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19 - 04 - 2019

Il viaggio di Sant'Orsola

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il viaggio di sant'orsola

 

Il re e la regina d'Ungheria, sposi ormai avanti negli anni, temevano di non vedere
realizzato il grande sogno di avere una discendenza.
Avevano quasi perso ogni speranza, ma poiché erano animati da grande fede,
decisero di affidare la loro pena al Signore.
Vegliarono per tre giorni e tre notti in preghiera e, poche settimane dopo, la regina
rimase incinta.
Grande fu la gioia dei due sposi. In tutto il reame si fece festa grande.
Giunto il tempo del parto, la regina diede alla luce una bambina rosea e paffuta. E -
meraviglia delle meraviglie ! - quando la piccola nacque portava addosso una soffice
pelliccia bruna.
Il re convocò i saggi e i sapienti di corte, ma nessuno seppe dare una spiegazione a
quel fenomeno sorprendente. Si chiamò allora il vescovo, ma neanche lui seppe
sciogliere il mistero. Venne chiamato anche l'anziano cappellano che presiedeva alle
funzioni religiose di corte. Il vecchio prete spiegò che quella bimbetta avrebbe avuto i
grandi doni di san Giovanni Battista: saggezza, verginità e profezia.
Il re e la regina furono rincuorati da queste parole e in virtù di quella pelliccia che
l'aveva protetta nel giorno della nascita la bambina fu chiamata Orsola.
Orsola crebbe in bellezza più di qualsiasi altra fanciulla di tutta l'Ungheria. A
quindici anni era luce di sapienza, specchio di bellezza e sorgente di grazia. Chiunque
la incontrava e si intratteneva con lei credeva di parlare con un angelo disceso dal
cielo.
Nessuna decisione importante nel reame d'Ungheria veniva presa senza prima aver
udito il consiglio e il parere della giovane principessa.
E fu così che la fama della bellezza e della saggezza di Orsola giunse alle orecchie
di un re germanico, deciso ad averla come nuora.
Il re radunò un folto drappello di conti e di marchesi fidati e i suoi migliori
ambasciatori e davanti a loro pronunciò questo solenne discorso: «Partirete per il
regno d'Ungheria e, giunti a destinazione, vi recherete alla corte del re, padre dalla
principessa Orsola. Là discretamente chiederete al re che gli piaccia di concedere in
matrimonio la figlia al principe ereditario del mio regno, mio figlio Astolfo. E se con
parole cortesi non acconsentisse, ditegli che non accetterò l'affronto. Lo sfiderò fino
alla morte, e senza indugio cavalcherò sul suo reame e lo travolgerò con le mie
truppe. Darò alle fiamme tutte le case e le terre che incontrerò sul mio passaggio. Poi,
dopo aver raso al suolo il suo regno, ucciderò la regina e la loro amatissima figlia, ma
a lui risparmierò la vita, perché possa piangere sulle sue sciagure per il resto della
vita. Date al re tre giorni di tempo per riflettere e darmi una risposta. Quando l'avrete
avuta, tornate subito qui a riferirmela».
Gli ambasciatori si mossero all'indomani con grande sollecitudine. Cavalcarono
migliaia di miglia, finché, dopo una stagione, giunsero davanti al re d'Ungheria e
riferirono la richiesta del loro signore, con tutte le preghiere e le minacce del caso.
Poi si ritirarono in una locanda, dove avrebbero atteso i tre giorni previsti. Il
povero re fu così penosamente trafitto da quell'ambasceria, che sudava e trangugiava,
dando in spasmi e in escandescenze.
La regina corse da lui e gli chiese: «Che cosa è successo, mio sire? Chi ha
provocato in voi tanta angoscia, mio povero marito?».
«Moglie mia, prima che Orsola nascesse, la mia vita era misera e dolorosa, ma ora
che l'abbiamo avuta in dono, la mia esistenza sarà afflitta dalla disperazione fino alla
morte. Noi siamo cristiani, devoti servi del Signore; se mariterò mia figlia a quel
nemico di Dio, la mia sarà una morte lenta, quotidiana, distillata fino alla fine dei
miei giorni. Se la darò a quel pagano, certamente non la rivedrò più. Ma se non darò
il mio consenso a questo matrimonio, quello sciagurato travolgerà il regno d'Ungheria
con il suo esercito di barbari.»
All'udire queste parole la regina fu assalita da profonda angoscia e cominciò a
piangere la propria sventura: «Anima mia, come farò senza l'unica consolazione della
mia vita, unico rifugio delle mie fatiche, sapienza e luce del mio regno?».
Il re chiamò a consiglio i conti, i baroni e i marchesi di corte, ma nessuno seppe
suggerire una via di uscita a quello che sembrava ormai un destino ineluttabile.
Orsola entrò nella sala del consiglio e, vedendo le lacrime della madre e il
turbamento del padre e dei suoi consiglieri, chiese il motivo di tanta agitazione.
Il re prese per mano la figlia adorata e le spiegò tutto.
«Ho solo tre giorni per decidere» concluse accorato il re. «E due giorni sono già
passati. Domani quei cavalieri saranno qui per una risposta».
«Padre, dove alloggiano gli ambasciatori del re pagano?» chiese la fanciulla.
«In una locanda della città» rispose il re.
«Bene, domattina li inviterai qui a mangiare alla nostra tavola. E sarò io stessa a
dare loro una risposta.»
Il re accettò. Ormai conosceva troppo bene la caparbietà e la determinazione della
figlia per opporsi in un simile frangente.
Orsola, fiduciosa e serena, vegliò tutta la notte nella sua camera, e con lacrime e
preghiere chiese a Dio di illuminarla in quel terribile momento: «Signore Gesù
Cristo, tu sai che avevo fatto voto di fronte a te, nel segreto dell'anima mia, di vivere
e morire vergine per amor tuo, e di consacrare a te la mia vita anche a costo del
martirio, per averti come mio unico Sposo. Signore, sia fatta la tua volontà. Fa' di me
ciò che desideri. Ma se vuoi che io abbia per marito quel principe, concedimi almeno
di convertire lui, suo padre e tutto quel popolo pagano; fa' che attraverso me
conoscano Te, che sei l'unico vero Dio, e che io sappia consolare e rallegrare con
questo proposito l'animo triste dei miei genitori e di tutti i sudditi del regno».
L'angelo di Dio le apparve a confortarla e le disse: «Orsola, la tua preghiera è stata
esaudita dinanzi al cospetto di Dio. Domattina andrai davanti agli ambasciatori e sarà
Dio stesso che ti illuminerà e ti indicherà la via da percorrere».
Quando fu giorno, Orsola si destò dal suo breve sonno, benedisse e glorificò Dio e
si vestì come si conviene ad una principessa nelle occasioni ufficiali. Indossò un abito
bellissimo e le ancelle le posero sul capo una corona di gemme preziose da cui
scendevano come boccioli i suoi riccioli biondi.
All'ora stabilita, gli ambasciatori si fecero trovare nella sala reale; il re con tutta la
sua baronia era già nella sala e attendeva l'arrivo della principessa.
Quando apparve sulla soglia, parve a tutti di veder entrare un raggio di sole. Si fece
un gran silenzio colmo di ammirazione e di rispetto. Quella mattina la principessa era
radiosa. I visitatori restarono estasiati dalla bellezza di quella pulzella d'Ungheria e
subito si sentirono fieri della loro futura regina.
Orsola entrò con incedere fiero e aggraziato, gli occhi chinati a terra in segno di
umiltà, e dietro di lei entrarono in fila cento fanciulle vestite di seta bianca, anch'esse
bionde e incantevoli.
Orsola era la luna e le fanciulle le stelle luminose del firmamento.
Salutò gli ospiti, la corte, il re e la regina e cominciò il suo discorso: «Dite al
vostro re che il re d'Ungheria accetta di darle in sposa la sua figliola, secondo il suo
desiderio. E dite da parte mia che io mi rimetto totalmente alla sua bontà. Porterete
inoltre i miei saluti a sua maestà il principe, suo diletto figlio e mio futuro sposo. E
direte da parte mia al mio signore che io gli chiedo solo tre grazie prima di adempiere
al matrimonio: la prima grazia è che il re, insieme al principe suo figlio, si battezzi
nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; la seconda è che il matrimonio
avvenga fra tre anni, perché in questo tempo io desidero compiere un pellegrinaggio a
Roma e poi a Gerusalemme per visitare il Santo Sepolcro di Gesù Cristo; la terza
grazia sarà concedermi diecimila fanciulle vergini e di nobile lignaggio che
seguiranno me e altre mille vergini del mio regno nel santo pellegrinaggio. Se queste
tre grazie mi saranno accordate, il terzo anno, al mio ritorno, acconsentirò al
matrimonio».
Con grande gioia gli ambasciatori tornarono dal loro re, lieti di aver conosciuto una
fanciulla così saggia e pura. Dopo aver viaggiato un'altra stagione, il re pagano che
aveva saputo del ritorno dei suoi ambasciatori andò loro incontro e fu informato di
tutto.
Il re e il figlio, all'udire le descrizioni mirabili che gli ambasciatori fecero della
fanciulla, non ebbero alcun indugio nella loro decisione. E accettarono tutte le
richieste della nobile principessa. Il re sperava che il suo popolo barbaro dedito ai
sacrifici umani si civilizzasse anche attraverso la religione.
Rimandò indietro i suoi ambasciatori con la risposta e con un carico di sete, gioielli
e monili preziosi provenienti dall'Oriente, affinché la regina e la principessa fossero
onorate.
Vennero dunque scelte le diecimila fanciulle di sangue nobile che avrebbero
compiuto il viaggio. Il re, per dare il buon esempio, decise di mandare le sue due
figlie, e così fecero i baroni e i conti del regno. E quando furono scelte, subito si
preparò la carovana immensa che avrebbe dovuto seguirle. Cinquemila cavalieri,
anch'essi di nobile lignaggio, le avrebbero accompagnate.
Le fanciulle portavano oro, argento e doni da fare al Sultano dei Saraceni, affinché
compiacente lasciasse passare nelle sue terre quel fiume di pellegrini.
Quando il re vide tanta bella gente e tanta giovane nobiltà in quella gioiosa
compagnia di fanciulle e cavalieri, si commosse.
Fu in quel momento che decise di unirsi alla carovana e di portare con sé il
principe ereditario. Non voleva più frapporre alcun indugio al Battesimo che avrebbe
ricevuto per volontà di Orsola.
Partirono.
Orsola pregò il Signore affinché proteggesse il loro viaggio.
Nel frattempo fervevano in Ungheria i preparativi per accogliere il re, il principe,
le diecimila fanciulle e i cinquemila cavalieri.
Il re, da parte sua, temeva il peggio: «Ho timore di credere che quell'esercito di
cinquemila uomini con a capo il re voglia usurpare il mio trono».
Orsola lo rassicurò, certa che Dio sarebbe stato con lei nel suo proposito di
convertire quegli infedeli all'amore di Cristo.
«I cieli narrano la gloria di Dio; ho gettato la mia vita nelle mani di Dio, insieme a
tutto il mio cuore, e poiché non mi curo delle cose di questo mondo, né desidero
alcuna cosa mondana, voglio che sappiate, padre, che qualunque persona pone il
proprio cuore e la propria volontà nelle cose celesti ed eterne, qualsiasi cosa chiederà
a Dio non gli sarà negata. Sappiate che il Padre celeste mi ha promesso di esaudire
ogni mia richiesta».
Poi, Orsola chiese al re suo padre di convocare tutta la nobiltà del regno.
Quando furono riuniti conti, baroni e marchesi, Orsola si alzò in piedi e diede la
notizia dell'arrivo in pace delle diecimila fanciulle e dei cavalieri, ne spiegò il motivo
e chiese che venissero scelte mille vergini di nobile stirpe e mille cavalieri che le
accompagnassero nel pellegrinaggio per vegliare sulla loro incolumità ed onestà.
Le settimane che seguirono furono tutte dedicate alla scelta delle nobili pellegrine
e ai preparativi per il santo viaggio.
Il tempo volò e un mattino di primavera giunse alla corte d'Ungheria la notizia che
un fiume di fanciulle riccamente vestite, seguite da un esercito di nobili cavalieri e da
un carovana di servi, di ancelle e di schiavi, aveva varcato i confini del regno e si
dirigeva in città.
La corte era preoccupata di accogliere questa turba di persone che viaggiava da
mesi e avrebbe avuto necessità di riposare e rifocillarsi.
Quella notte, Orsola, con le ginocchia nude, rimase in preghiera fino al mattino per
ringraziare il Signore e chiedere un miracolo.
L'angelo di Dio tornò a visitarla: «Orsola, Orsola, la tua supplica è già stata
esaudita al cospetto di Dio: qualunque cosa desideri, Egli te la concederà».
Il mattino dopo, il re svegliò Orsola di buon mattino: «Orsola, figlia mia, vieni a
vedere!».
Sulla spianata antistante le mura del castello, migliaia di padiglioni bianchi e
migliaia di tende ben tese erano pronte ad accogliere la folla dei pellegrini.
Quell'enorme campo si estendeva a vista d'occhio per circa due miglia. E dentro ogni
padiglione c'erano letti ordinati in file ben disposte, suppellettili di ogni genere e fuori
da ogni tenda una fontana a cui attingere acqua.
Quando Orsola vide tanta magnificenza, benedisse il nome e la potenza di Dio e
disse ai baroni che erano con lei: «Vedete quanto è grande la grazia di Dio: chi
confida in lui non è senza giudizio».
Tutta la corte, il re e la regina si inginocchiarono per adorarla.
Orsola li sollevò e subito diede ordine di suonare le trombe per accogliere il re
pagano e il principe, che giungevano a capo della carovana.
Quando il principe vide Orsola si sentì mancare, folgorato da tanta fiera bellezza.
Si innamorò di lei perdutamente e ogni volta che la vedeva perdeva il senno e le
parole.
Subito chiesero e ricevettero il Battesimo dal vescovo della città. Poi partirono alla
volta di Roma.
La fama di questa carovana di cristiani e di pagani che andava in pellegrinaggio si
sparse un po' dovunque. Orsola e le vergini portavano ciascuna un vessillo bianco con
una croce e quando il papa vide arrivare quell'immenso drappello decise di unirsi a
quella santa congregazione per andare in Terra Santa.
Lungo la strada, Orsola e le altre vergini d'Ungheria pregavano e predicavano il
Vangelo alle vergini pagane. E tutte, ad una ad una, si convertirono durante il viaggio
e si fecero battezzare. Ad uno ad uno anche i cavalieri, le ancelle e i servi ricevettero
il Battesimo.
Tornando da Roma, per grazia di Dio attraversarono la Toscana e la Lombardia,
entrarono nelle terre germaniche e poi penetrarono nel reame di Schiavonia. Il re di
quelle terre era imparentato con il Sultano, re dei Saraceni. Quando il Sultano seppe
dal re di Schiavonia che un esercito di gente cristiana si stava dirigendo sulle sue
terre, radunò immediatamente cinquemila soldati e con furore lanciò le truppe contro
quel santo drappello.
Il Sultano raggiunse la testa del suo esercito e chiese di avere un colloquio con il re
che guidava l'esercito cristiano.
Orsola, intrepida, si fece avanti: «Siamo cristiani, andiamo al Santo Sepolcro per
fare penitenza e salvare le nostre anime. Veniamo in pace e se ci farete attraversare le
vostre terre non potrete ricevere altro che benedizioni dal nostro Signore Gesù
Cristo».
Il Sultano, già pronto alla battaglia, chiese alla santa e al re pagano di rinnegare la
loro fede e di desistere dal loro proposito.
Ma la fede che ormai animava quella santa compagnia non poteva più essere
rinnegata e Orsola per tutti rispose che mai avrebbero tradito il loro Dio e che erano
pronti a morire.
Ci fu grande e sanguinosa battaglia. L'esercito dei cinquemila cavalieri pagani e dei
mille cavalieri ungheresi, pur affaticato dal lungo viaggio, combatté valorosamente. Il
Sultano comandò al suo esercito che neanche una vita venisse risparmiata. Tutte le
vergini, le ancelle, i servi e i cavalieri perirono sul campo di battaglia senza aver
raggiunto Gerusalemme.
Fu la Gerusalemme celeste la mèta finale del loro viaggio. Si racconta che dopo la
battaglia i Saraceni udirono il canto struggente degli angeli che venivano a
raccogliere le anime di quei pagani e di quei cristiani per portarle in Paradiso.

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