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23 - 02 - 2019

L'angelo e il bambino

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l'angelo e il bambino

 

Ogni volta che un bambino viene chiamato dal Signore, un angelo scende dal cielo

per condurlo in Paradiso. Ma prima di volare fin lassù, l'angelo concede al piccolo di

visitare, per l'ultima volta, i luoghi più incantevoli della terra per raccogliere i fiori

più belli e portarli fino in cielo.

Anche quella sera, nella fresca brezza vespertina, un angelo portava fra le braccia

un bambino. Volavano leggeri sulla terra in fiore e si fermarono in un parco

lussureggiante. Raccolsero viole, margherite, nontiscordardimé e ciclamini, e anche

piccoli boccioli di rosa in un roseto appena reciso.

Il bambino batté le mani dalla contentezza, pensando che ormai sarebbero saliti

verso il cielo. Ma non era ancora il momento. Volarono in su e in giù per molte strade

e molti viottoli bui. Ormai era scesa la notte. La città dormiva. In un vicolo sporco e

maleodorante l'angelo si fermò e indicò al piccolo di rovistare in un mucchio di

immondizie.

«Lì troverai il fiore più bello!» esclamò l'angelo raggiante.

Il bambino, incredulo, si avvicinò a quella montagna di rifiuti. Tra vecchi cenci,

cibi avanzati e altri resti, c'erano anche i cocci di un vaso di terracotta. Accanto ad

esso, vide un giglio dei campi rinsecchito, ancora attaccato alla sua radice. Il bimbetto

rimase alquanto deluso: «Vuoi portare al buon Dio questo fiore appassito?».

L'angelo si chinò, raccolse la pianticella e con voce tremula di commozione narrò

la storia di quel giglio: «In quel vicolo laggiù, in una misera stanzetta, viveva un

ragazzo malato. La malattia aveva tolto ogni forza alle sue povere gambe e non

poteva quasi più alzarsi dal letto. Non poteva uscire, né saltare, né correre con gli altri

bambini. Costretto a letto notte e giorno, quando si sentiva un po' meglio, faceva

qualche passo per la stanza con le stampelle. Durante la bella stagione lo portavano

davanti alla porta di casa per respirare un po' d'aria fresca. E il ragazzo era veramente

felice: per lui era come assaporare una fetta del vasto mondo!».

«Il fiore era suo?» domandò il fanciullo, vinto da quella curiosità che non

abbandona mai l'anima dei bambini.

«Un giorno» continuò l'angelo «una vecchia fioraia regalò al pallido ragazzo

seduto sull'uscio di casa un paio di gigli. Uno di essi aveva ancora la radice. Il fiore

venne messo in un vaso di coccio e diventò la prima compagnia del piccolo malato.

Giorno e notte la pianticella stava vicino al suo letto, affinché egli potesse vederla

crescere e prosperare. Grande fu la sua gioia quando, dopo un po' di tempo, apparve

un bocciolo, che in breve si aperse in tutto il suo radioso splendore. La pianticella

sembrava voler ringraziare il ragazzo per le cure e l'amore che le prodigava, e ad ogni

primavera rifioriva più bella. La vita di quel fiore riempiva le molte ore che il ragazzo

doveva trascorrere immobile, e di notte rallegrava i suoi sogni. Il dolore era meno

intenso da quando poteva godere di quella preziosa compagnia. Perché il dolore è più

acuto, quando chi soffre resta dimenticato e solo. Quando fu prossimo alla morte, il

suo ultimo sguardo fu per quel giglio che lo aveva reso felice».

Il piccolo ascoltò la storia palpitando di tenerezza, ma non riusciva a spiegarsi

come mai l'angelo la conoscesse in tutti i particolari.

«Come potrei non riconoscere il mio fiore?» rispose l'angelo. «È la mia storia

quella che ti ho raccontato. Quando vivevo sulla terra, ero il ragazzo malato che

teneva la pianticella accanto al letto».

Il bambino prese quel giglio appassito e lo mise nel mazzo insieme agli altri fiori.

Quando furono in Paradiso, deposero ai piedi del Signore ciò che avevano raccolto e,

tra le dita di Dio, quel giglio bagnato dalle lacrime della sofferenza rifiorì in tutta la

sua bellezza.

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