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21 - 05 - 2019

Le spalle di San Cristoforo

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le spalle di san cristoforo

 

Il re di Cananea aveva fra i suoi servi un giovane alto e forte che pareva un gigante
disceso dalle montagne. Il suo nome era Cristoforo e fin da bambino aveva servito il
re con grande dedizione e affetto. Era un uomo tutto d'un pezzo e, nonostante la mole
da marcantonio, non incuteva paura, anzi, il fragore delle sue risate e i suoi modi rudi
ma franchi e solari ispiravano simpatia. Si racconta che la sua enorme stazza fosse
pari al suo appetito, ma non eguale alla bontà che lo animava e al desiderio di essere
utile al re e agli altri. Chiunque gli avesse chiesto aiuto in qualche fatica, poteva
contare su due braccia robuste e su due spalle che sembravano due rocce del deserto
di Qumran.
Quando il re morì, Cristoforo rimase molto addolorato e, poiché l'unica cosa che
sapeva fare era il servitore, decise di mettersi in cerca del re più grande e potente del
mondo per mettersi al suo servizio.
Cercò e cercò, finché giunse in un paese lontano dove, si diceva, regnasse il re più
potente del mondo, un re che non aveva pari in ricchezza, magnificenza e nobiltà.
Quando Cristoforo andò a corte a chiedere di prendere servizio, il re, colpito da
quell'ercole mite e servizievole, lo accolse volentieri.
Un giorno, durante una festa a palazzo, Cristoforo udì un buffone che cantava una
strana canzone che nominava, molte e molte volte, il Diavolo. Il re, che era un fedele
cristiano, quando udiva parlare del Diavolo subito si faceva il segno di Croce
guardando il cielo. Cristoforo, incuriosito, interrogò il re: «Perché fai quel gesto?».
«Cosa sono queste domande, Cristoforo?» lo rimbrottò il re. «Tu sei un servo e non
devi azzardarti a chiedere ciò che non ti è lecito sapere».
«Se non mi risponderai, me ne andrò dalla tua corte e non sarò più il tuo servo.»
Allora il re, non volendo perdere quel servo forte e fedele, disse: «Ogni volta che
sento il nome del Diavolo, un brivido di terrore mi corre giù per la schiena; così mi
proteggo con il segno della Croce affinché la forza del Maligno non possa nuocermi e
avere potere su di me».
Il buon Cristoforo stette un attimo in silenzio, poi disse: «Se tu hai paura che il
Diavolo possa nuocerti, vuol dire che egli è più potente di te. E così io sono fuori del
mio intendimento, poiché credevo di aver trovato il sovrano più grande e potente
della terra. Illustre maestà, ti chiedo perdono, ma io voglio andare per il mondo in
cerca di questo re più forte e potente e lo voglio servire».
E così Cristoforo partì in cerca del Diavolo. Attraversò pianure, deserti e montagne
finché un giorno, in una foresta buia e solitaria, vide arrivare al galoppo un piccolo
esercito di cavalieri. Avvolti in nere cappe spettrali, sembravano tanti pipistrelli a
cavallo. Avevano il cappuccio nero abbassato e il volto non era visibile.
Uno dei cavalieri si avvicinò minaccioso e tuonò con voce terribile: «Dove te ne
vai, forestiero?».
Cristoforo rispose: «Vado cercando il Diavolo, perché voglio che diventi mio
signore e padrone».
Il cavaliere si tolse il cappuccio e disse: «Io sono colui che cerchi».
La vista fu terribile: il nero cappuccio aveva svelato sembianze caprine. Il
mostruoso cavaliere aveva occhi di brace e dal naso uscivano lingue di fuoco.
Cristoforo, per nulla spaventato e con la mansuetudine e la mitezza di sempre, si
rallegrò di aver trovato il re che cercava e si mise a servizio del Signore del Male.
Usciti dalla foresta, mentre si trovavano a percorrere una lunga strada diritta, si
imbatterono in una croce che svettava maestosa proprio al centro della via. Il
Diavolo, spaventato, lanciò il cavallo al galoppo e deviò da quella via larga e piana
per imboccare un sentiero laterale. Superarono massicci aspri e montagne inospitali,
discesero mulattiere ripide e dirupi scoscesi.
Dopo un lungo peregrinare in su e in giù, ritornarono alla via diritta di prima,
riprendendola poco più avanti da dove l'avevano lasciata.
Allora Cristoforo, meravigliato per quell'assurda cavalcata, chiese: «Perché tanta
paura? Mi hai condotto per monti e dirupi con tanta fatica e ora siamo tornati nella
stessa via...».
Il Diavolo taceva.
«Se non mi dirai cos'è che temi tanto, me ne andrò da te e non sarò più tuo
servitore.»
«Un tale che chiamavano Cristo» confessò il Demonio «fu inchiodato ad una croce
e quando ne vedo una non posso sopportarne la vista. Il terrore mi assale e non mi
resta che fuggire.»
Cristoforo meditò in silenzio, poi disse: «Se tu hai paura di quel Cristo al punto da
temere anche solo il segno della sua croce, io sono stato invano tuo servitore, poiché
questo signore è certamente più grande e più potente di te».
Il buon servo si allontanò per sempre dal Diavolo e ricominciò il suo peregrinare
nella speranza di trovare un giorno Cristo Signore.
Dopo aver a lungo girovagato, giunse alla dimora di un eremita il quale gli parlò di
Gesù Cristo e lo ammaestrò diligentemente sulle vicende della sua Passione Morte e
Resurrezione.
Cristoforo interrogò l'eremita: «Come potrò servire questo Re buono e potente
Signore della vita e della morte?».
«Questo Re che vuoi servire chiede a te il digiuno penitente» disse l'eremita.
E Cristoforo sospirò: «Sono disposto ad ogni servigio per il Re dei re, ma il
digiuno è qualcosa che non posso proprio fare. In cos'altro posso servire Cristo
Signore?».
L'eremita incalzò: «Conviene allora che tu faccia molte orazioni».
«Mio caro eremita» protestò Cristoforo, «io voglio sinceramente servire il Cristo,
ma possibile che Egli mi chieda qualcosa che non conosco affatto? Che sono mai
queste orazioni? Io non penso di poter adempiere a tali servigi».
L'eremita sorrise e disse: «Guarda quel fiume laggiù. Molti, cercando di
attraversarlo, sono morti affogati poiché è alquanto profondo. Tu sei alto e forte come
un ciclope; se volessi sistemarti là dove il fiume è meno profondo e aiutare coloro che
vogliono attraversarlo, faresti certamente cosa assai gradita a Cristo re».
«Ecco un servizio che posso fare!» esultò Cristoforo. «Prometto che da oggi in poi
lo farò con diligenza».
Andò contento verso il fiume e si sistemò in una capanna. Caricava sul collo tutti
quelli che volevano attraversare il fiume e, sorreggendoli sulle spalle possenti e
appoggiandosi a una lunga pertica, li trasportava sull'altra riva.
Una notte, mentre riposava nella sua umile dimora, udì una voce dolce e flebile che
chiamava: «Cristoforo, vieni fuori e aiutami a valicare il fiume».
Subito Cristoforo uscì e, non vedendo chi lo chiamava, tornò dentro.
Dopo poco, udì di nuovo quella voce sottile, quasi di bambino, che chiamava.
Uscì fuori, ma non vide anima viva. Tornato al suo giaciglio, fu chiamato per la
terza volta.
Uscito dalla capanna, nell'oscurità, intravide la sagoma di un bambino, quasi
nascosto da un cespuglio, che lo tirava per la tunica e lo pregava di aiutarlo ad
attraversare il fiume. Cristoforo prese il fanciullo e se lo mise a cavalcioni sulle
spalle, imbracciò la pertica ed entrò nel fiume. Mentre guadava il torrente e l'acqua a
poco a poco cresceva, Cristoforo sentì che il peso del fanciullo gravava sulle sue
spalle come fosse piombo; e quanto più andava oltre, tanto più l'acqua cresceva e
tanto più il ragazzino si faceva pesante. Cristoforo pensò fra sé che non ce l'avrebbe
fatta e aveva timore di cadere con grave pericolo per sé e per il bimbo.
Con fatica riuscì a giungere sull'altra riva del fiume e sfinito pose a terra il
fanciullo.
«Sei uno strano marmocchio» lo guardò Cristoforo con aria interrogativa: «mi hai
fatto correre un grave pericolo. Se avessi saputo che eri così pesante! Mi pareva di
avere addosso tutto il peso del mondo!».
Il bimbetto disse: «Non meravigliarti, Cristoforo: tu hai portato sulle spalle Colui
che ha preso su di sé tutti i peccati del mondo. Io sono il Cristo. Io sono il Re per il
quale sopportasti tanta fatica. E affinché tu sappia che dico il vero, ascoltami bene:
quando sarai tornato sull'altra sponda, prendi il tuo bastone e piantalo in terra a fianco
della capanna; domattina vedrai che avrà messo rami frondosi a cui saranno appesi
fiori e frutti».
Dette queste parole, il fanciullino sparì.
Il buon traghettatore tornò sull'altra sponda del fiume e piantò a terra il suo
bastone. Il mattino dopo, quando si levò, trovò un meraviglioso albero carico di fiori
e frutti.
Cristoforo fu felice di aver potuto servire il Re più grande e potente del mondo e
partì alla volta di terre lontane per convertire gli infedeli.

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