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21 - 05 - 2019

Il banchetto di santa Zita

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il banchetto di santa zita

 

A tempi della predicazione di Francesco e dei suoi compagni, viveva a Lucca, al
servizio del prefetto, una cuoca di nome Zita. Pregare e cucinare erano le sue
specialità.
Era così affezionata al buon Dio che, se la mattina riusciva a scappare in chiesa per
pregare anche solo un minuto, poi era serena e attiva per tutta la giornata. Ma aveva
sempre tanto lavoro da sbrigare, perché il palazzo del prefetto era grande. Ogni
giorno, Zita doveva pulire i grandi fornelli, rifornire la dispensa e la cantina e,
soprattutto, preparare piatti prelibati per il suo padrone.
Riusciva quasi sempre a sbrigare tutte le sue faccende, purché la mattina potesse
entrare almeno un momento in duomo a recitare una preghiera.
Quel giorno si preparava una gran festa al palazzo del prefetto e fin dall'alba Zita si
era messa al lavoro: aveva acquistato al mercato pesci rosati, grasse lepri e polli
ruspanti, fichi, bottiglie del miglior vino, e stava per mettersi ai fornelli quando si
ricordò che quel giorno non era entrata in chiesa neppure un minuto.
Allora, lasciò tutto e corse nella cappella più vicina, ma quella mattina si immerse
così profondamente nella preghiera che dimenticò le provviste, gli invitati e tutto il
resto.
Quando suonò mezzogiorno, rientrata improvvisamente in sé dalla sua estasi, Zita
si sentì morire e ritornò di corsa al palazzo del prefetto. Giunta al portone, vide gli
invitati che già affollavano l'atrio. La buona cuoca si spaventò: sarebbe stato
impossibile preparare un banchetto con il poco tempo che aveva a disposizione.
Si precipitò su per le scale. Mentre ansimava scapicollando lungo il corridoio, fu
sorpresa nel sentire un profumino di buoni cibi e nell'udire in cucina tutto un bollire
di pentole, uno sfrigolare di padelle, un tintinnare di forchette e coltelli! Il camino era
acceso e la legna scoppiettava rumorosamente.
“Che abbiano assunto un'altra cuoca?” pensò.
Si affacciò per guardare e restò senza fiato per lo stupore: cento angioletti paffuti si
davano un gran daffare, svolazzando qua e là. Uno gettava la legna sul fuoco, un altro
girava lo spiedo; c'era chi tagliava a fette il melone e chi disponeva sui vassoi
d'argento grassi filetti fumanti, cosce di pollo arrostite, fette di prosciutto, ornando il
tutto con fresche verdure. Ce n'erano due che stavano innalzando una gigantesca
piramide di fichi e di uva, tre che tagliavano fette di arrosto, e uno che guarniva una
gigantesca torta di panna con ciliegine vermiglie. C'era anche un povero angioletto
che, tagliando la pasta sfoglia, si era fatto un taglio al dito mignolo e adesso si
succhiava la piccola ferita.
La fretta e la confusione crescevano di minuto in minuto, ma tutto era ormai
pronto: dodici portate fra cui facevano bella mostra di sé un grosso pesce con un
limone in bocca, affogato in un mare di gelatina, e un porcellino intero arrostito allo
spiedo. Non rimaneva altro che servire in tavola tutte quelle ghiottonerie!
Zita, pietrificata dalla meraviglia, si fermò sulla porta per un momento, poi entrò in
cucina e si commosse sollevando le mani al cielo in segno di ringraziamento. Appena
la videro, tutti gli angioletti sciamarono via dalla bocca del camino; si udì soltanto il
leggero fremito delle loro alucce, poi dal focolare, in mezzo al fumo odoroso, si
affacciarono sorridenti a salutarla coi loro visetti vispi. Zita rimase sola in cucina,
quando si affacciò il capo maggiordomo.
«È ora, porta in tavola!»
Il prefetto e i suoi ospiti mangiarono a crepapelle, lodando la cura delle vivande
così sapientemente imbandite.
Zita lodò il buon Dio, che ha sempre un'attenzione speciale per coloro che
rivolgono a Lui almeno un pensiero al giorno.

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