avvicinati con tutto il tuo corpo e

riscaldami». Giuliano si strinse ancor più al povero corpo martoriato. Ormai erano un

unico corpo sofferente, petto contro petto. Allora, il Lebbroso lo strinse a sé e,

improvvisamente, i suoi occhi presero il chiarore delle stelle, il volto divenne

luminoso e la pelle raggrinzita cominciò lentamente a distendersi. Le ferite del

Lebbroso si rimarginavano una ad una, mentre - come per infausto contagio - sul

corpo di Giuliano si aprivano orribili piaghe e bubboni.

Nel preciso istante in cui percepì la morte in ogni fibra del proprio corpo, Giuliano

sentì la propria anima inondata d'amore e di gioia e mentre veniva trasportato in

Paradiso da Nostro Signore Gesù, comprese che non il digiuno e la penitenza

l'avevano reso puro agli occhi di Dio, ma solo la sua infinita carità.

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