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20 - 03 - 2019

L'incontro

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l'incontro

 

A Gerusalemme era festa. La gente percorreva le strade vociando, bancarelle
cariche di merce punteggiavano qua e là la città come piccole aiuole fiorite e i
bambini, eccitati da quell'atmosfera gioiosa, correvano rimbalzando fra un richiamo e
l'altro dei genitori. Uno di loro, approfittando della confusione, si allontanò in fretta.
Era un bimbetto di sette anni, magro e scuro di pelle, con grandi occhi neri in perenne
movimento. Scrutava ogni cosa, curioso di quel mondo a lui ancora sconosciuto.
Tutto lo interessava e la sua voglia di sapere gli era valsa il soprannome di “Perché”.
Ogni creatura incontrata sulla sua strada si trasformava subito in una domanda,
perenne angoscia per chi gli stava intorno.
Tutto per lui poteva essere fonte di conoscenza e, di domanda in domanda, finiva
sempre per allontanarsi da casa, come un piccolo esploratore mai sazio di nuove
avventure.
Quel giorno stava seguendo uno strano cane zoppicante che sembrava, come lui,
all'inseguimento di un non ben identificato oggetto misterioso.
Gira di qua, svolta di là, il cane e il suo piccolo inseguitore si trovarono sulle
colline, in un piccolo podere chiamato Orto del Getsemani.
Si faceva sera e le prime ombre rendevano la caccia ancora più interessante.
Il cane aveva allungato l'andatura e ora il piccolo “Perché” stentava a stargli dietro.
Con rammarico gli pareva ormai di aver perso le sue tracce quando, a un tratto,
ritrovò la sua pelosa preda tutta scodinzolante ai piedi di un uomo, seduto lì, tutto
solo.
L'uomo accarezzava il cane lentamente come se avesse la consapevolezza che quel
gesto non sarebbe stato mai più ripetuto.
«Ciao, signore, è tuo il cane?» chiese il bimbo arrivando di corsa tutto trafelato.
«No» rispose lui, accorgendosi solo in quel momento del sopraggiungere del
piccolo.
«Perché stai qui, mentre tutti sono in città per la festa?»
L'uomo sembrava sorpreso di quell'incontro imprevisto, titubante fra disagio e
accoglienza.
Ci pensò un po', poi sorrise e gli disse: «Perché qui aspetto mio padre».
«Ma io non vedo tuo padre: è molto vecchio?»
«È molto vecchio e molto giovane.»
«Come può essere vecchio e giovane?»
«Tu una volta eri piccolo, oggi sei molto giovane, poi diventerai un uomo e, in un
futuro ancora più lontano, sarai molto vecchio; lui invece in ogni istante è già tutta la
sua vita.»
«Oh, mi piacerebbe conoscere tutta la mia vita!» rispose il bambino convinto. Poi
ci ripensò: «Se sapessi cosa mi accadrà domani, forse non farei quello che faccio, ma
qualcosa d'altro. Che dici?».
«Oh certo, piccolo, ma se tu non facessi quello che stai facendo, anche quello che
ti accadrà domani sarà diverso!»
«Uh, com'è complicato! Allora cosa devo fare?»
«Fai bene quello che ti chiede ogni momento; al resto ha già pensato Dio.»
«In questo momento sto bene qui con te, e tu?»
«Anch'io in questo momento sto bene qui con te.»
«E domani tu cosa farai?»
«Quello che Dio vorrà.»
«Allora perché sei triste? Dio non vuole per te una cosa bella?»
«Dio non prevede cose belle o brutte, lui non pensa come noi.»
«Allora quello che noi pensiamo non è mai quello che pensa Dio?»
«No, non è mai la stessa cosa.»
«Perché?»
«Perché la nostra mente è piccola e vede entro piccoli confini, mentre Dio non ha
nessun confine, per lui non esiste tempo e non esiste spazio.»
«Non riesco a immaginare nulla così come tu dici.»
«Certo, è per questo che devi fidarti di lui.»
Il cane si era rialzato e dimenava la coda guardando ansioso ora Gesù e ora il suo
piccolo inseguitore, nella speranza che uno di loro lo facesse giocare.
«Ma tu, come ti chiami?»
«Gesù di Nazareth.»
«Hai bambini?»
«Si, tanti.»
«E quanti?»
«Questa notte guarda il cielo: ogni stella è un mio bambino.»
Il piccolo “Perché” non parve affatto sorpreso da quella risposta, come ogni
fanciullo aveva il dono di penetrare la realtà attraverso una porta fatata, oltre la quale
le stelle non sono più stelle ma palpitanti creature e ogni parola possiede un magico
significato.
«Sarebbe bello giocare lassù con i tuoi bambini... Come posso arrivarci?»
«Vieni qua in braccio a me e chiudi gli occhi» gli rispose Gesù.
Accoccolato su quelle ginocchia, il bimbo fu trasportato in un luogo talmente
fantastico che mai poté descriverlo ad altri, ma che mai cessò di ricercare per tutto il
resto della sua vita.
Si faceva buio, ma “Perché” non voleva lasciare il nuovo amico.
«Ora vai, piccolo mio, i tuoi genitori ti staranno cercando» gli disse Gesù
dolcemente, staccandosi a malincuore da quell'ultimo tenero incontro.
«Gesù, quando potrò rivederti ancora?»
«Quando vorrai chiudi gli occhi, dimentica il mondo che ti circonda e mi troverai.»
Il piccolo “Perché” correva verso casa allargando le braccia come un uccellino nel
vento, ogni tanto si girava per gridare il suo saluto, il cane lo seguiva saltellando
festoso e Gesù li guardava pensoso finché scomparvero all'orizzonte.
Antica leggenda giudeo-cristiana
La leggenda detta “notte dette rose”
Narra la leggenda che, tra i re arabi che dominarono la città di Toledo, Zenon sia
stato il più implacabile persecutore dei cristiani. Egli non ammetteva altra fede se non
quella musulmana e si era prefisso lo scopo di sopprimere chiunque non volesse
onorare Allah e il suo profeta Maometto convertendosi agli insegnamenti del Corano.
I sotterranei del suo palazzo non erano ormai altro che oscure prigioni, in cui i
cristiani catturati erano rinchiusi nell'attesa di una possibile conversione o del
giudizio finale, nel caso si ostinassero nel loro assurdo credo.
Zenon aveva indurito il suo animo nelle feroci battaglie di conquista ed era ancor
più chiuso alla misericordia perché fermamente convinto di portare nel confuso
occidente la luce della verità.
Ma la verità per lui era esclusivamente la sua e non ammetteva rivali di alcun tipo:
era una verità morta, come uno stagno le cui acque immobili non possono che
imputridire.
Una volta giunto vittorioso in Spagna, il re aveva voluto con sé l'amata figlia
Casilda che, pronta all'avventura come ogni giovane, attendeva con ansia quel
viaggio verso terre sconosciute di cui aveva solo sentito raccontare.
Il padre aveva fatto costruire per lei un palazzo principesco, ornato di colonnati e
ampie sale arricchite da preziosi mosaici, del tutto simile a quello lasciato nella
lontana terra di Maometto.
Casilda si era subito invaghita di quel paese, in parte simile al suo ma del tutto
diverso nel gioco delle luci e nella dolcezza del territorio. La gente spagnola le entrò
presto nel cuore e in breve tempo tutta Toledo parlava della dolce figlia di Zenon.
Incline per natura all'accoglienza, la giovane araba si era contornata di nuovi amici
dai quali aveva appreso gli usi e i costumi di quella terra generosa, mentre loro
scherzosamente la chiamavano “la principessa curiosa”. Con gran rammarico Casilda
si era però accorta che il nome di suo padre non suscitava invece alcuna simpatia,
anzi incuteva timore e diffidenza.
La giovane s'interrogava sul profondo cambiamento di quell'uomo che lei aveva
sempre conosciuto come saggio e amabile e che si era invece trasformato in un
acerrimo nemico di tutto ciò che non appartenesse alla loro cultura. Lo ricordava ben
diverso quando, nei giardini della loro dimora, le narrava del coraggio ma anche della
giustizia di Maometto, mentre le mostrava l'immensità del cielo indicando ogni stella
e lodando la magnificenza del creato in cui Allah aveva riversato il suo amore.
Intanto, giorno dopo giorno, le prigioni di Zenon andavano sempre più
riempiendosi di cristiani che non volevano rinnegare la loro fede e ormai tutti
sussurravano che il palazzo del re fosse un luogo di pene e torture.
Una notte Casilda si svegliò di soprassalto, certa di non aver sognato quei lamenti
che giungevano fino a lei, si alzò e ascoltò più attentamente. Le parve allora che le
viscere del palazzo prendessero voce in un canto di tristezza e sofferenza che si
alternava però a una nenia di dolce rassegnazione.
Quelle note, a volte dissonanti e a volte melodiose, penetrarono profondamente
nell'anima della giovane principessa, tanto che da quel momento l'inquietudine
s'impadronì di lei rendendola irrequieta e scontrosa.
Casilda si fece attenta a ogni voce di palazzo e, sebbene tutti troncassero certi loro
discorsi quando lei arrivava, intuì che nei sotterranei avveniva qualcosa di misterioso
e terribile.
Interrogò quindi tutti quelli che le erano più vicini, ma nessuno pareva conoscere
quel segreto. Dalle risposte titubanti e dalle espressioni imbarazzate la principessa era
però ormai più che certa che suo padre avesse dato ordine di tenerla all'oscuro di
qualcosa che accadeva proprio nella loro dimora e questo la rese più che mai decisa a
scoprire cosa fosse.
Si recò quindi dagli amici più cari, figli di un nobile spagnolo, e con grande
schiettezza raccontò loro ciò che l'angustiava. I giovani furono altrettanto sinceri con
lei e così Casilda conobbe la penosa vicenda dei cristiani di Toledo.
I suoi stessi amici avevano dovuto tenere nascosto ciò in cui credevano, per non
incorrere nelle ire del feroce Zenon, ma ora erano felici di aver condiviso con la
giovane amica questo grande segreto. Tanta fiducia in lei la commosse e Casilda,
lasciandoli, giurò che mai li avrebbe traditi per nessuna ragione al mondo.
Mentre la carrozza reale la riaccompagnava a palazzo, lei guardava la città con
occhi diversi, raffigurandosi la pena di tanta gente costretta alla più terribile delle
privazioni, quella della propria libertà di pensiero e di fede.
S'immaginò costretta a rinnegare tutto ciò che le era stato insegnato e in cui
credeva fin da quando era bambina e le sembrò che nulla potesse essere più penoso se
non perdita della propria amorevole relazione con Allah e il suo profeta. Privata di
questo prezioso legame, sentiva che niente di buono sarebbe più uscito da lei.
Conosceva la dottrina di Gesù di Nazareth e anche la vita di quell'essere
meraviglioso: perché mai impedire che i suoi seguaci lo amassero e in suo nome
vivessero una vita serena? Gesù non aveva che insegnato la pace e il perdono, quindi
ciò che il padre stava facendo le parve oltremodo ingiusto.
Giunta alla reggia, volle subito vedere Zenon e, senza tanti preamboli, lo affrontò
raccontandogli dei lamenti che la notte giungevano fino a lei e del dolore di quel
popolo costretto all'umiliazione di pregare Dio di nascosto. Come mai suo padre era
così cambiato e quale atrocità nascondeva quei palazzo?
Alle parole della figlia il re s'infuriò come raramente le era capitato di vedere e
giurò che l'avrebbe immediatamente allontanata da Toledo, se si fosse azzardata a
toccare nuovamente quell'argomento. Il suo sfogo fu amaro e violento: “Lei non
sapeva cosa volesse dire la fatica di una conquista, l'odore del sangue, la vista della
morte a ogni battaglia. Il nemico andava sconfitto su ogni fronte, definitivamente, e la
privazione dell'anima era uno dei mezzi più efficaci”.
Casilda non rispose. Conosceva il padre e sentiva che la sua rabbia era rivolta
prima di tutto contro se stesso: il re soffriva perché non sapeva più fermare il suo
odio verso la vita che gli aveva fatto gustare il tremendo sapore del potere.
La giovane principessa era in ogni caso fermamente decisa a entrare in campo: la
sua nobiltà d'animo e il suo amore per la giustizia non potevano sopportare
passivamente una situazione di quel genere. Il Gesù dei cristiani l'avrebbe aiutata e
Maometto avrebbe certamente approvato!
Quella notte stessa, complici alcune guardie e dei servi, Casilda riuscì a
raggiungere le segrete del palazzo. Lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi le
parve incredibile: uomini, donne e fanciulli erano ammassati in umide celle sporche e
maleodoranti. Il loro aspetto era quasi spettrale e molti cercavano di fasciare con
qualche straccio intriso di sangue profonde ferite.
I più giovani si lamentavano per la fame, altri per il dolore, mentre alcuni
cercavano di infondere un po' di coraggio fra quei derelitti. C'era però, in mezzo a
tutto questo, anche un'onda di coraggiosa resistenza, forte della fiducia nella propria
fede e della certezza che l'alchimia divina avrebbe trasformato il loro sacrificio in una
preziosa goccia nell'oceano della vita.
La dolce principessa araba fu travolta da una profonda indignazione che scosse
tutto il suo essere, risvegliando l'indomito coraggio che scorreva nelle sue vene. Ora
sapeva e aveva visto, quella situazione non poteva continuare, a costo della sua stessa
vita!
Casilda volle parlare con quella povera gente che le si stava avvicinando, prima
titubante e poi sempre più fiduciosa nell'aprire il proprio animo alla giovane che, da
parte sua, già li amava come fratelli sfortunati, figli dello stesso Padre che aveva
infuso in lei la vita. Cosa importava se i semi erano stati gettati in terreni diversi? Il
giardino divino era sconfinato e produceva un'infinita varietà di frutti!
Da quella notte la giovane figlia di Zenon si votò alla causa dei cristiani. Per prima
cosa prese accordi con gli amici di Toledo affinché si organizzasse una rete di
protezione in grado di impedire nuovi arresti; poi si rivolse agli schiavi e alle guardie
reali, sapendo di poter contare sull'aiuto di molti di loro all'interno del palazzo.
La sua decisione era presa: avrebbe curato e sfamato i prigionieri delle segrete,
nell'attesa di trovare il momento più opportuno per battersi apertamente in favore
della loro liberazione!
Tutto ciò era molto pericoloso sia per lei sia per chi aveva promesso di aiutarla. Il
re, infatti, non tardò ad accorgersi che qualcosa d'insolito stava accadendo. Era un
uomo furbo e intelligente e non potevano quindi passare inosservati certi sguardi
d'intesa, o i bisbigli improvvisamente interrotti al suo arrivo. Zenon decise quindi di
stare all'erta e intervenire nel momento più opportuno.
Fra lui e la figlia si era creata una situazione ambigua, fatta in parte di dichiarata
ostilità e in parte di lunghe conversazioni, durante le quali ancora si ricreava il
dialogo dei tempi passati. Anche i loro cuori parevano ora divisi fra profonde
incomprensioni e amorevoli possibilità offerte da entrambi per tentare di riallacciare
quel filo che pareva essersi spezzato.
Intanto Casilda aveva comunque tenuto fede alle promesse fatte nelle oscure
segrete del palazzo e ogni notte vi si recava con i servi più fidati portando cibo e
medicine. Le guardie parevano chiudere un occhio, fingendo di non accorgersi di quel
tramestio notturno; d'altronde amavano la giovane principessa e non sarebbero certo
state loro a farle del male.
Un giorno finalmente la ragazza decise che era giunto il momento di affrontare il
padre in campo aperto e, invece di aggirare il problema come aveva fatto sino a quel
momento, lo interrogò direttamente sulla situazione dei cristiani che languivano nelle
sue prigioni.
Zenon si trovò completamente spiazzato! Come poteva giustificare il suo
comportamento così contrastante con gli insegnamenti nei quali era stata cresciuta la
figlia?
Fu come se Casilda avesse in quel momento rappresentato la sua stessa coscienza
che gli chiedeva conto di quanto stava facendo e la reazione del re fu terribile. La lite
che ne seguì fece tremare tutto il palazzo e ognuno, a modo suo, pregò per la
coraggiosa fanciulla. Troncata ogni possibilità di replica, e nell'attesa di decidere
come comportarsi con lei, il padre le ordinò di non lasciare le proprie stanze e di non
presentarsi più al suo cospetto finché lui l'avesse mandata a chiamare; poi, in preda a
una profonda collera, lasciò il palazzo sul suo cavallo e non tornò che a notte fonda. Il
re sapeva che la figlia non si sarebbe facilmente sottomessa al suo volere e questo lo
rendeva in parte anche orgoglioso di quella fiera creatura, capace di grande tenerezza
così come di salda determinazione nel fronteggiare il confronto con ciò che riteneva
ingiusto. Egli si proponeva quindi di sorvegliarla per coglierla in fallo e, se non
avesse potuto porre altro rimedio, di punirla severamente.
Casilda amava il padre ma aveva nel tempo imparato a temerne la collera.
Nonostante ciò, lasciò passare solo quella notte, poi riprese a recarsi nelle segrete con
il cibo per i prigionieri. Tutti si erano fatti più guardinghi e ogni cautela per evitare di
farsi scoprire da Zenon non sembrava mai eccessiva. Da quando il padre si era fatto
più attento ai movimenti nel palazzo, la principessa volle provvedere da sola al cibo
per i cristiani e così, come ogni notte, anche quella volta si era alzata nell'ora in cui il
sonno si faceva più profondo portando lontano le coscienze. Zenon però non
dormiva, ma aspettava di balzare sulla sua preda.
Per poter raggiungere direttamente i sotterranei dalle cucine, Casilda aveva trovato
una strada che passava da una piccola porta del giardino nascosta da un profumato
roseto rampicante. Quella notte aveva già riempito abbondantemente l'ampio scialle
con panini dolci e si stava dirigendo frettolosamente verso il roseto quando, veloce e
silenzioso come un felino, il re le si parò davanti. La povera ragazza sussultò per lo
spavento e un turbinio di pensieri le offuscò la mente. Nonostante l'oscurità, poté
distinguere gli occhi del padre brillare come brace.
«Che strano incontro con mia figlia a quest'ora della notte!» le disse lui, sicuro di
aver vinto la sua battaglia contro quell'ostinata ribelle. «Che cosa porti nello scialle,
cibo per i nemici di Allah?».
«No, padre» rispose Casilda, a cui le parole uscivano di bocca senza che ormai lei
potesse controllarle: «non credo che Allah consideri suoi nemici quelli che invece
sono solo tuoi nemici!».
«Spudorata insolente, mostrami subito quello che nascondi!». E così dicendo
Zenon strappò dalle mani della figlia i lembi dello scialle, che lasciò cadere a terra il
suo carico di... rose profumate.
Sparsi tutt'intorno ai piedi della principessa non c'erano altro che magnifici
boccioli di rose.
«Padre mio, non posso stare senza i miei amati fiori, così di notte vengo a
raccoglierli per portarli nelle mie stanze e godere durante il giorno del loro profumo e
della loro vista; ma, se questo t'inquieta, eviterò di farlo». E con queste parole
Casilda, le cui ginocchia per la verità ancora tremavano, ritornò verso il palazzo.
Il re rimase impietrito a fissare i fiori che a loro volta parevano guardarlo. Si chinò
e ne raccolse uno tenendolo a lungo nel palmo della mano: era morbido e tiepido
come un piccolo cuore.
Da quella notte tutta Toledo tornò a nuova vita. I prigionieri di Zenon furono
liberati e nessun cristiano fu più perseguitato.
Il re e sua figlia non menzionarono mai la “notte delle rose”, ma il loro legame si
rinsaldò, com'era stato un tempo quando lui le raccontava quanto fosse meraviglioso
e intessuto d'amore il Creato. Quello che nessuno sa è che quella notte Zenon, tornato
nelle sue stanze, fu vinto da un sonno profondissimo e fece questo sogno: si trovava
in un intricato labirinto da cui non riusciva a uscire, la sua angoscia aumentava
sempre più finché gli parve di sprofondare in un vortice buio. Al termine di questo
profondo tunnel si trovò in uno spazio senza confini dove in lontananza si poteva a
malapena scorgere una figura china su un tavolo. Egli si mise quindi in cammino ma
a mano a mano i suoi passi procedevano verso la misteriosa figura questa si
allontanava sempre più.
A un tratto si trovò di fronte un muro di rose rampicanti che gli ostruiva il
cammino, ne colse una e quella si tramutò all'istante in sua figlia Casilda che lo prese
per mano conducendolo ai confini di quello sterminato territorio. Qui, in una luce
abbagliante, poté riconoscere Gesù di Nazareth intento a scrivere. Zenon si avvicinò,
curioso di leggere quello che il giovane palestinese stava scrivendo sulla pergamena,
e con suo grande stupore vide fondersi, in un incredibile gioco di luci, le parole Dio e
Allah che insieme composero una terza parola: Amore.
Antica leggenda persiana
Un aiuto in Purgatorio
Nella storia del cristianesimo non sono mancate grandi guide spirituali: alcune più
conosciute, altre meno.
Frate Corrado da Offida fu un maestro illuminato che visse in assoluta povertà,
dedicando il suo tempo all'insegnamento della carità verso il prossimo.
Il convento dove trascorse gran parte della sua vita si occupava dell'istruzione dei
giovani frati che desideravano conoscere il pensiero di frate Francesco d'Assisi e
proseguirne l'opera.
Le regole su cui poggiava il movimento francescano non erano tante, ma
tendevano a sradicare un elemento essenziale per l'uomo: il suo ego. Va da sé che
molti giungevano da frate Corrado armati della più buona volontà, ma poi cedevano
le armi di fronte alla immane difficoltà di annullare se stessi per amore degli altri.
Corrado aveva un dolcissimo carattere e accudiva i suoi fraticelli come altrettanti
figli. Di lui si diceva che, avendolo Dio particolarmente a cuore, gli fosse stata
concessa la grazia di compiere miracoli.
Un giorno il nostro frate se ne stava tutto assorto nei suoi pensieri, quando un
piccolo gruppo di giovani discepoli andò da lui per lamentarsi di un compagno.
Il giovane in questione era arrivato da poco tempo ma pareva che avesse già
portato un grande scompiglio. Di temperamento chiassoso e turbolento, disturbava il
ritmo degli studi e delle meditazioni, non curandosi affatto della disciplina, strumento
essenziale per imparare umiltà e obbedienza.
A Corrado dispiacque molto ascoltare quelle lagnanze e promise che si sarebbe
interessato al più presto di tutta la faccenda.
Quella sera durante la cena osservò attentamente il ragazzo, poi lasciò pensieroso il
refettorio e si ritirò nella sua cella attendendo che il silenzio gli portasse alcune
risposte di cui aveva bisogno.
Il mattino seguente chiamò il giovane pregandolo di seguirlo nel chiostro e lì si
trattenne a lungo chiacchierando con lui. Così fece anche il giorno dopo e quello
seguente ancora.
In breve tempo il fraticello cambiò il suo comportamento in modo talmente
radicale da stupire persino i frati più anziani. Corrado era davvero straordinario!
Il giovane discepolo progrediva ogni giorno di più e, non appena le altre
incombenze glielo permettevano, si recava dal suo maestro pieno di nuove domande,
che immancabilmente sorgevano dopo ogni risposta.
Il frate sorrideva dolcemente di quest'ansia di sapere e alcune volte rispondeva
mentre altre lo lasciava nel dubbio, dicendogli semplicemente: «Ricorda, la tua mente
deve svuotarsi, non riempirsi sempre di più!».
Capitava però sempre più spesso che Corrado, osservando da lontano il giovane
allievo, divenisse inspiegabilmente taciturno e pensieroso mettendosi a borbottare fra
sé qualche preghiera.
Passò un'estate e un inverno, poi tornò la primavera e il giovane fraticello si
ammalò gravemente. La sua carica vitale si esaurì in poco tempo e nessuna cura
umana fu in grado di trattenerlo su questa terra. Il giorno della sua morte frate
Corrado pianse, anche se sapeva che non avrebbe dovuto.
Trascorso un primo momento di generale tristezza per quella morte inaspettata e
prematura, la vita nel convento tornò a scorrere come sempre e frate Corrado si
rituffò nel suo lavoro.
Una sera capitò che una strana inquietudine non lo lasciasse meditare: il pensiero
continuamente scivolava via senza che lui nemmeno se ne accorgesse. Decise quindi
di lasciare la cella per scendere nel chiostro. Era maggio inoltrato e la temperatura
piacevole; inoltre a quell'ora nessuno lo avrebbe disturbato.
Si sedette su una panca di pietra a ridosso di un odoroso cespuglio di rosmarino e
riempì i polmoni di tutte le fragranze della primavera ma, a un tratto, gli parve di
scorgere, proprio lì a fianco, un tremolio luminoso, poi udì una voce sussurrargli:
«Padre, siete voi?».
Frate Corrado capì all'istante di essere in presenza di un'anima, un tenue corpo
luminoso temporaneamente restituito alla pesantezza terrena.
«Chi sei?» chiese subito.
«Come, non mi riconoscete? Sono io, il vostro giovane discepolo curioso!»
«Oh, figlio carissimo» disse il frate commosso «dimmi, che ne è di te?».
«Caro padre, sono nel regno di mezzo, il Purgatorio. Grazie ai vostri insegnamenti
ho evitato lunghi anni di attesa, ma ancora molti me ne mancano per raggiungere la
pace. Vi prego di intercedere per me presso Dio, che molto vi tiene in
considerazione.»
«Dio sa ciò che fa, né qualcuno è meglio di un altro ai suoi occhi, ma ugualmente
pregherò per te. Sappi attendere e ricorda le mie parole: quando non avrai più alcun
desiderio, la pace ti colmerà». L'anima se ne andò allora con un sospiro,
accarezzando lievemente la mano del frate.
Da quella notte Corrado dedicava ogni attimo del suo tempo libero a pregare per il
giovane amico, senza mai stancarsi. Egli sapeva quale potenza rappresentasse un
pensiero d'amore sorretto dalla piena fiducia nella perfetta volontà divina.
Passò qualche tempo e la forma luminosa tornò sulla terra; questa volta la sua luce
era più intensa e la voce pareva giungere da più lontano.
«Caro padre» gli disse «le vostre preghiere sono giunte a me come un balsamo
risanatore. Ora sono più tranquillo e sento in me una forza che prima non avevo. Non
stancatevi e il mio cammino potrà procedere sempre più verso l'alto».
Sorretto da queste parole, il buon Corrado moltiplicò le sue preghiere, passando a
volte l'intera notte immerso nell'ardente vuoto divino che consumava ogni sua
energia, tanto che la mattina successiva tutti al convento si interrogavano
silenziosamente sull'aspetto devastato del loro confratello.
Finché una sera, mentre i frati erano riuniti per l'ultima preghiera in comune della
giornata, sull'altare della cappella esplose una luce fortissima e si udirono queste
parole: «Corrado, l'anima per cui tanto hai pregato non necessita più di nulla. Non ha
domande, non ha mete, non ha desideri ma riposa in quel Paradiso in cui solo Io
sono!». Tutti si guardarono sbalorditi inginocchiandosi di fronte a quel prodigio.
Frate Corrado provò una gioia immensa: cosa aveva fatto lui per meritare da Dio il
privilegio di saper pregare? Non ricordava nulla di particolare nella sua vita, eppure
la Grazia si era ugualmente degnata di toccarlo.

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