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19 - 04 - 2019

Pietro e il mago

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pietro e il mago

 

San Pietro era per temperamento un uomo focoso e, detto fra noi, anche un po'

irascibile ma, proprio per queste sue caratteristiche, dinamismo e iniziativa non gli

facevano certo difetto.

Quest'apostolo di Gesù si distinse in ogni occasione per lo spessore della sua figura

che non passava mai inosservata, anzi il più delle volte dove c'era Pietro c'era

scompiglio.

Alla morte del Maestro il suo zelo si raddoppiò e si narra d'innumerevoli

conversioni e miracoli da lui compiuti. Ora voglio raccontarvi di come Pietro sfidò

Simone il mago e come coinvolse Satana in quest'impresa.

Simone viveva in un villaggio della Samaria dove era conosciuto come “il mago”,

per alcuni poteri occulti appresi nei suoi viaggi in Siria. In quelle terre lontane egli

aveva studiato su antichi libri l'alchimia delle lettere e dei numeri, così come il

complicato cammino delle stelle nei cieli.

Tutti avevano una gran reverenza per lui, considerandolo una sorta di essere

sovrannaturale, e il timore suscitato da quel suo “sapere” misterioso aumentava

l'alone di magia che lo avvolgeva.

Pietro e Simone si conobbero proprio in terra di Samaria, dove l'apostolo si era

recato per portare l'insegnamento di Gesù e soprattutto per predicare ai nuovi

battezzati la discesa, per suo tramite, dello Spirito Santo su di loro.

Simone, che era fortemente attratto dalla conoscenza di ogni nuova dottrina, rimase

affascinato dallo spettacolo di quell'uomo possente che, ponendo le mani sulla testa

dei battezzati, invocava a gran voce il potere di questo Spirito divino. Il “mago”

pensò quindi di avvicinare Pietro e offrirgli del denaro affinché gli insegnasse come

ottenere egli stesso quella facoltà.

Potete immaginare la reazione del buon santo a quelle parole. Per prima cosa

fulminò Simone già con lo sguardo, poi lo ammonì duramente con queste parole:

«Come osi barattare un dono divino con del denaro? Tu non hai nessuna facoltà né

volontà personale; Dio elargisce gratuitamente come, dove e quando vuole. Ora

vattene e rifletti su quanto ti ho detto, perché vedo in te legami malvagi che ti

porteranno soltanto del male».

Come primo incontro non prometteva affatto bene e il futuro non fece che

confermare quanto questi due uomini fossero destinati a contrapporsi.

Passato del tempo dal suo incontro con Pietro, Simone si trasferì a Gerusalemme,

dove ben presto acquistò grande fama di astrologo e taumaturgo, tanto da farsi

chiamare “la prima verità”, promettendo ai suoi seguaci addirittura l'immortalità. Si

diceva in città che nulla gli fosse impossibile: sia tramutare i metalli in materia

animata come dar vita a pietre e statue, sia far parlare gli animali come tramutarne la

forma.

Il caso volle che anche san Pietro venne a trovarsi in quella città, cosa che subito

giunse alle orecchie di Simone. Così questi fece in modo di incontrarsi con il santo,

verso il quale aveva maturato in quegli anni un'avversione sempre più profonda.

Pietro non cercava il contrasto con quell'uomo, ma non era neppure disposto a

inchinarsi di fronte al potere di una mente proterva e astuta. Il giorno del loro

incontro a Gerusalemme finse quindi di non ricordare l'episodio di Samaria ma,

conoscendo ormai l'animo di quell'uomo, già sapeva che il suo precedente

atteggiamento aveva scavato fra loro un solco probabilmente incolmabile.

«Pace a voi, fratelli che amate la verità» disse l'apostolo incrociando Simone e i

suoi seguaci.

«Noi non abbiamo bisogno della tua pace» rispose pronto il mago «dato che tra

due che si combattono la pace nasce quando l'uno è vinto e mi sembra che noi due

siamo ancora vivi e vegeti».

«Come mai la parola pace ti spaventa tanto? Le battaglie nascono dagli anfratti

oscuri del male, ma dove vi sono una mente chiara e un cuore saldo là vi è la pace»

gli rispose Pietro.

«Non sprecare tante parole e guarda ciò di cui sono capace». Così dicendo, Simone

mise in atto alcuni dei suoi prodigiosi giochi di magia.

Gli astanti si erano fermati con il fiato sospeso chiedendosi cosa sarebbe successo.

Pietro stesso, colto di sorpresa, non poté che ammirare l'abilità di quell'uomo che

sapeva servirsi sia della credulità altrui sia dei segreti della natura in modo assai

raffinato.

Il potere del santo andava però molto al di là di quanto Simone pensasse, per il

semplice motivo che non era lui a operare ma la forza divina che lo attraversava

senza trovare ostacoli, così come il vento passava sul deserto.

Pietro non ebbe quindi grandi difficoltà a contrastare il mago né a far sembrare

scherzi da nulla i suoi complicati incantesimi finché, sconfitto ancora una volta,

Simone preferì ritirarsi sdegnosamente.

La voce che il vecchio cristiano aveva tenuto testa a Simone il mago fece il giro di

tutta Gerusalemme, tanto che l'orgoglioso incantatore di Samaria preferì lasciare la

città per trasferirsi a Roma.

Indubbiamente Simone possedeva grande fascino e sapere, egli conosceva l'arte di

evocare i corpi sottili dell'uomo e di risvegliare le forze nascoste nella materia

inanimata, così come conosceva i nomi e le abitazioni dei demoni, ma non aveva

scoperto che ogni conoscenza umana è solo un'illusione che facilmente si frantuma di

fronte al mistero di Dio.

Passò ancora del tempo durante il quale il mago stupì tutta Roma conquistando la

fiducia dello stesso imperatore Nerone, mente i cristiani combattevano la loro dura

battaglia nel tentativo di dar voce all'insegnamento del loro maestro.

Nella grande città della penisola italica giunse un giorno anche Pietro, portandovi

la sua autorità di apostolo di Gesù, testimone diretto di fatti incredibili e depositario

di insegnamenti segreti.

Il mago e il santo si trovavano di nuovo nello stesso luogo, l'uno forte nella

certezza delle proprie illusioni, l'altro pronto ad accogliere ogni accadimento come

pura espressione della volontà divina.

L'imperatore aveva trovato in Simone il più straordinario degli indovini,

affidandosi ormai completamente a lui per il buon andamento della sua vita e per

quella del popolo romano. Ogni mattina quindi il mago scrutava le sue misteriose

carte invocando il nome di oscure potenze affinché vegliassero sul palazzo imperiale

e sulla città.

Proprio una mattina, mentre era chino su quegli strani segni, Simone intuì la

presenza di Pietro. Lo vide chiaramente rientrare nella sua vita come un turbine che

scompaginava ogni cosa. Chiese allora alle carte come comportarsi ma, per la prima

volta, non riuscì a leggervi alcuna risposta.

Pietro fu ben presto informato del grande potere di cui Simone il mago godeva

presso l'imperatore; così, senza pensarci due volte, decise di recarsi a palazzo per

smascherare colui che manipolava le ombre facendosi credere simile a Dio.

Il sant'uomo volle portare con sé l'amico Paolo, che da più tempo dimorava in città,

e sapeva quindi meglio destreggiarsi tra le complicate burocrazie di palazzo. Insieme

chiesero udienza e quindi, giunti al cospetto del grande Nerone, gli spiegarono il

motivo della loro presenza.

Se raccontassimo una storia normale, a questo punto l'imperatore avrebbe dovuto

scacciare, anzi addirittura arrestare, i due impudenti che osavano interferire

nell'operato del suo prezioso indovino, ma nel nostro caso il corso degli eventi

doveva prendere una strada inusuale perché così era già stato stabilito.

La curiosità s'insinuò quindi nella mente dell'imperatore, che decise di

accontentare quei due “buffoni” e far chiamare il mago.

«Se, come tu affermi, attraverso le sue opere la divinità si manifesta in lui» gli

disse Pietro, «allora ordinagli di svelarti quello che io penso e che rivelerò solo a te

segretamente».

Dal canto suo Simone si era già preparato a quell'incontro, passando più di una

notte in profonda meditazione per permettere alla sua mente di fronteggiare senza

cedimenti l'incontro con l'odiato palestinese. Aveva più volte sfogliato i testi di

magia, soffermandosi a lungo sulle pagine dedicate alle invocazioni più potenti,

conscio di doversi confrontare con una potenza in parte a lui sconosciuta, della quale

non riusciva a decifrare l'origine.

Giunse quindi a palazzo protetto da uno scudo di forza impenetrabile che si

palesava nello sguardo cupo e fiero, chinò lievemente il capo in un cenno di saluto

per l'imperatore e ignorò l'uomo che lo aveva chiamato in campo.

Nerone si rivolse al mago, sicuro che presto avrebbe avuto un'ulteriore conferma

della sua natura divina: «Simone, quest'uomo afferma che nessun potere

sovrannaturale opera in te e che solo l'abilità di manipolare forze presenti nella tua

mente ti rende capace di plasmare ciò che ti circonda. Ora io ti chiedo di dimostrare

che questa non è la verità e che il Dio, per conto del quale quest'uomo afferma di

parlare, nulla può contro di te».

Così dicendo, fece cenno a Pietro di avvicinarsi e di bisbigliargli all'orecchio

quello che pensava. Il santo formulò allora segretamente questa strana richiesta

all'imperatore: «Fammi portare tre pani d'orzo senza che nessuno veda».

La richiesta venne esaudita e un servo chiamò in disparte Pietro dandogli le

pagnotte, che lui subito benedisse con un gesto veloce della mano e una breve

preghiera, nascondendole poi nell'ampia manica della tunica.

L'apostolo rientrò quindi nella sala e affrontò direttamente il mago: «Dimmi tu

adesso quello che ho pensato, detto e fatto».

«Dica prima Pietro quello che ho pensato io» rispose Simone.

«Quello che tu hai pensato non vi è necessità che io lo dica; basterà il mio

comportamento per dimostrare che so quello che è passato nella tua mente.»

Allora Simone con voce tonante urlò quest'invocazione: «Per il potere che Dio mi

concede vengano i cani e si avventino su costui, sbranandolo all'istante!».

Fra le grida generali apparvero nella sala tre enormi cani neri che ringhiando e

sbavando si avventarono su Pietro. Questi fu pronto però a estrarre dalla manica i

pani benedetti e a lanciarli verso le fauci delle belve che, con latrati spaventosi,

fuggirono scomparendo alla vista degli astanti.

«Ecco come ho dimostrato, non con le parole ma con i fatti, di aver previsto quello

che Simone aveva escogitato contro di me» disse Pietro rivolto all'imperatore che,

ancora tremante per la spaventosa scena, si aggrappava ai braccioli del suo scranno.

Il mago era livido per la rabbia e l'umiliazione subita. Non voleva a nessun costo

ammettere che quell'uomo, contro il quale aveva giurato vendetta, fosse realmente

portatore dello Spirito Santo, così come egli predicava quel lontano giorno in

Samaria.

Pensò allora di giocare la sua carta più potente rivolgendosi all'imperatore e alla

folla radunatasi tutt'attorno: «Ho sempre protetto la città di Roma e il suo imperatore,

ma ora voi tutti mi ripagate lasciando che questo sciocco palestinese si faccia beffe di

me con qualche misero trucco. La terra non merita la mia divina presenza; quindi

domani, nell'ora in cui il sole sarà allo zenit, io la lascerò salendo sulla torre più alta e

volando verso il cielo, così voi mi perderete per sempre».

Quella notte Pietro fu assalito dall'angoscia più profonda: avrebbe preferito portare

a Dio quell'uomo piuttosto che perderlo, ma lasciò alla divina Saggezza ogni scelta.

Da parte sua il mago non volle ascoltare i molti segni che avevano attraversato la

sua vita, preferendo aggrapparsi a quello che credeva il signore supremo: Satana.

Il giorno seguente, l'imperatore e tutta la popolazione romana attesero l'ora

stabilita, radunandosi sotto la più alta torre del Campidoglio. Ed ecco che

d'improvviso il mago apparve proprio sulla sua cima nel preciso istante in cui il sole

si trovava perpendicolarmente sopra di essa.

Abbacinati dallo splendore di quella luce, tutti guardavano verso l'uomo sulla torre,

che sembrava davvero l'incarnazione di un dio sfolgorante di gloria. Simone allargò

le braccia e si lasciò scivolare nell'aria come in un mare tranquillo. Tra lo stupore di

tutti egli cominciò a roteare sopra di loro scrutandoli con occhi rapaci come un'aquila

possente sopra dei pulcini.

Nerone si voltò verso Pietro e Paolo che osservavano in silenzio: «Guardate!

Quest'uomo è nella verità e voi non siete altro che cialtroni al servizio di qualche

ingannatrice divinità degli inferi».

Paolo guardò allora l'amico che sembrava indugiare, chiedendosi per quale motivo

non ponesse fine a quella terribile situazione in cui cielo e terra pareva stessero

rabbrividendo sferzati da una forza maligna.

Solo allora Pietro sembrò scuotersi da un'immobilità simile alla morte. Alzando un

braccio e puntando l'indice verso il mago, pronunciò queste parole: «Angeli di Satana

che sorreggete nell'aria con le vostre ali quest'uomo, io vi intimo nel nome di Gesù

Cristo, scintilla del Principio divino, di ubbidire alla Legge e lasciarlo al suo destino,

così come è scritto».

Nell'attimo stesso in cui l'ultima parola fu pronunciata, Simone il mago crollò al

suolo e morì.

Quell'istante avrebbe potuto segnare la gloria di Pietro e del popolo cristiano, ma

ciò non avvenne perché ancora così non era scritto.

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