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19 - 05 - 2019

L'aquila funesta

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l'aquila funesta


Gli ultimi otto anni in cui regnò il re Huayna Capac furono pieni di contrarietà e di cattivi presagi.

Una volta, durante una festa in onore del Dio Sole, apparve in cielo una grande aquila reale inseguita da falchi e altri uccelli rapaci che l'attaccavano con i loro becchi, uno alla volta, impedendole di volare.

La regina dei cieli, così crudelmente aggredita, venne a rifugiarsi fra la gente che si trovava nella piazza centrale dove c'era la corte.

Vedendo l'uccello così ferito e spogliato delle piume anche più piccole lo presero e lo portarono a palazzo con grande sollecitudine e cercarono d'alimentarlo e di procurargli tutte le cure necessarie, affinché guarisse, perché quell'incidente accaduto durante la festa era considerato un cattivo presagio e gli Amautas, gli indovini, e tutto il popolo si erano allarmati vedendo scendere dal cielo un' aquila regale in quelle condizioni pietose.

Huayna Capac, contrariato da quell'avvenimento, riunì gli indovini che per l'occasione fecero un infinità di predizioni rivolte tutte ad annunciare la prossima distruzione dell'Impero e la rovina della famiglia reale.

Nel frattempo erano giunte notizie di grandi imbarcazioni che navigavano lungo la costa, il cui equipaggio era composto da valorosi guerrieri di pelle bianca e grandi barbe bianche (2).

Il re chiamò il capitano più anziano della sua scorta chiamato Pechuta, persona di grande fiducia per il suo giudizio e la sua prudenza, e gli chiese qual'era la sua opinione a proposito dell'arrivo degli uomini bianchi.

Pechuta rispose: "Grande signore, figlio del Sole e protettore dei poveri, un antico oracolo ritenuto attendibile dai nostri antenati annunciava che passati tanti re quanti sono quelli che in te si contano, sarebbero arrivati stranieri mai visti prima, i quali avrebbero dominato il regno e distrutto i nostri Dei.".

Preoccupato più di prima il sovrano decise di lasciare il suo erede Huascar nel regno di Cuzco, ritirandosi insieme ad Atahualpa, il figlio avuto dalla principessa di Quito, in quella città.

Ma nemmeno lì lo abbandonarono i cattivi presagi e i quattro elementi diedero vita a cataclismi, terremoti, comete, simboli strani che spaventarono e intimorirono tutti.

Fra tutti questi presagi accadde che in una notte chiara apparve la luna circondata da tre cerchi molto grandi: il primo era di colore del sangue, il secondo verde scuro e il terzo sembrava formato di fumo.

Un indovino chiamato Llayca fu il primo a vedere questa apparizione e parlato con Pechuta dello strano avvenimento decisero di riferire a Huayna Capac e così presentandosi dinnanzi al re gli dissero: "O solo signore! Devi sapere che tua madre la luna, come madre pietosa e indulgente, ti avverte che Pachacamac, creatore e protettore del mondo, minaccia il tuo sangue regale e il tuo impero con grandi tragedie; perché il primo cerchio, color sangue, significa che dopo che sarai andato a riposare con tuo padre il Sole, ci saranno fra i tuoi discendenti crudeli guerre e molto versamento di sangue regale, così che in pochi anni non avrai più eredi.

Il secondo cerchio nero dice che dopo le guerre e lo sterminio dei tuoi la nostra religione e il nostro Stato saranno distrutti, e il tuo impero passerà in altre mani, convertendosi in fumo, come indica il terzo cerchio!".

Il re ascoltò molto impressionato, ma per non dimostrare debolezza ordinò ai maghi di allontanarsi dicendo loro che forse quella notte era stato solo il sogno della premonizione di sua madre la luna e aggiunse, perché i suoi non si perdessero d'animo: "Non credo alle vostre parole perché non è possibile che il Sole mio padre possa odiare così tanto il proprio sangue da permettere la distruzione dei suoi figli".

Gli oracoli ritenevano che le predizioni erano quelle attese fin dai tempi antichi e che erano confermate dagli avvenimenti che accadevano giorno per giorno, specialmente dalla notizia della nave carica di stranieri mai visti che si dirigeva verso le loro coste.

I sacerdoti che annunciavano disgrazie e sfortuna, in tutte le provincie, consultarono anche su questo fatto i loro oracoli favoriti e il re non dimenticò di consultare, per mezzo di inviati speciali, il diavolo Rimac, un idolo di pietra molto venerato dai nativi perché rispondeva a ciò che gli si chiedeva.

l'aquila funesta 2
Rimac in questo caso fu vago e astuto, perché non avendo il coraggio di annunciare al re cose buone, nemmeno parlò delle grandi sventure preannunciate dagli Amautas e da tanti altri.

Una sera che Huayna Capac usciva dal bagno d'acqua sorgiva sentì un freddo strano impossessarsi del suo corpo e più tardi avvertì fremiti e febbre.

Il re intuì che era giunta la fine della sua esistenza e, riunendo i parenti e la corte, fece testamento prevedendo l'arrivo di stranieri sconosciuti nelle loro terre, i quali avrebbero sottomesso non solo il suo impero, ma tanti altri.

L'Inca disse, prima di morire: "Nostro padre il Sole ci ha annunciato che dopo dodici re della nostra famiglia sarebbero arrivati degli uomini che vi supereranno in tutto e che si proclameranno signori del nostro impero.

Io vi comando di ubbidirli, perché la loro legge sarà migliore della nostra e le loro armi poderose e invincibili per noi".

Gli Amautas sopravvissuti ad Atahualpa e ad Huascar dovettero aspettare pochi anni per vedere compiute quelle profezie e così quando vedevano apparire nel cielo un'aquila o un condor ricordavano e ripetevano la storia di Huayna Capac e del giorno in cui celebrò a Cuzco la sua ultima festa al dio Sole.

L'AMORE DI ACOYTRAPA, di Martin de Murùa.

Sulla cordigliera, nelle montagne innevate, ai lati della valle di Yucay chiamata Sabasiray, veniva custodito il bestiame bianco, che gli Incas offrivano al sole.

Un giovane indio, nativo di Lares, chiamato Acoytrapa, ragazzo gentile e disponibile, camminava sempre dietro al bestiame e, mentre gli animali pascolavano, suonava dolcemente il flauto.

Non sentiva alcun bisogno di esprimere le sensazioni amorose dell'adolescenza, però queste sensazioni lo turbavano.

Un giorno, mentre suonava il flauto, arrivarono da lui le due figlie del sole.

Le sorelle avevano rifugi in tutta la terra, che usavano per riposarsi.

Ognuno dei rifugi era custodito da guardiani.

Le figlie del Sole, durante il giorno, potevano vagare per monti e per valli, ma di notte non dovevano mancare da casa e quando ritornavano alle loro abitazioni erano perquisite dai guardiani, i quali controllavano che non avessero niente che le potesse danneggiare.

Le figlie del sole arrivarono dunque da Acoytrapa che, distratto, ancora non le aveva vedute, e per iniziare una conversazione si misero a parlare con lui del bestiame e dei pascoli.

Il pastore, che fino ad allora non le aveva viste, anche se un po' turbato si inginocchiò, credendo che fossero due delle quattro fontane cristalline, molto venerate in tutta la regione, le quali si fossero presentate a lui sotto sembianze umane; e per ciò non disse una parola.

Ma loro continuarono la conversazione sul bestiame pregandolo di non aver paura, perché erano le figlie del Sole, signore di tutta la terra; e per rassicurarlo lo presero sottobraccio e di nuovo gli dissero di non avere nessun timore.

Poi il pastore si alzò baciando le mani ad entrambe e rimanendo sbalordito dalla loro splendente bellezza.

Dopo essere stati a parlare per un po', il ragazzo chiese loro il permesso di radunare il bestiame, perché era tempo ormai di tornare a casa; ma la più grande delle sorelle, chiamata Chuquillanto, affascinata dalla grazia e dalla gentilezza del pastore, cercò di trattenerlo domandandogli come si chiamava e da quale regione proveniva.

Il giovane rispose che era nativo di Los Lares e che si chiamava Acoytrapa.

All'improvviso lei posò lo sguardo su un oggetto d'argento, chiamato "campu" dagli indios, che risplendeva e dondolava graziosamente sulla fronte del pastore e vide che nella parte inferiore c'era un piccolissimo acaro; guardandolo più da vicino osservò che gli acari stavano mangiando un cuore.

Allora Chuquillanto domandò quale fosse il nome di quell'oggetto d'argento.

l'aquila funesta 3
Il pastore rispose che si chiamava utusi.

Noi non sappiamo in significato esatto di quel termine ma è probabile che significasse l'organo genitale maschile.

La parola fu inventata in passato dai primi innamorati.

Probabilmente anche il termine "campu" ha lo stesso significato di "utusi".

Chuquillanto torna a palazzo.

Soddisfatta la sua curiosità, la Nusta figlia del Sole salutò il pastore e gli restituì l'oggetto.

Portando impresso nella memoria il suo nome e quello degli acari, rievocava strada facendo la delicatezza del disegno, così realistico che le sembrava di vedere ancora gli acari vivi che stavano mangiando il cuore, e parlava con sua sorella del gentile pastore.

Arrivate al loro palazzo, prima di entrare furono perquisite dai guardiani, per verificare che non portassero niente che recasse loro danno perché secondo l'esperienza dei loro custodi, molte donne avevano portato i loro uomini nascosti dentro le fasce ed altre nelle perle delle collane.

Diffidenti, i guardiani, svolgevano questo compito con molta attenzione e prudenza.

Dopo essere stata esaminate, le due sorelle entrarono nel palazzo, dove trovarono le vergini del sole ad aspettarle con tutti gli squisiti alimenti esistenti sulla terra in pentole d'oro molto fini.

Chuquillanto si ritirò nella sua stanza senza cenare, con il pretesto di essere molto stanca per aver fatto tanta strada.

Tutti gli altri cenarono con la sorella e se lei aveva qualche pensiero su Acoytrapa ciò non la inquietava troppo, anche se, senza farsene accorgere, sospirava languidamente; ma la sfortunata Chuquillanto non ne poteva più; non trovava pace, perché si era innamorata follemente del gentile pastore.

Però alla fine, per non mostrare ciò che il suo cuore nascondeva, saggiamente e prudentemente si coricò e si addormentò.

C'erano in questa dimora, formata da grandi e suntuosi palazzi, tantissime abitazioni riccamente arredate in cui vivevano tutte le vergini del sole, provenienti dalle quattro provincie: Chincha suyo, Conde suyo, Ante suyo e Colla suyo.

Dentro la reggia c'erano quattro fontane d'acqua dolce e cristallina che scorrevano verso le quattro terre.

Ognuna delle donne del sole faceva il bagno nella fontana della provincia di nascita.

Le fontane si chiamavano: quella di Chinca suyo, che si trova verso Occidente, Siclla puquio, che significa Fontana delle Alghe; Llullucha puquio (Fontana delle Uova) si trova verso Oriente (Colla suyo); Ocoruru puquio, che significa Fontana dei Nasturzi, si trova a settentrione (Conde suyo); Chicha puquio, che significa Fontana delle Rane, si trova a meridione (Ande suyo).

In quest'ultima si bagnavano le due di cui abbiamo parlato.

Il sogno di Chuquillanto.

La bellissima Chuquillanto, figlia del sole, dormiva profondamente e sognava di vedere un usignolo volare e posarsi da un albero all'altro e su ognuno cantare soavemente e dolcemente.

Dopo aver cantato armoniosamente e con allegria si posò sul grembo della ragazza e le disse di non restare in pena e di non far volare la sua immaginazione su cose tristi.

Lei rispose che senza il suo pastore sarebbe morta.

Allora l'usignolo le offrì il suo aiuto e le disse di raccontargli la storia.

Lei parlò del grande amore per Acoytrapa, il guardiano del bestiame bianco, sostenendo che in alcun modo sarebbe riuscita a vivere senza di lui.

Il rimedio per le sue pene sarebbe stato fuggire con il suo amore, perché altrimenti sarebbe stata scoperta in quello stato di abbattimento da qualcuna delle vergini di suo padre il sole il quale avrebbe ordinato d'ucciderla.

Dopo aver ascoltato, l'usignolo le disse di alzarsi e di sedersi in mezzo alle quattro fontane e di cantare loro tutto ciò che aveva in mente.

Se le fontane gradivano ciò che lei cantava, sicuramente avrebbe potuto esaudire il suo desiderio.

Dopo aver detto questo, l'uccellino volò via.

La Nusta si svegliò spaventata, e in fretta incominciò a vestirsi, e siccome tutti dormivano profondamente nessuno la sentì.

Uscì dalla stanza e camminò verso le quattro fontane; si mise in mezzo a loro e ricordandosi del Campu d'argento con gli acari che mangiavano il cuore, disse: "Micuc Usutucuyuc, Utusi cusin" che significa, "Acaro che stai mangiando l'Utusi che dondola!" Poco dopo tutte le quattro fontane cominciarono a dirsi l'un l'altra le stesse parole pronunciate da Chuquillanto.

La Nusta, sentendo che le fontane le erano favorevoli, andò a riposare, approfittando delle poche ore di sonno che le rimanevano.

Il pastore diviene triste.

Tornato alla sua capanna il pastore ripensò alla grande bellezza di Chuquillanto, e questo ricordo lo rattristò.

Il nuovo amore che si radicava nel suo petto gli faceva sentire le prime pene; e con questo pensiero in testa prese il flauto e iniziò a suonare tristemente, così tristemente da intenerire perfino le pietre.

Quando smise di suonare, era tanto sconvolto che cadde a terra e si addormentò.

Si svegliò versando copiose lacrime e disse lamentandosi: "Povero me, sfortunato e triste pastore, come si avvicina il giorno della mia morte, poiché la speranza nega ciò che il mio desiderio chiede! Come farò, povero pastore, a sopravvivere, se non posso raggiungere né vedere la mia amata?" E così dicendo ritornò alla sua capanna e nuovamente, stanco di tanta fatica, avvilito si addormentò.

La madre di Acoytrapa viveva a Lares, dove venne informata, dagli indovini, della situazione di suo figlio.

Solo lei poteva salvarlo.

Conosciuta la causa della sventura, prese il suo bastone magico dai grandi poteri, lo adornò per l'occasione, e senza fermarsi mai si incamminò verso la collina.

Fu così che arrivò alla capanna al sorgere del sole.

Entrando rapida vide suo figlio addormentato, con il viso rigato di lacrime ardenti e lo svegliò.

Il pastore aprì gli occhi e fu emozionato a vedere sua madre.

La madre lo confortò, dicendo che non doveva preoccuparsi, che lei avrebbe rimediato il più presto possibile.

Poco dopo uscì dalla casa e trovò fra le rupi una gran quantità d'ortiche (cibo appropriato, secondo gli indigeni, contro la tristezza) che raccolse e fece in umido.

Non furono ben cotte quando le due sorelle, figlie del sole, erano già sulla soglia della casupola, perché Chuquillanto, appena fece giorno e fu l'ora della solita passeggiata per i verdi prati della collina, uscì dirigendosi in fretta verso la casa di Acoytrapa.

Il suo tenero cuore non le consentiva altri piaceri.

Arrivate alla porta della casupola si sedettero, stanche della lunga camminata, e vedendo dentro la buona vecchietta, la salutarono gentilmente e le chiesero di mangiare.

La vecchietta fece un inchino e dicendo che non aveva altro da offrire loro che ortica in umido, le servì.

Le sorelle iniziarono a mangiare di gran gusto.

Chuquillanto si mise allora a girare intorno alla capanna, gli occhi in lacrime, senza farsi notare ma senza vedere ciò che desiderava, il suo amato, perché nel momento in cui le ragazze erano apparse il giovane si era introdotto, per ordine della madre, dentro il bastone.

La ragazza pensò che Acoytrapa fosse andato a custodire il bestiame e non si preoccupò di chiedere di lui.

Poi, posando lo sguardo sul bastone, incuriosita disse alla vecchietta che era molto bello e le chiese da dove proveniva.

La donna le rispose che era un bastone che anticamente apparteneva a una delle donne e amanti di Pachacamac ("colui che governa la terra", lo spirito della terra) di nome Guaca, famoso nelle pianure.

Disse anche di averlo ricevuto come eredità.

Chuquillanto la pregò tristemente di regalarglielo e alla fine la vecchietta acconsentì; sapeva da tempo che glielo avrebbe chiesto.

Prendendolo fra le mani le sembrò ancora più bello e poco dopo, salutando la vecchia signora, Chuquillanto uscì e camminando per i prati guardava da ogni parte per trovare l'amato.

D'ora in poi, non parleremo più della sorella minore, perché non più coinvolta nel proseguimento della storia; parleremo soltanto di Chuquillanto, la quale era triste e pensierosa perché durante tutto il tragitto non aveva incontrato il pastore.

Arrivate alla loro dimora, le guardie le perquisirono come facevano tutte le volte che le sorelle rientravano a palazzo; e non avendo notato niente di strano, oltre al bastone che naturalmente Chuquillanto portava con sé, chiusero le porte e così restarono, senza saperlo, ingannati.

Le ragazze entrarono nella sala da pranzo e lì rimasero a mangiare a lungo e magnificamente.

Passate le prime ore della sera, tutti si ritirarono nelle loro stanze da letto.

Chuquillanto prese il suo bastone e lo depositò accanto al suo giaciglio.

Le sembrò una buona idea, e così si coricò.

Credendo di essere sola, pianse malinconicamente, ricordando il pastore e il suo strano sogno.

Ma non passò molto tempo che il bastone prese le sembianze umane e chiamò dolcemente la ragazza per nome.

Chuquillanto, quando sentì d'essere chiamata, si spaventò e alzandosi lentamente dal letto prese un lume e lo accese, senza far rumore.

Vide allora, con sorpresa, Acoytrapa inginocchiato dinanzi a lei che piangeva sommessamente.

Rimase così, turbata, fino a che riuscì a domandargli in che modo era entrato.

Il pastore le rispose che gli era stato ordinato di entrare nel bastone che lei aveva portato con sé.

Allora Chuquillanto lo abbracciò e lo coprì con le sue lenzuola di finissima seta ricamata, e dormì con lui.

All'alba, davanti agli occhi della sua signora, il pastore si introdusse di nuovo nel bastone.

Quando il sole aveva già bagnato tutta la terra lei uscì dal palazzo di suo padre per camminare per i verdi prati in compagnia solo del suo bastone, e poi si nascose in un crepaccio vicino alla collina e lì stette con il suo amatissimo pastore che nuovamente si era tramutato in essere umano.

Ma una delle guardie era andata dietro di loro e, anche se ben nascosti, li trovò.

Vedendo ciò che accadeva cominciò ad urlare.

Sentendolo, essi scapparono verso la collina, verso il paese di Calca finché stanchi di

fuggire, si sedettero su delle rocce e si addormentarono.

Poiché nel dormiveglia udirono grandi rumori si alzarono.

Mentre Chuquillanto stava calzando uno dei sandali e l'altro già lo aveva al piede e guardava dalla parte di Calca entrambi furono trasformati in pietra.

Ancora oggi, da Guallabamba, da Calca e da altre parti si vedono le statue di pietra.

E io le ho viste tante, tante volte.

 

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