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24 - 05 - 2019

L'amore di Quilaco e Cucicoillur

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quilaco


Ai tempi in cui l'impero era diviso in due regni Atahualpa si trovava a Tunibamba, ed era in ansia perché i messaggeri di suo fratello Huascar, che aspettava da ore, erano in grande ritardo.

Per sapere il motivo inviò un giovane conosciuto da entrambi (anche se nato e vissuto a Quito) come suo ambasciatore facendolo accompagnare da altri Capitani e da ricchi doni.

Questo gentile giovane che era il figlio di Auqui Tupayupanqui (uomo valoroso e forte, fiduciario ed esecutore testamentario di Huayna Capac ucciso per ordine di Huascar mentre stava accompagnando il corpo del suo padrone tra Limatambo e Cuzco) si chiamava Quilaco Yupanqui, ed era nativo di Quito.

Parliamo di questo giovane di buona famiglia per le strane avventure che gli successero in quel viaggio e che introducono anche una storia d'amore in mezzo a tanti avvenimenti.Quilaco partì da Tunibamba con la compagnia e i doni alla volta di Cuzco.

Arrivato alla valle di Xacxaguana, ricevette un messaggio segreto di Mamaragua Ocllo e di sua figlia, le donne dell'Inca Huascar che lo invitavano a far loro visita.

Giacché la distanza da lì a Cuzco era breve il giovane poteva approfittare delle feste che venivano organizzate per lui lungo il cammino.

La regina vedova mandò questo invito perché Quilaco era stato allevato in casa sua a Quito ed era il fratello di latte di Chuquiuzpay sua figlia.

L'amichevole preghiera di queste signore fu ascoltata e i banchetti e le feste accettati gioiosamente.

Per aumentare la solennità di questi festeggiamenti e dare maggiore prova d'amore al festeggiato, la regina ordinò che le più belle e nobili fanciulle di quelle regioni servissero da bere al gradito ospite e ciò fu eseguito alla lettera.

Infatti appena arrivati i messaggeri da Quito a Siquillabamba, si radunò in pochi istanti un gran numero di fanciulle belle e a modo, il meglio che in quel tempo si potesse desiderare.

E così come l'aurora supera in luminosità tutte le altre stelle così tutte le altre fanciulle erano superate in bellezza da una fanciulla di tenera età, molto dimessa, proveniente da un vicino villaggio, dove era tenuta nascosta da sua zia per sottrarla alle grinfie della morte.

 Stella d'oro.

Accadde infatti, alcuni anni prima della storia che stiamo raccontando, al tempo dei festeggiamenti per l'incoronazione dell'Inca Huascar, che fra i tanti governatori che si mossero per fare gli auguri al Re, c'era Topa, un governatore delle Valli di Ica, Pisco e Vimay, il quale, per non venire a Cuzco personalmente, inviò le sue congratulazioni tramite valorosi messaggeri di sua fiducia.

Come inestimabile dono gli inviò una graziosa fanciulla di straordinaria bellezza, figlia di un onesto indio nativo della Valle di Ica chiamato Xullacachangalla; sua moglie si chiamava Lllayocoche, il nome della bellissima figlia era Chumbillaya.

Il buon senso e la prudenza dei genitori impedirono che la fanciulla facesse un cammino tanto lungo da sola e così l'accompagnarono fino a Cuzco.

Arrivati a destinazione la fanciulla conquistò gli occhi e il cuore di chi la guardava, e lo stesso effetto fece su Huascar, perché appena la vide, da uomo libero e disdegnoso delle donne, divenne schiavo e succube dell'amore per la fanciulla.

Ma lei era altezzosa e superba e così facendo si stava attirando su di sé invidie e rancori che le sarebbero costate la vita.

E come succede in questi casi, per la sua straordinaria bellezza il popolo la chiamò Curicoillur (che vuol dire Stella d'oro) e d'ora in poi la chiameremo così, dimenticando il suo primo nome Chumbillaya.

Il Re l'amò tanto profondamente e appassionatamente che privò tutte le altre concubine, anche le più fedeli, delle sue notti d'amore, dedicando se stesso soltanto a Curicoillur.

Alcuni dicono che questa fanciulla fu ceduta da Huascar a suo fratello bastardo che l'amò e gli diede una figlia, ma Don Mateo Yupanqui Inca, nativo e residente a Quito (dal quale abbiamo avuto questa rivelazione), affermava che la fanciulla fu messa incinta da Huascar e partorì una figlia bella come la madre.

La nascita della bambina accrebbe l'amore di Huascar per lei.

Ma contemporaneamente le attenzioni che il signore rivolgeva a Curicoillur provocarono l'odio di tutti i membri della casa reale, non avendo ella altra colpa che di essere amata teneramente dall'Inca.

L'odio verso la innocente padrona fu tanto forte nel cuore degli invidiosi che segretamente tramarono di avvelenarla e un giorno, senza spiegazione per un decesso così repentino, fu trovata morta in uno degli appartamenti dell'Inca Huascar.

E' indescrivibile l'estremo dolore che provò il suo amato vedendo davanti ai suoi occhi, quelli, ormai chiusi, della sua amata che, in vita erano così pieni di allegria.

Da qui fu accompagnata, con gli onori che meritava, presso i suoi affranti genitori che dopo averla cosparsa di unguenti per preservarla dalla corruzione decisero di seppellirla nella sua stessa terra d'origine.

Inca Huascar apprese la decisione dei suoi suoceri, li aiutò con denaro e onori e diede loro la possibilità di tornare alla Valle di Ica, dove fino ad oggi vivono i loro discendenti, i Xallcachangallas ricchi e fortunati.

Una sorella illegittima di Huascar chiamata Caruaticlla (l'unica vera amica della morta Curicoillur), temendo che i nonni prendessero la nipotina, figlia di sua sorella, la rapì e la nascose nelle sue proprietà non lontane da Cuzco, dove la allevò con molta cura e amore, allontanandola dai pericoli e dal rischio di essere uccisa da quelli stessi che avevano ucciso sua madre.

Inca Huascar sapeva benissimo dove, come e con chi era e viveva sua figlia, ma avendo lo stesso timore di sua sorella non le faceva frequentare la sua casa, né la riconobbe pubblicamente come figlia.

Ma provvide completamente a lei, finché le incombenze crescenti che aveva ereditato insieme all'impero lo costrinsero ad allontanarsi più di quello che avrebbe dovuto o voluto dalla tenera fanciulla.

La quale, insieme alla incredibile bellezza ereditò di sua madre anche il nome, e fu chiamata Curicoillur.

I banchetti.

Passarono parecchi anni e arriviamo così al tempo il cui a Cuzco accaddero i fatti che ora narreremo.

La fanciulla aveva quindici anni quando Quilaco arrivò al banchetto ordinato dalla regina.

Fu deciso di mostrare agli ospiti la splendente Stella d'oro.

La fanciulla arrivò con il consenso di sua zia Curuaticlla e come le altre iniziò a servire le bevande, anche se con maggior grazia e bellezza e portamento regale.

Ciò non sfuggì a Quilaco che nel corso del banchetto ogni qualvolta riceveva il bicchiere dalle sue mani beveva più amore che chicha e rimase più stordito dalla veemente passione per la fanciulla che se avesse bevuto tutti i boccali consumati quel giorno.

All'alba del giorno seguente giunse l'ambasciatore dell'Inca Huascar che ordinò a Quilaco di andare a Cuzco.

Dal commiato di questi due amanti scopriamo quanto sia spontaneo in noi l'amore: infatti senza nessuna preparazione o artificio riuscirono a comunicare con lo sguardo l'un l'altro e ciò bastò perché le loro anime si intendessero, senza che nessun altro lo capisse.

Curicoillur s'innamora.

La bellissima Curicoillur che fino ad allora era vissuta libera, senza sapere cosa fosse l'amore, non rimase meno affascinata dalla grazia, portamento e disponibilità dell'ambasciatore di quanto lo fu lui dalla sua incredibile bellezza.

La fanciulla, sentendo prorompere dentro di sé sentimenti mai conosciuti, si comportava in modo irrequieto, tanto che senza volerlo in pochi giorni se ne accorse la zia Caruaticlla.

Infatti ella sospirava continuamente, cercava di conversare sull'argomento che più la interessava, cambiava voce e colore del viso al sentire il nome del suo amato, parlava di lui nel sonno.

Erano questi tutti chiari indizi della passione amorosa che non passarono inosservati alla zia, la quale essendo donna intelligente intuì facilmente il motivo della inquietudine di sua nipote e per avere la conferma dei suoi sospetti, con amorevoli ed insistenti domande, le fece confessare di essere perdutamente innamorata dell'ambasciatore Quilaco.

La zia Caruaticlla, con prudenza e senza rimproverare la leggerezza della sua protetta, con amore ancora più grande di quello di una madre le promise aiuto e le permise purché mantenesse un comportamento decoroso) di parlare al suo nuovo e unico amato.

Poiché l'amore vero e perfetto è nei suoi movimenti più esatto e puntuale del migliore orologio, in tal modo esso muoveva l'ingranaggio dei due amanti che, attratti da uguali forze, giunsero insieme allo scoccare dell'ora.

Dopo l'incontro amoroso Quilaco riprese la strada per Cuzco.

Il giovane ambasciatore camminava non meno inquieto e sconfortato di quanto la fanciulla lo fosse nel suo povero villaggio: infatti durante il breve tragitto che separava Siquillabamba da Cuzco si volse tante volte verso l'orizzonte che più di una volta credette di vedere la sua amata.

Faceva soste lunghissime, sospirava come fosse stanco pur non essendolo, si sentiva malinconico, non parlava e non voleva che nessuno lo facesse perché non fossero disturbati i suoi pensieri intimi.

Huascar rifiuta i regali.

Quilapo Yupanqui arrivò a Cuzco con i regali ben custoditi, ma Huascar era andato il giorno prima a Calca, e così fu costretto a raggiungerlo in quel luogo.

Si presentò al suo cospetto e lo salutò cortesemente come i sudditi devono fare con i loro signori e recitò un bel discorso che fu ascoltato attentamente dal Re il quale dimostrava molto interesse.

Mostrò al suo signore i doni che portava da Quito, ma costui prese ad insultare il messaggero e i suoi compagni chiamandoli sleali profittatori della sua terra e spie inviate per distruggerlo.

Inoltre Huascar, prendendo i vestiti che suo fratello gli inviava (senza tener conto delle ricche decorazioni in argento, oro e pietre preziose) li gettò nel fuoco dicendo: "Pensa forse mio fratello che qui non abbiamo questa roba, o vuole con essa coprire il suo inganno? Chi ordina di fare simili cose ai miei ufficiali deve sapere che qui non apprezziamo le sue intenzioni".

Man mano la sua collera aumentò poiché è consuetudine per i potenti avere intorno adulatori e ciarlatani che danno ragione ai loro sovrani; anche in questo caso uno di loro chiamato Incaruca gli disse: "Fai bene mio Signore a riprendere questi svergognati, faresti ancora meglio a punirli".

Huascar udendo ciò si infuriò ancora di più e ordinò di uccidere i quattro compagni di Quilaco e senza dire una parola fece cenno di uscire al tremante Quilaco.

Intanto che Quilaco era a Calca un suo amico di fiducia, segretamente, si informò dove trovare Curicoillur e venne a sapere facilmente dove, come e con chi ella viveva e di chi era figlia, dopodiché informò di tutto Quilaco tornato da Calca a Cuzco.

Egli si innamorò ancora di più sapendo l'alta origine della fanciulla e alla stessa persona alla quale aveva affidato la prima missione diede l'incarico di andare al villaggio di Siquillabamba in cerca della fanciulla con le precauzioni che il caso richiedeva.

Mentre il suo fedele messaggero andava alla ricerca del rimedio alle sue pene (che al tempo stesso ne era anche la causa) Quilaco con alcuni dei suoi compagni andò a visitare Mamaragua Ocllo e Chiquiuzpay sua figlia, alle quali raccontò la sorte crudele dei messaggeri di suo fratello, e come Huascar aveva gettato nel fuoco i doni che suo tramite Atahualpa gli aveva inviato.

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Intanto il fedele messaggero con cautela e premura trovò ben presto fra le vecchie case del villaggio, nelle vicinanze di Siquillabamba, la dimora della prudente Caruactilla.

Qui trovò la fanciulla in lacrime sul grembo della premurosa zia che la consolava con parole piene di speranza.

Il messaggero.

Il messaggero dell'innamorato fu accolto molto bene dalla zia e fu salutato altrettanto gentilmente dalla fanciulla, con la misurata compostezza che richiedeva il suo verginale stato.

Dopo che il messaggero si fu riposato fra i cespugli di tauris sparsi intorno alla casa riferì alla zia l'ambasciata con giuste parole, facendo capire l'affetto che il suo signore sentiva per la fanciulla e quanto ciò lo facesse soffrire.

La rassicurò sull'onestà e sull'onore delle sue intenzioni con grande calore e la buona signora non volle perdere l'occasione che si offriva alla sua amata nipote.

Infatti ella apprezzava il grande valore di Quilaco Yupanqui ambasciatore da principe a principe.

Fatte le necessarie precisazioni la zia lo pregò di dare risposta e di rassicurare il suo Signore che poteva venire a vedere l'amata in qualsiasi momento.

A questo rispose il messaggero raccontando ciò che era accaduto a Cuzco e Calca dicendo che il ritorno del suo Signore sarebbe stato più rapido di ciò che pensava e che la visita tanto desiderata si sarebbe verificata fra poco.

Ciò detto si congedò il messaggero per andare da Quilaco che stava salutando la Regina Madre e la figlia dalle quali aveva ascoltato mille lamentele sul cattivo trattamento che ricevevano dall'Inca Huascar, in ogni occasione, a causa dell'assenza di Atahualpa, che, essendo a Quito, non poteva proteggerle.

Quilaco, avendo appreso dal suo inviato le buone notizie, parlò con Huascar (già tornato a Calca) chiedendogli di poter partire.

Costui gli diede il permesso dicendo: "Andate e dite al mio sciagurato fratello, appena arriverete, di presentarsi a me rendendomi conto di tutte le cose di mio padre che sono ancora in suo possesso".

Quilaco partì con questo incarico, avendo più voglia di vedere la sua amata, che la sua patria.

Mamaragua Ocllo e Chuquiuzpay lo provvedettero del necessario per il viaggio e così lasciò Cuzco, con quattro compagni in meno.

Curicoillur in quel momento era contentissima per quello che la zia le aveva raccontato del messaggio portato dallo sconosciuto ospite e ancora di più perché il suo innamorato sarebbe giunto tra breve.

L'attesa.

Dal momento in cui il messaggero partì dalla sua casa, ella cominciò a misurare nella sua immaginazione quanta strada la separava da Cuzco e si raffigurava le incombenze che il suo amato doveva sbrigare per affrettare la propria partenza, e quando lo immaginava già in cammino le sembrava subito di vederlo arrivare.

Ma essendo i suoi desideri delusi, ora accusava il suo amante di essere pigro e poco innamorato, poi pentita di averlo così giudicato male malediceva la sua cattiva sorte e la poca lealtà di Huascar suo padre e iniziava a rimproverarlo come se già avesse ucciso Quilaco così come aveva ucciso i suoi compagni.

Poi si pentiva di questo sospetto e dava la colpa al messaggero chiamandolo debole e pigro; altre volte si proponeva di non aspettarlo più, figurandosi con quell'artificio di farlo arrivare prima.

Tra questi tormenti la fanciulla passò tutta la notte, e fu lei la prima, fra tutti, all'alba ad alzarsi.

Quando il sole iniziò a indorare le alte vette di Carmanga gli dedicò la sua consueta preghiera e non gli chiese altro che di tramontare presto affinché il suo amato vergognandosi del ritardo di tanti giorni affrettasse la venuta.

Non passava contadino con la sua tacllas (strumento con cui si lavora la terra a Cuzco) sulle spalle che non le sembrasse Quilaco con le sue lance davanti a sé e così, in questo mare di tormenti, vide spuntare dietro la collina un gruppo di stranieri, diretti verso Jacjaguana.

Osservando attentamente quella gente si lasciò andare all'immaginazione e, nel pensiero che forse il suo amante, deciso a passare lontano da lei, all'improvviso fu spaventata da un rumore che proveniva dalla folta piantagione di mais che cresceva lì vicino.

Voltandosi impaurita, vide davanti a sé, senza credere ai propri occhi, colui che sebbene assente non si allontanava dalla sua mente.

Rimase muta e turbata e, non sapendo cosa fare per nascondere il turbamento, chiamò con voce tremante la zia Caruactilla che le rispose di essere lì vicino.

Il valoroso giovane salutò entrambe molto gentilmente e, non meno turbato della fanciulla, parlando più con il cuore e con gli occhi che con la lingua.

Fatti i primi convenevoli, raccontò dettagliatamente ciò che Inca Huascar aveva fatto e le cattive notizie che portava da parte sua.

Finì dicendo a Curicoillur: "Dalla mia terra partii libero, ricco e in compagnia e adesso ritorno solo, povero e prigioniero; ma tutto lo ritengo vissuto bene poiché è un grande onore averti nel cuore.

Vivrai dentro di me finché avrò vita.

Essendomi stata offerta come sposa, io ti accetto con somma felicità.

Pertanto vi chiedo (disse, parlando con Caruactilla) considerato il poco tempo che rimane, o signora, di rispondermi a nome di Stella d'oro".

La prudente zia Caruactilla, dopo un momento di esitazione, gli disse che era sua intenzione trovarle personalmente uno sposo prima che la crudeltà dei suoi nemici la uccidesse, ma desiderava che ciò avvenisse in tempi e situazioni più favorevoli.

Quilaco disse: "E' meglio di quello che pensavo perché in ogni caso, sia che torni a Quito o rimanga a Cuzco avremmo delle lotte sanguinose, e per quanto la sorte possa essere contraria ad Atahualpa, gli rimarranno le provincie di Quito dove sarà riconosciuto come Signore e Inca e come tale premierà gli innumerevoli miei servizi e quelli di mio padre.

Come ricompensa non chiederò altro che ricevere dalla vostra mano come donna e moglie, vostra nipote e mia Signora".

Qui tacque perché il tempo era poco e le cose da fare molte.

Allora la zia disse: "Date voi gli ordini che ritenete migliori e lasciate a noi il compito di custodirla".

"L'ordine - disse Quilaco - è che la mia Signora mi aspetti per due anni, poiché le nostre età ce lo consentono, e se al termine di questo periodo di tempo non mi vedrete tornare tenete per certo che sono morto o prigioniero o completamente impedito".

La zia replicò: "Voi ponete il termine di due anni ma io, da parte mia, ve ne concedo tre, al termine dei quali le cercherò qualcun'altro; fino ad allora però io la custodirò come vostra".

La bellissima fanciulla era stata molto attenta a questo dialogo e con le guance imporporate ascoltava tutto e quando Quilico parlò della sua partenza cominciarono a sgorgarle dagli occhi lacrime simili a perle orientali e lo stesso accadde al suo amante.

Infine con un casto abbraccio si lasciarono.

Lui proseguì il suo viaggio e la fanciulla rimase a contare le ore che la separavano dal suo ritorno, e la lasciamo lì fra le speranze e la gelosia i timori e la sfiducia, mentre seguiremo Quilaco Yupanqui, il quale arrivò a Tumibamba dove trovò Atahualpa ansioso per il suo ritorno.

Con poche frasi rese conto al suo signore di ciò che gli era capitato con Huascar .

La bella Curicoillur intanto continuava a contare i giorni dell'assenza del suo amato Quilaco e dai suoi conti stava ormai correndo il quarto anno della sua lontananza (due in più di quelli che aveva chiesto lui e uno di più di quelli che gli erano stati concessi).

Era afflitta come non lo era mai stata prima, perché una malattia stava consumando la sua vecchia zia.

Proprio in quei giorni, venne a sapere che non si sarebbe atteso il decesso della zia per trasferirla a Cuzco, dove per mano dell'Inca sarebbe stata consegnata a un capitano cui era stata promessa in moglie.

Nel suo cuore poté tanto il timore di questo scambio che dimenticando l'obbligo che aveva verso sua zia, quando la vide vicina alla morte (e prima che con l'ultimo respiro chiudesse gli occhi), scappò di casa e tagliandosi i capelli, più neri dell'ebano, e vestitasi con abiti maschili sottratti al più umile dei suoi Camayos si spalmò sul suo volto luminoso una pomata nera che di solito gli indios usano quando vanno in battaglia.

Si intrufolò tra la gente radunata (che seguiva l'esercito come inservienti) con gran forza d'animo, disperando nell'animo di poter mai riuscire a trovare colui che con la sua assenza la rendeva così disperata e triste.

Lasciamola continuare la sua strada finché l'occasione ci chiami di nuovo per parlare di lei.

Narriamo invece le vicende della guerra che intanto sconvolgeva i due regni dell'Impero.

In quel tempo, nella valle di Jauja, si incontrarono due capitani, Guanca Aqui e Mayca Yupanqui.

Quest'ultimo accusò il primo di codardia, di tradimento e di combutta con i capitani di Atahualpa.

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La battaglia.

Guanca Aqui non sapeva cosa fare o dire a sua discolpa, perché i suoi insuccessi aprivano le strade a tutte le mormorazioni e lo mettevano nella condizione di non potersi difendere.

Così finì per dire a Mayca Yupanqui: "Non la mia debolezza ma la forza del mio nemico mi ha fatto perdere la reputazione e i miei guerrieri, fratello Mayca Yupanqui.

Sei in tempo per sperimentarlo, giacché passeranno pochi giorni e giudicherai il mio operato dagli avvenimenti che accadranno".

Detto questo ognuno di loro tornò al suo accampamento.

Il giorno seguente a Jauja si seppe che Quizquiz, capitano di Atahualpa, stava raccogliendo tutte le genti, dalla collina alla pianura, con le quali formare un esercito numerosissimo e presentarsi come se già avesse la vittoria in mano.

Quando alla Valle di Jauja furono sicuri che le avanguardie di Quizquiz erano arrivate a una giornata da quella valle i due capitani Mayca Yupanqui e Guaca Auqui cominciarono a radunare la loro gente.

Con Mayca Yupanqui come Capitano generale cominciarono a uscire le truppe, in bell'ordine.

Arrivati alla Valle di Yanamarca (impiegarono metà giornata) i due eserciti si affrontarono e le avanguardie si contrapposero con grinta, fierezza e ardore ammirabili e essendo affluita gente in favore di ciascuna delle due parti, si svolse una delle più sanguinose battaglie mai viste in Perù.

Erano tanti e così alti i mucchi di morti provocati dai primi scontri, che servivano già come riparo per i vivi e fungevano da trincea.

Questa battaglia iniziò di giorno e si prolungò fino a sera, fino al momento in cui le forze di Cuzco cominciarono ad assottigliarsi, sebbene anche i vincitori avessero subito notevoli perdite.

Fra i tanti combattenti valorosi feriti quel giorno vi fu Quilaco, capitano di coloro che stavano vincendo.

Mentre stava dando manforte ad un avamposto indebolito, un dardo vagante gli trafisse una coscia e cadde fra i morti nel momento in cui già i soldati di Cuzco si ritiravano e quelli di Quito li inseguivano guadagnando terreno, senza preoccuparsi nell'ardore della battaglia del loro capitano.

Il valoroso Quilaco perdeva molto sangue dalla ferita, in quel luogo freddissimo e deserto, al tramonto, in terra nemica.

Sapendo che nessuno sarebbe venuto a salvarlo, iniziò a lamentarsi della cattiva sorte perché nel momento in cui stava per realizzare la promessa fatta a Curicoillur, gli toglieva la vita, e lo faceva soffrire di morte lenta.

A questo si aggiungevano le mille pene che nella sofferenza affollano la mente degli innamorati.

Pensando queste orribili cose sentì alle sue spalle il rumore di passi di una persona e, girando il viso come meglio poté vide un ragazzo che gemendo per la tanta strage rigirava i corpi sfigurati dalla morte e aiutava coloro che erano ancora vivi trascinandoli verso un posto meno terrificante di quello.

Quilaco lo sentì per lungo tempo soccorrere i feriti con affetto e sollecitudine.

Perciò, quando lo sentì vicino da potergli parlare, con voce debole disse: "Fratello, tu che in questo momento orribile e privo d'ogni pietà sei pietoso con coloro che sono investiti dalla cattiva sorte, per la clemenza che dimostri per i sofferenti ti prego, fammi un po' di posto affinché possa muovermi meglio, senza che tanti cadaveri me lo impediscano.

Inoltre, se la pietà che dimostri per i sofferenti ti desse animo a fare di più, estrai questo dardo che mi attraversa la coscia perché possa uscire più sangue e con esso la mia anima e possa così finirla con questa sofferta vita.

Se è invece l'interesse che ti spinge più che la mia preghiera e la tua bontà, toglimi questa pelle di tigre che mi ricopre e prendila con le tue mani quale premio per la tua sollecitudine".

Il premuroso ragazzo ascoltò e, con più volontà che forza, iniziò a spostare i cadaveri che circondavano Quilaco morente.

E, fatto il posto necessario, con il coraggio che gli veniva dalla paura, impugnò il dardo e con grande difficoltà lo estrasse.

Con alcuni pezzi di vecchie coperte sparse lì intorno legò poi la ferita come meglio poté e prendendolo per la vita lo sollevò da terra e quasi portandolo sulle spalle lo spostò da quell'orrendo luogo e poco a poco lo trascinò verso una piccola buca vicino al ruscello che attraversa quella sterile vallata.

Cammin facendo tolse dalla ferita di un cadavere un po' di unguento che poteva essere utile e infine mise il ferito al riparo dal gelido vento che soffiava quella notte.

Avendo lasciato Quilaco al sicuro, il ragazzo giunse ad un povero villaggio di ganaderos, la cui povertà lo proteggeva da quelle guerre civili, prese un lume e alcuni pezzi di pentole, tornò dove aveva lasciato il ferito e, raccolta pochissima paglia, accese un fuoco su cui sciolse l'unguento.

Come un crudele chirurgo bruciò la ferita da tutte le parti per fermare il sangue e vi spalmò l'unguento per preservarla dal tetano.

Fatto ciò, si avvicinò al malato, il quale gli chiese da dove veniva, come si chiamava e quale motivo lo aveva portato da quelle parti in quella tremenda circostanza.

Il ragazzo rispose: "Fratello, il mio nome è Titu, la mia terra è questa, non domandarmi di più; pensa alla tua salute, che è la cosa più importante".

Si protessero dal freddo come meglio poterono e passarono quella notte entrambi amareggiati.

Il giorno dopo Titu disse a Quilaco: "Fratello, se lo credi conveniente andiamo verso quelle case per trovare un posto migliore di questo dove curarti, ma se non lo vuoi fare, rimani pure, perché io voglio un rifugio migliore di questo".

Quilaco rispose: "La tua volontà sarà esaudita in tutto perché la mia è già finita.

In ogni luogo, riconoscerò sempre il bene che mi hai fatto, ma non vorrei che per causa mia tu possa essere danneggiato; io sono di Quito e sono molto odiato dalla tua gente, mi ucciderebbero e punirebbero te". "Non preoccuparti di ciò, rispose Titu, dal momento che chi vedrà capirà che non siamo certo noi gli artefici di queste guerre.

La ricca pelle che tu porti sostituiscila con una povera di questi morti, con un abito umile sarai più sicuro.

Non domanderò chi sei per non sembrarti invadente; soprattutto voglio seguirti e sceglierti come Padrone prima che un altro mi prenda come servo".

Con queste parole uscirono da quella buca e con grande dolore e fatica arrivarono a una casa povera e abbandonata e lì si fermarono alcuni giorni nutrendosi di patate, e radici ed erbe che Titu rubava dai campi più vicini.

Lasciandoli per ora lì parliamo di Mayca Yupanqui e del suo compagno Guanca Auqui dopo la battaglia di Yanamarca.

Essi fuggirono raccogliendo più gente che potevano e senza fermarsi a Jauj decisero di arrivare al passo di Ango Yaco e di oltrepassare il fiume per sentirsi più al sicuro.

Quizquiz il vincitore della battaglia si riposò a Jauja dove, sentendo il rimorso per i valorosi soldati e capitani deceduti nella battaglia di Yanamarca, ordinò di andare a raccogliere le spoglie per dare loro gli onori funebri che meritavano.

Furono ritrovati e portati molti corpi ma quello di Quilaco non apparve né morto né vivo e ciò provocò grande tristezza al generale e ai suoi capitani.

Le cattive notizie della disastrosa battaglia arrivarono a Inca Huascar il quale, essendo terribilmente ansioso e non trovando consolazione fra gli uomini, andò a Guacas dove fece grandi sacrifici e offerte.

Ordinò il digiuno per tutti, mandò eserciti e ministri di fiducia a consultare le statue del Sole, del Tuono e del Fulmine per sapere da quelle ciò che doveva fare per placare "Colui che tutto fa".

Ma alla fine aveva sempre responsi negativi, per cui i sacerdoti e gli stregoni, per consolarlo, gli dissero che lui stesso doveva comparire sul campo di battaglia pur senza prendere parte alla lotta.

Solo così si sarebbe ottenuta la vittoria contro i suoi nemici.

Così fu deciso, sapendo che la vittoria sarebbe stata di Mayca Yupanqui; con questa certezza si fermò per qualche tempo a Cuzco.

 

Il leale servo Titu.

E' ora tempo di parlare di Quilaco e di toglierlo dalle mani di miseria e povertà, come era vissuto per sei mesi nutrito, servito e curato dal suo fedele servo Titu.

Il lettore curioso ricorderà che lo abbiamo lasciato ferito in una delle povere e umili case di ganaderos che si trovavano nella malaugurata Valle di Yanamarca dove avvenne l'orribile strage tra Quizquiz e Guanca Auqui.

Rimasero in quel luogo desolato per quindici o venti giorni, fino a che Quilaco poté camminare con la gamba ferita, e dopo che si sentì meglio, d'accordo con il suo leale servo, una mattina, si misero in cammino verso il villaggio di Hatum Jauja.

Ma era tanta la sua debolezza che per fare quelle due leghe impiegarono tutta la giornata.

Arrivati al villaggio, alloggiarono presso alcuni poveri contadini che vivevano con molto poco a causa della guerra e lì rimasero sei mesi nutrendosi di legumi, erbe e radici che il solerte Titu riusciva a trovare.

Egli inoltre aveva sempre l'orecchio attento alle novità che venivano diffuse per il paese, per raccontarle al suo padrone Quilaco quando sapeva che non lo avrebbero depresso.

Lì venne a sapere dell'arrivo di stranieri venuti dal mare (1) e delle innumerevoli crudeltà che Quizquiz aveva compiuto a Cuzco, di come in Cajamarca tenevano imprigionato Atahualpa e del fatto che in Antamarca avevano ucciso Inca Huascar, i suoi fratelli, sua madre e sua moglie.

Un giorno Titu uscito nella piazza, situata vicino alle abitazioni reali, la vide brulicare di guerrieri e avendo domandato che gente fosse quella e da dove venisse e a fare che cosa gli fu risposto che si trattava di Challcochima capitano di Atahualpa che scendeva da Cuzco verso Cajamarca per liberare il suo Re prigioniero degli stranieri.

Questi arrivò in piazza e lì trovò due capitani spagnoli e Antamarca Mayta.

Si misero a discutere su chi doveva trattare con gli stranieri.

Antamarca Mayta affrontando con disprezzo il perverso soldato, senza curarsi della presenza dei due stranieri gli disse: "Quando, Challcochima, avranno fine le crudeltà? Quando verrà il giorno in cui tu e quella crudele belva del tuo capitano Quizquiz sarete stanchi di vedere versato tanto sangue umano? Dimmi, vieni ora a versare il sangue di questi popolani giacché non c'è più sangue di Re Inca da versare? Ma di una cosa sono sicuro (e lo stesso credono i tuoi soldati) che 'Colui che tutto fa' ha inviato gli stranieri per punire te e il tuo crudele maestro.

Perciò non essere così spavaldo e preparati a venire con me poiché il governatore di questi stranieri e signore di questo Impero ti chiama e vuole vederti".

Challcochima era stato attento al discorso avventato di Antamarca Mayta e con occhi di serpente e il viso in fiamme gli rispose: "E' una novità per me che tu parli con tanta libertà.

Non accetto che uno sconosciuto mi mandi a chiamare.

Va e di a quell'uomo, chiunque sia, che venga lui al mio cospetto e lasci libero Atahualpa, il mio signore, se non vuole vedere tutti questi barbuti, bastardi, morire bruciati, senza che rimanga uno solo di loro che possa portare questa notizia alla sua terra".

Dopo aver ascoltato queste parole Antamarca Mayta gli si avvicinò e da vero uomo lo schiaffeggiò dicendo: "Il tempo della tua sovranità è già finito".

Subito iniziò una rissa sedata dai capitani stranieri i quali mandarono Antamarca Mayta a dire alla gente che dovevano presentarsi dinnanzi al governatore Francisco Pizzarro, in Cajamarca, perché non esisteva altro Re che Lui.

Così, queste genti capirono che ormai era arrivato il tempo tanto desiderato della libertà e che per il crudele Quizquiz che tanto li aveva tormentati, era arrivata la fine.

Sconfitto e vedendo come stavano le cose, Challcochima uscì dalla piazza.

Gli fu ordinato di partire per Cajamarca il giorno dopo, ma fingendo di essere malato rifiutò, e così caricato su un cavallo dagli stranieri fu condotto prigioniero a Cajamarca.

Titu, avendo assistito a questi avvenimenti, premuroso ritornò alla capanna per riferire ciò che aveva visto a Quilaco Yupanqui per filo e per segno e gli illustrò quanto in basso il dominio degli Incas era finito e come le loro insegne fossero passate agli stranieri.

Sottolineando molto l'amabilità e la modestia dei due capi stranieri che si trovavano vicino alle abitazioni regali, affermò che gli erano sembrati uomini amanti della verità, della ragione e della giustizia e credendo a ciò che di loro si mormorava, che cioè erano messaggeri del dio Viracocha, concluse dicendo: "Quilaco Yupanqui, se desideri la tua salute e la mia, e che abbia fine la nostra miseria, segui il mio consiglio.

Ti sarà vantaggioso come lo è stata la mia compagnia per tutto il tempo che sono stato al tuo servizio.

La situazione di Huascar e Atahualpa, i due fratelli e contendenti è precipitata, uno è già morto e l'altro non ha più sicura nemmeno la sopravvivenza.

Gli stranieri appena arrivati non perderanno l'occasione straordinaria di impadronirsi di questo grande Impero; loro hanno le armi, la prudenza e il coraggio per conquistarlo, mettiti ai loro ordini, e questo capitano, conoscendo le tue prodezze e il tuo coraggio, ti accetterà restituendoti quello che la sfortuna ti tolse.

Una volta riacquistati i tuoi diritti, saresti ingrato (ciò che non si può dire di te) se non mi aiutassi a salvarmi.

 

 

Titu rivela chi è.

"Per tutto questo, amico" rispose Quilaco Yupanqui, "c'è tempo.

Grandi e importanti sono stati gli avvenimenti.

Non ho raggiunto la gloria e la mia vita è finita, lasciami in questo miserabile stato, con la mia solitudine e la mia ignoranza; non voglio che la realtà mi uccida." "Non dire certe cose", rispose Titu, "seguimi e fidati di me", e prendendolo per mano lo condusse a Jauja dove trovarono il capitano straniero che dava ordine ai suoi soldati di rimandare gli indios ognuno alla loro terra perché trovassero in essa la pace.

Arrivati al rifugio del capitano, chiesero di parlargli da soli, senza altra compagnia che l'indio interprete.

Il capitano, molto affabile e buono, accettò di riceverli e Titu vedendo la situazione favorevole iniziò a dire: "Apoc, vero inviato di Ticci Viracocha Pachacama per porre fine al nostro esilio e risollevarci dalla nostra miseria, se voi sapete cosa è l'amore (so che lo sapete) ascoltate attentamente la più leale e sfortunata creatura del mondo.

Non vi tragga in inganno, il nostro miserabile aspetto, perché questi vestiti coprono il più valoroso e nobile cuore di queste terre.

Il nome e la provenienza li saprai da lui, la causa della sua perdizione è stata la lealtà verso il suo principe.

Di me (perché non è più tempo di tacere) vi dirò che sono la più sventurata delle donzelle che porta sangue di Inca nelle vene.

Mio padre fu Inca Huascar, da tutti con ragione odiato e ancora più da me perché per salvarmi dalla morte che mi minacciavano quanti avevano invidia della mia bellezza e della mia felicità, mi diede ad altri ancora in tenera età.

Fui custodita da una zia, e mal custodita, perché là mi perdei.

Vedendo con i miei occhi colui che adesso è così turbato, in una festa a Siquillabamba dove era ambasciatore di Athaualpa, l'amore mi colpì.

Da quel momento i nostri due cuori furono comandati dall'amore.

Nel suo pose il desiderio di vedermi, e nel mio il desiderio ardente di essere vista.

Questo si realizzò con il permesso di mia zia e in quei momenti gli occhi parlavano e tacevano le lingue, e con le più oneste e misurate parole che si possano dire da uomo virtuoso ad una onesta fanciulla ci fidanzammo.

Ma poiché la difficoltà di quei tempi non dava possibilità di matrimoni avevamo deciso di aspettare un'occasione più propizia.

Questo servo tuo e signore mio che ora è qui dinanzi a te chiese a mia zia due anni di tempo per tornare e rispettare la promessa.

Mia zia gli concesse tre anni, ma a causa degli avvenimenti accaduti in queste terre sono passati quattro anni prima che il mio amato Quilaco Yupanqui avesse la gioia di vedermi.

Mia zia morì pochi giorni dopo, e avendo io saputo che mio padre voleva darmi in sposa ad un uomo a me sconosciuto, decisi di cercare fortuna.

Sentendo che la gente di Quito entrava vittoriosa nelle nostre terre, travestitami da uomo e prendendo il nome di Titu scappai da Cuzco e mi unii con i popoli che seguivano il capitano Mayta Yupanqui per lottare contro il capitano Quizquiz.

Assistetti alla terribile strage di Yanamarca, senza uccidere nessuno.

Fra tanta morte cercavo la mia vita, e domandando di colui che cercavo, seppi che non era uscito di quella violenta battaglia e l'amore che mi guidava mi portò dinnanzi al mio tanto desiderato, che con un dardo infilzato nella coscia era ancora in vita, sepolto fra i cadaveri.

Facendolo uscire da quell'orrendo luogo, curai le sue ferite e la sua persona, lo custodii fino ad oggi quando, se la fortuna ci assiste, speriamo di trovare in voi la protezione tanto desiderata.

Questa è la storia delle nostre sventure.

Voi adesso, capitano valoroso, rompete il laccio con cui la sfortuna ci ha legati e siate più forte di essa perché voi siete più forte degli uomini.

Così finì il suo discorso la bella Curicoillur e non saprei giudicare a quale dei due presenti più si congelò il sangue nelle vene.

Quilaco Yupanqui era talmente assorto e sorpreso che non riuscì a dire parola.

 Allora il capitano straniero, che era il meno commosso, disse: "Da oggi in poi bellissima fanciulla vivrai sicura.

Se la mia protezione serve a rimediare qualcosa, vi ricevo sotto la mia protezione e mi faccio carico di tutto ciò che vi spetta." Quilaco Yupanqui (riprendendosi dalla sorpresa) disse brevemente: "Certamente, bellissima Curicoillur, il grande amore che avevo e che ho per te non è altrettanto sublime del tuo; io mi attendevo di ricevere molte meno dimostrazioni d'affetto di quelle che mi hai dato.

Non so come ripagarti, né ho parole per lodarti, e così non sbaglierò dicendo che ciò che per me hai fatto, e per te stessa, non ti deluderà.

Perché io sono sempre stato il tuo signore come tu per me la mia signora".

E così abbracciandosi strettissimi e innamorati si apprestarono a seguire il loro protettore che già preparava la partenza per Cajamarca.

Egli diede loro nuovi e lussuosissimi vestiti degni di chi li doveva indossare, ed entrambi mostrarono il tesoro che la vile povertà nascondeva.

E per dare fine alla storia di questi due fortunatissimi amanti il capitano straniero li portò con sé a Cajamarca e li fece battezzare.

Il giovane indio si chiamò Don Hernando Yupanqui e la giovane Donna Leonor Curicoillur e con grande felicità d'entrambi si sposarono.

 

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