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17 - 01 - 2019

La leggenda di contarape

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la leggenda di contarape


Sui parnasici Sudeti della Slesia abita l'autorevole spirito della

montagna Contarape, che ha reso queste alte montagne più note di
quanto non abbiano fatto i poeti slesiani. Questo principe degli
Gnomi, sulla superficie terrestre controlla solo un piccolo
territorio, ampio poche miglia e circondato da una catena di montagne.
Altri due potenti sovrani, che condividono con lui questo regno, non
vogliono però riconoscere i suoi diritti. Poco sotto la crosta
terrestre comincia invece il territorio su cui regna incontrastato, e
il suo dominio si spinge per ben sessantotto miglia nella profondità
della terra, fino a raggiungerne il centro. Talvolta egli,
sottraendosi alle preoccupazioni del suo regno sotterraneo, viene a
distrarsi sulle montagne, dove si prende gioco degli uomini con gran
baldanza.
Perché, amici, dovete sapere che Contarape è uno spirito potente,
lunatico, turbolento, strano; a volte villano, rude, presuntuoso;
altre orgoglioso, vanitoso, volubile; oggi è un amico affettuoso,
domani è freddo e distante; a volte sa essere bonario, nobile e
sensibile ma decisamente pieno di contraddizioni: stupido e saggio,
tenero e duro, ingenuo e disincantato, cocciuto e malleabile, a
seconda del momento e dell'umore.
Nella notte dei tempi Contarape infuriava già sulle montagne selvagge,
incitava orsi e buoi a combattere gli uni contro gli altri, oppure
spaventava la selvaggina e la faceva precipitare dagli erti picchi
nella valle profonda. Stanco di questa caccia, ritornava poi al suo
regno sotterraneo, dove rimaneva chiuso per centinaia di anni, fino a
che gli tornava la voglia di uscire alla luce del sole, per godersela
sulla terra.
Come si meravigliò una volta al suo ritorno, quando, guardando giù
dalle vette dei Monti dei Giganti, trovò la regione completamente
trasformata! I boschi oscuri e impenetrabili erano stati abbattuti e
trasformati in campi coltivati. Tra le distese di alberi da frutto
spiccavano i tetti di paglia di alcuni paeselli e dai loro camini
usciva un pennacchio di fumo; qua e là, sul crinale della montagna, si
poteva scorgere qualche isolata torre di guardia a protezione della
regione; nei prati pieni di fiori pascolavano pecore e bestiame e dai
boschetti provenivano le dolci melodie dei pifferi.
La novità e la piacevolezza di quella visione ritemprarono lo spirito
del meravigliato sovrano, tanto che non si adirò neppure con questi
coltivatori indipendenti, che senza chiedergli il permesso avevano
fatto tutti quei cambiamenti e vivevano tranquillamente. Decise perciò
di non disturbarli, di non contestare loro nulla e di lasciarli vivere
come un benevolo padrone di casa ospita sotto il suo tetto una rondine
o un passero. Pensò addirittura di far conoscenza con gli uomini,
questa strana specie a metà tra gli spiriti e gli animali, di scoprire
la loro natura e di stringere rapporti con loro. Assunse quindi le
sembianze di un uomo ed entrò in servizio presso il primo agricoltore.
Tutto quello che faceva gli riusciva molto bene e ben presto il
"lavorante Rips" era conosciuto in tutto il paese come il migliore. Il
suo padrone però, crapulone e gaudente com'era, scialacquava quello
che il fedele servo gli faceva guadagnare e non gli era affatto grato
per il gran da fare che si dava. Abbandonò quindi il primo padrone per
entrare a servizio dal vicino, che gli affidò il suo gregge. Il servo
lo custodiva con solerzia, lo portava al pascolo in luoghi solitari e
sulle montagne, dove cresceva l'erba migliore. Sotto la sua tutela
anche il gregge crebbe e si moltiplicò, nessuna pecora precipitò più
dalle rocce, nessuna venne assalita dall'avvoltoio né sbranata dal
lupo. Ma il padrone era uno spilorcio, che non solo non lodava il
fedele servitore come avrebbe dovuto, ma che arrivò persino a rubare
il più bel montone dal gregge, per poi, con la Scusa della perdita,
diminuire il salario del suo pastore. Rips abbandonò quindi anche il
secondo padrone per entrare a servizio presso il giudice, divenendo il
flagello dei ladri e servendo con zelo la giustizia. Il giudice era
però un uomo empio, che usava la legge a suo piacimento e se ne
prendeva gioco. Poiché Rips non voleva diventare uno strumento di
ingiustizia, si licenziò e fu gettato in carcere, da dove però, come
sempre fanno gli spiriti, riuscì a evadere facilmente passando per il
buco della serratura.
Questo primo tentativo di conoscere gli uomini non lo indusse certo ad
amarli; tornò scontento sulle vette, da dove poteva padroneggiare con
lo sguardo i ridenti campi, resi ancor più belli dal lavoro umano e si
meravigliò che madre natura potesse elargire i suoi doni a degli
esseri simili. Ciò nonostante decise di fare un'altra puntatina tra
gli uomini. Questa volta si trovò davanti una affascinante fanciulla
nuda, bella come una Venere medicea, che si accingeva a fare il bagno.
Le sue compagne di giochi si erano distese sull'erba nei pressi di una
cascata, scherzavano e scambiavano affettuose effusioni con la loro
sovrana, in un'atmosfera di spensierata felicità. Questa visione ebbe
un tale effetto sullo spirito della montagna, che dimenticò la sua
diversa natura e le sue peculiarità, desiderando anche per sé il
destino dei mortali e guardando con brama la bella fanciulla della
stirpe degli uomini. Gli organi degli spiriti sono però così delicati
che non riescono a percepire una forte impressione per lungo tempo; lo
gnomo pensò allora di aver bisogno di un corpo, per poter veder con
gli occhi quella bella ragazza e fissarla nella sua immaginazione.
Assunse quindi le sembianze di un corvo e volò su un frassino, che
sovrastava il bacino formato dalla cascata, per godersi la graziosa
scena. Non fu però una buona idea perché si ritrovò a veder tutto con
gli occhi di un corvo e ad avere la sensibilità di un corvo; un nido
di topi di bosco lo attraeva ora più della bella al bagno.
Non appena si rese conto di questo inconveniente, corse ai ripari; il
corvo volò in un cespuglio e si tramutò in un fiorente giovinetto.
Sperimentò così delle sensazioni mai provate in tutto il corso della
sua lunga esistenza: si sentì irrequieto, provava un nuovo slancio e
un potente desiderio verso qualcosa di indefinibile, a cui non sapeva
dare un nome. Un impulso irresistibile lo spingeva verso la cascata,
ma nel contempo provava una forte resistenza, una vaga paura ad
avvicinarsi, nelle sue spoglie umane, alla bella Venere che stava
facendo il bagno; preferì allora rimanere nel cespuglio, da dove
poteva comodamente spiarla.

La bella ninfa era la figlia del faraone slesiano, che regnava allora
in quella regione; costei era solita passeggiare con le ragazze della
sua corte per i boschi montani, raccogliendo fiori ed erbe odorose o
ciliegie e fragole per la tavola paterna. Quando faceva caldo era
solita poi rinfrescarsi alla sorgente nei pressi della cascata. La
visione della bella fanciulla al bagno accese l'amore dello gnomo che
non abbandonò più il luogo, aspettando ogni giorno con impazienza il
ritorno della affascinante ragazza.
Verso mezzogiorno di una calda giornata la principessa tornò alla
cascata. Fu molto stupita di trovare il luogo completamente
trasformato: la volgare roccia era coperta di marmo e alabastro, la
cascata non precipitava con forza irruente dalla ripida parete
rocciosa ma, interrotta da molti scalini, scendeva dolcemente con un
tranquillo sciacquio al candido bacino di marmo, in mezzo al quale
zampillava un allegro getto d'acqua, che ruotando spruzzava ora un
lato, ora l'altro. Margheritine, colchici e il romantico
nontiscordardime crescevano ai margini del bacino; cespugli di rosa si
mescolavano al gelsomino selvatico formando un angolino delizioso.
Lateralmente alla cascata si trovava la duplice entrata a una grotta,
le cui pareti e volte erano coperte di mosaici, rilucenti di una luce
quasi accecante. In diverse nicchie erano stati preparati vari
rinfreschi, dall'aspetto straordinariamente invitante.
La principessa, meravigliata, non credeva ai suoi occhi, e non sapeva
se entrare in questo luogo incantato o fuggire. Era però figlia di
Eva, incapace di resistere al desiderio di vedere tutte quelle
piacevolezze e di assaggiare i deliziosi frutti, che sembravano lì
proprio per lei. Dopo aver mangiato a sazietà e osservato tutto con
somma attenzione, le venne voglia di fare il bagno nella vasca. Ordinò
alle ragazze del suo seguito di fare la guardia e stare all'erta,
affinché nessun occhio indiscreto potesse spiarla e dissacrare la sua
virginale pudicizia.
Ma appena la bella ninfa si calò nella vasca la corrente la inghiottì
e, prima ancora che le giovani del suo seguito facessero in tempo ad
afferrarle i biondi capelli, scomparve. Le fanciulle spaventate si
misero a piangere e lamentarsi, si torsero le mani, pregarono invano
le Naiadi, continuando a camminare intorno alla vasca, mentre lo
zampillo d'acqua le bagnava a intervalli regolari. Ma nessuna di loro
ebbe il coraggio di tuffarsi, salvo Brihild, che si buttò in acqua
pronta a condividere il destino della sua più cara amica. Galleggiò
però sull'acqua come un leggero pezzo di sughero e nonostante tutti i
suoi sforzi non riuscì a immergersi.
Non c'era null'altro da fare che informare il re del triste incidente.
Le ragazze piangenti lo incontrarono sulla via del ritorno, mentre
egli si recava nel bosco con i suoi cacciatori. Il re si strappò le
vesti dal dolore, si tolse la corona dal capo, nascose il volto nel
suo purpureo mantello, pianse e si lamentò ad alta voce della perdita
della bella Emma. Dopo che il suo dolore ebbe trovato un po' di sfogo
nelle lacrime, si fece coraggio e si recò alla cascata per vedere di
persona il luogo dell'incidente. L'incantesimo era sparito, il luogo
era tornato selvaggio, non c'era più né grotta, né vasca di marmo, né
rose, né gelsomini. Il buon re non pensò affatto a un rapimento di sua
figlia per mano di qualche cavaliere errante, poiché cose di questo
tipo non si usavano allora nel paese, e non cercò nemmeno di estorcere
alle compagne una confessione che fosse più credibile della verità.
Credette senza problemi al racconto che gli era stato fatto, pensando
che Thor o Wodan, o qualche altro dio fosse implicato nella vicenda,
quindi proseguì la sua battuta di caccia, consolandosi velocemente
della perdita della figlia. I re terreni infatti non si preoccupano
d'altro che della perdita della loro corona.

L'affascinante Emma intanto non si trovava affatto male nelle mani
dello spirito innamorato. L'annegamento era stato solo una messa in
scena per sottrarre la ragazza al suo seguito e condurla attraverso
una via sotterranea in uno stupendo palazzo, col quale la residenza
paterna non reggeva il confronto. Quando la principessa tornò in sé si
trovò su un comodo divano di raso rosa con un disegno in seta blu. Un
giovane dal bell'aspetto giaceva ai suoi piedi e le faceva un'ardente
dichiarazione d'amore, che lei ascoltava arrossendo. Lo gnomo le
spiegò la sua vera identità e le sue condizioni, le raccontò degli
stati sotterranei che dominava, la condusse attraverso le sale e le
stanze del castello mostrandole tutto lo sfarzo e la ricchezza della
sua dimora. Il palazzo era circondato su tre lati da uno stupendo
giardino, che, con i suoi fiori e i prati ombreggiati, piacque molto
alla ragazza. Gli alberi da frutto erano carichi di mele purpuree e
dorate, i cespugli erano pieni di uccellini che facevano risuonare le
loro diverse melodie. La tenera coppia passeggiava per i vialetti
guardando la luna, e lo gnomo si preoccupava che il fiore sul petto
della sua amata fosse sempre fresco. Pendeva dalle labbra della
fanciulla, ogni sua parola era come nettare: in una vita lunga come
quella di Enone lo spirito non aveva mai goduto ore così intense, come
ora gli venivano concesse dal suo primo amore.
L'affascinante Emma però non era altrettanto felice, una certa
malinconia e un dolce languore le conferivano sì un fascino
particolare, ma lasciavano anche intravedere che i desideri nascosti
nel suo cuore non erano completamente in sintonia con quelli
dell'innamorato. Contarape scoprì ben presto che nonostante tutti i
tentativi di conquistarsi il cuore di Emma con mille favori, l'impresa
era rimasta senza esito. Tuttavia, con la sua ostinata pazienza, non
si stancò di persistere, esaudendo tutti i suoi desideri e tentando di
vincere la sua ritrosia. La sua totale inesperienza in campo amoroso
lo portava a pensare che le difficoltà che si contrapponevano alla
realizzazione del suo desiderio, facessero parte del gioco d'amore,
poiché - come poteva constatare - questa resistenza aveva certo un suo
fascino e tendeva ad aumentare ulteriormente lo sperato trionfo
finale. Eppure, nuovo nello studio degli esseri umani, non aveva la
minima idea di quale fosse la causa reale della ritrosia della sua
amata; egli supponeva che il cuore di lei fosse libero come il suo, e
che quindi potesse appartenergli di diritto, come un possedimento
ancora intoccato appartiene al primo proprietario.
Ma il piccolo gnomo si sbagliava di grosso! Un giovane essere umano,
il principe Ratibor, aveva già conquistato il cuore della dolce
fanciulla. La felice coppia guardava già al giorno in cui la loro
unione si sarebbe realizzata, quando d'un tratto la sposa sparì.
Questo terribile evento tramutò l'innamorato Ratibor in una specie di
Orlando Furioso; abbandonò il suo palazzo e si ritirò schivo in
solitari boschi, a lamentarsi con le rocce della sua disgrazia.
La fedele Emma, nascosta tra le mura del suo grazioso carcere,
sospirava per la pena ma celò i suoi sentimenti nel profondo del
cuore, in modo da non lasciar trapelare niente allo gnomo, sempre
all'erta. Da tempo andava arrovellandosi pensando a un sotterfugio per
raggirarlo e fuggire dalla sua prigione. Dopo alcune notti insonni le
venne in mente un piano che poteva essere degno di un tentativo. La
smise di tormentare il paziente gnomo con la sua freddezza mortale, i
suoi sguardi cominciarono a lasciare qualche speranza, e diventò più
malleabile.
Queste propizie disposizioni d'animo vengono normalmente sfruttate
subito dal sospirante innamorato. Il nostro spirito si accorse
immediatamente, grazie alla sua raffinata sensibilità, del mutamento
avvenuto nella graziosa fanciulla. Un incantevole sguardo,
un'espressione amichevole, un significativo sorriso infiammavano il
suo essere estremamente eccitabile, come il fuoco infiamma l'alcool.
Si rianimò e rinnovò la sua dichiarazione d'amore, che per un po'
aveva taciuto, pregò che gli venisse prestato ascolto e non fu
respinto. Le sue richieste furono ora accolte, tanto che la fanciulla
chiese solo un giorno per pensarci, e lo gnomo felice come una pasqua
fu pronto a concederlo.
Il mattino seguente, allo spuntar del sole, la bella Emma apparve al
suo cospetto ornata da sposa, indossando tutti i suoi monili. I suoi
biondi capelli raccolti erano cinti da una corona di mirto, la
guarnizione del vestito risplendeva di pietre preziose. Accortasi che
lo gnomo le veniva incontro in giardino si coprì castamente il viso
con un lembo del velo. "Divina fanciulla" cominciò a balbettare il
nano "lasciami bere dai tuoi occhi la beatitudine dell'amore e non
negarmi ancora a lungo quello sguardo d'assenso, che mi può far
diventare l'essere più felice del mondo!" Detto ciò cercò di scoprirle
il volto per leggerle in viso la gioia, poiché non aveva il coraggio
di estorcerle una confessione. La ragazza però si avvolse ancora più
stretta nel suo velo e rispose con modestia: "Può forse una mortale
resistere al tuo amore? La tua insistenza ha vinto, te lo confesso, ma
accontentati delle mie parole e lascia che il rossore del mio viso e
le mie lacrime possano rimanere nascosti".
"Perché lacrime mia cara?" le chiese lo spirito inquieto. "Ognuna
delle tue lacrime è una goccia che brucia il mio cuore, voglio essere
corrisposto con amore, non voglio alcun sacrificio."
"Perché interpreti male le mie lacrime?" rispose Emma. "Il mio cuore
apprezza la tua tenerezza, ma paurosi presentimenti lacerano la mia
anima. Una donna non ha sempre il fascino di una giovane amante; tu
non invecchi mai, ma la bellezza terrena è un fiore che appassisce in
fretta. Chi mi assicura che tu continuerai a essere il più tenero, il
più caro, il più servizievole e il più paziente dei mariti, come lo
fosti quando chiedevi la mia mano?"
Lo spirito rispose: "Pretendi pure una prova della mia fedeltà o della
mia ubbidienza, oppure metti alla prova la mia pazienza per poter
giudicare la forza del mio amore irremovibile".
"Sia dunque così!" decise l'esile Emma. "Voglio solo che tu mi
dimostri di essere servizievole. Vai a contare tutte le rape che ci
sono nel campo, ma non cercare di ingannarmi e non sbagliarti nel
contare nemmeno di una unità, perché proprio questa è la prova che mi
dimostrerà la tua fedeltà."
Staccandosi a malincuore dalla sua affascinante amata lo gnomo ubbidì
e cominciò a contare saltellando tra le rape come un medico di un
lazzaretto francese tra i malati. Quando ebbe terminato, per maggiore
sicurezza, ripeté il conteggio, e con gran rabbia scoprì che i conti
non tornavano, quindi si accinse a ricominciare. Anche questa volta
però i conti risultarono sballati; non c'è da meravigliarsi perché un
grande amore può far andare in confusione anche il miglior cervello
matematico!
La scaltra Emma aveva tenuto d'occhio il suo paladino mentre si
preparava alla fuga. Tenne pronta una bella rapa succosa, che in un
attimo tramutò in un cavallo munito di sella e briglie, sul quale
fuggì attraverso brughiere e steppe al di là delle montagne. Il Pegaso
fuggitivo, senza mai inciampare, la cullò sulla sua comoda schiena
fino alla valle di Maien, dove si gettò nelle braccia di Ratibor che
le corse incontro trepidante.
Nel frattempo lo gnomo affaccendato era così assorto nei suoi
conteggi, che non si era accorto di nulla. Con gran fatica gli era
infine riuscito di contar tutte le rape, comprese le più piccole, e
corse dalla sua amata per darle la risposta. Era infatti sicuro di
averle dimostrato, con la sua ubbidienza, di essere il marito più
servizievole e sottomesso, che mai figlia di Adamo avesse dominato con
le sue fantasie e i suoi capricci. Compiaciuto per questo egli tornò
al prato, ma non trovò Emma; corse allora tra gli alberi e i sentieri
del giardino ma dell'amata non vi era traccia; si precipitò allora al
palazzo dove setacciò ogni angolo, chiamandola ad alta voce ma il suo
nome riecheggiava nelle stanze vuote, senza risposta. Allora sospettò
di essere stato preso in giro. Velocemente si liberò delle sue
sembianze umane, si alzò in volo e scorse in lontananza la sua amata
in fuga, proprio nel momento in cui il cavallo stava varcando il
confine. Lo spirito adirato afferrò alcune nuvole, le unì e, con un
tuono roboante, scagliò un fulmine contro la quercia millenaria che
segnava il confine proprio alle spalle della fuggitiva. Più di questo
però lo gnomo non poteva fare, e la nuvola si tramutò in una innocua
nebbia.
Dopo aver attraversato disperato le regioni superiori lamentandosi coi
quattro venti del suo amore sfortunato e dando libero sfogo alla sua
passione tempestosa, fece tristemente ritorno al suo palazzo e vagò di
stanza in stanza riempiendole di sospiri e gemiti. Si recò poi nel
giardino, che aveva ormai perso per lui ogni fascino: lo interessava
solo l'orma del piede della sua infedele amata impressa nella sabbia,
per lui più attraente delle mele d'oro sugli alberi o di qualsiasi
altra meraviglia. Una sensazione di delizioso piacere si risvegliava
in lui in ogni luogo in cui lei era passata o si era soffermata, dove
aveva colto fiori, dove lui l'aveva spiata senza essere visto e dove,
sotto spoglie umane, si era intrattenuto a parlare confidenzialmente
con lei. Poi, dopo aver sepolto per sempre il suo primo amore, sfogò
con una serie di terribili maledizioni tutta la rabbia che aveva in
corpo, e non volle più saperne della razza umana. Prendendo questa
decisione batté per tre volte il piede a terra e il palazzo con tutte
le sue meraviglie si polverizzò. Lo gnomo si ritirò quindi nel suo
regno sotterraneo, che inghiottì la sua rabbia. Se ne tornò al centro
della terra, portando con sé le sue fissazioni e il suo odio.
Nel frattempo il principe Ratibor era occupato a mettere in salvo la
bella Emma, e a condurla in gran pompa alla corte del padre, dove ebbe
luogo il matrimonio e dove divise con lei il trono, costruendo la
città di Ratisbona, che ancora oggi porta il suo nome. La strana
avventura della principessa, la sua fuga coraggiosa con il suo lieto
fine, divenne la favola della regione e fu tramandata di generazione
in generazione per moltissimo tempo. E le signore slesiane trassero
insegnamento dallo stratagemma della scaltra Emma, mandando l'incomodo
marito a contare rape, quando convocavano Pamante. Poiché gli abitanti
di quella regione non conoscevano il vero nome dello spirito gli
affibbiarono il nomignolo di Contarape.

Da sempre gli amanti infelici trovano rifugio nella madre terra. Ma
mentre gli uomini vi giungono per una strada senza ritorno, gli
spiriti hanno il vantaggio di poter riemergere in superficie quando ne
abbiano voglia, dopo aver trovato consolazione o dato libero sfogo
alla loro passione. Per gli uomini invece la via del ritorno è chiusa
per sempre. Lo gnomo indignato abbandonò dunque il mondo, con la ferma
decisione di non ritornarvi mai più. Col tempo però la sua ira si
placò, anche se la sua vecchia ferita impiegò ben novecentonovanta
anni a rimarginarsi. Infine, oppresso dalla noia, accettò la proposta
del suo buffone di corte di fare una gita di piacere sui Monti dei
Giganti. Il lungo viaggio fu compiuto in men che non si dica. In un
baleno egli si ritrovò sul prato dove un tempo c'era stato il suo
giardino e gli ridiede l'antico aspetto. Gli uomini però non potevano
scorgere nulla: i viandanti che attraversavano le montagne non
vedevano null'altro che una zona paurosamente selvaggia. La visione
del giardino gli ravvivò in cuore l'antica passione, ma il ricordo
della fanciulla amata e dell'umiliazione subita riaccese anche la sua
rabbia contro tutta la razza umana. "Razza di vermi" gridò il nano
guardando giù nella valle i campanili delle chiese, i monasteri delle
città e i borghi "siete ancora qui nella valle dunque. Ora mi
ripagherete per i raggiri e le perfidie, vi perseguiterò e vi farò
vedere io di che cosa è capace lo spirito della montagna!"
Non sempre Contarape risarciva con una azione generosa i poveretti che
colpiva con i suoi scherzi. Anzi, a volte, perseguitava gli uomini
solo per il gusto di provocare danni, senza preoccuparsi minimamente
di sapere se la persona da lui presa di mira fosse un lazzarone o un
uomo onesto. Spesso, senza che neanche se ne rendessero conto, si
univa ai viandanti solitari e, facendo loro perdere la strada, li
abbandonava vicino a un burrone o in una palude e se ne andava ridendo
fragorosamente. Spesso azzoppava il cavallo di qualche viaggiatore, o
spezzava una ruota o un asse del carro, oppure faceva cadere davanti
agli occhi dei carrettieri un grosso masso, e loro dovevano spostarlo
sul ciglio con enorme fatica per poter proseguire. Se una carrozza non
riusciva a muoversi, trattenuta da un potere misterioso, e nemmeno la
forza di sei cavalli era sufficiente per spostarla, il carrettiere non
sbagliava certo, pensandosi vittima di uno scherzo di Contarape. Se
però, invece di subire pazientemente, cominciava a inveire contro lo
spirito, ecco che allora un esercito di calabroni innervosiva i
cavalli, una mano invisibile lanciava una pioggia di pietre o
dispensava una sonora bastonata.
Con un vecchio pastore, un uomo molto schietto, Contarape aveva quasi
stretto amicizia, tanto che gli permetteva di recarsi al pascolo col
gregge fino alle siepi del suo giardino, cosa che nessun altro avrebbe
mai potuto fare. Un giorno però il vecchio non prestò sufficiente
attenzione e alcune pecore sconfinarono nel giardino dello gnomo.
Contarape si adirò a tal punto che spaventò il gregge e lo fece
precipitare giù per la montagna. La maggior parte delle pecore si
infortunò, e il pastore si trovò in gravissime difficoltà.
Un medico di Schmiedberg, che era solito raccogliere erbe sui Monti
dei Giganti, aveva avuto anche lui l'onore, pur senza saperlo, di
intrattenere con la sua loquacità da spaccone lo gnomo, che gli
compariva davanti di volta in volta nelle vesti di taglialegna, o in
quelle di viaggiatore, lasciandosi spiegare da questo Esculapio tutte
le sue cure. Talvolta era anche tanto cortese da portargli per un buon
pezzo il pesante fascio di erbe e da informarlo su alcune proprietà
balsamiche ancora sconosciute. Il medico, che si riteneva più esperto
di un banale taglialegna, si infastidì di questo insegnamento e gli
disse risentito: "Il calzolaio deve fare il suo mestiere e il
boscaiolo non deve avere la pretesa di insegnare al medico. Ma visto
che tu te ne intendi così bene, allora dimmi sapientone: che cosa vi
fu per prima, la ghianda o la quercia?". Lo spirito rispose: "Senza
dubbio fu l'albero a venire per primo perché il frutto proviene
dall'albero".
"Stolto" soggiunse il medico "e da dove provenne il primo albero se
non poté nascere dal seme, racchiuso nel frutto?" Il boscaiolo
rispose: "E' davvero una bella domanda, ma è troppo elevata per me.
Anch'io però voglio farvi una domanda: a chi appartiene la terra sotto
ai nostri piedi, al re di Boemia o al signore della montagna?". Così
infatti si faceva chiamare lo spirito, perché il nome di Contarape non
gli era gradito e provocava una scarica di legnate e di lividi.
"Ritengo che questo terreno appartenga al mio signore, il re di
Boemia, perché Contarape è solo un fantasma, uno spauracchio per i
bambini." Non appena ebbe pronunciato queste parole, il taglialegna si
trasformò in un terribile gigante, con occhi di fuoco e gesti
minacciosi, che inveendo terribilmente contro il medico disse con voce
roca: "Eccolo qui Contarape che ti farà vedere come non esiste
spezzandoti le costole!". Lo prese quindi per il collo e lo sbatté
contro alberi e pareti rocciose, poi gli cavò un occhio e lo abbandonò
in quel luogo più morto che vivo, tanto che in seguito il medico non
volle più andare su quelle montagne a raccogliere erbe.

Ma se era così facile giocarsi l'amicizia di Contarape, altrettanto
semplice era conquistarsela.
Un giorno il nostro spirito stava prendendo il sole vicino alla siepe
del suo giardino, quando vide avvicinarsi con gran spigliatezza una
donnetta, che attirò la sua attenzione per lo strano corteo che si
portava dietro. Aveva un bimbo al seno, uno lo portava sulla schiena,
un terzo lo teneva per mano, mentre un ragazzino un po' più
grandicello la seguiva con un cesto vuoto e un rastrello, per
raccogliere erba per il bestiame. "Una madre" pensò Contarape, "è
davvero una creatura speciale, si porta in giro quattro bimbi e
nonostante ciò svolge il suo lavoro senza lamentarsi e poi si porta
anche il peso della cesta: certo che le paga proprio care le gioie
dell'amore!" Facendo queste considerazioni si sentì pieno di
benevolenza e disposto a scambiare quattro parole con la donna. Costei
mise a sedere i suoi bambini sul prato e cominciò a rastrellare un po'
di fronde.
I bimbi però, che si annoiavano, cominciarono a piangere, così la
madre fu costretta ad abbandonare la sua occupazione per giocare e
trastullare i figli. Li prese in braccio saltellando con loro qua e
là, poi, cantando e scherzando, li fece addormentare e se ne tornò al
lavoro. Un attimo dopo le zanzare punsero i bimbi addormentati che
subito ricominciarono la loro sinfonia: la madre non si spazientì,
andò nel bosco, raccolse fragole e lamponi, e attaccò il figlio più
piccolo al seno. Questo trattamento materno piacque moltissimo allo
gnomo. Solo il bimbo che poc'anzi era sulla schiena della mamma non si
lasciava consolare; era un bimbo cocciuto e ostinato, gettava via i
lamponi che la madre premurosa gli porgeva e strillava come un matto.
Infine la donna perse la pazienza ed esclamò: "Contarape, vieni e
mangiati questo bimbo capriccioso!". In un attimo lo spirito comparve
sotto le spoglie di un carbonaro, si avvicinò alla donna dicendo:
"Eccomi qui, cosa vuoi?". La donna si spaventò molto dell'efficacia
delle sue parole, ma si riprese subito, si fece coraggio e disse: "Ti
ho chiamato solo per far tacere i miei bambini, ora che sono
tranquilli non ho più bisogno di te. Ti ringrazio comunque molto per
il tuo aiuto".
"Lo sai" replicò lo spirito "che nessuno mi può chiamare senza venire
castigato? Ti prenderò sulla parola: dammi tuo figlio che me lo
mangio; è tanto che non mi capita un bocconcino così prelibato." Così
dicendo allungò verso il bambino la sua mano fuligginosa.
Come la chioccia quando il nibbio vola alto nel cielo o il volpino va
a caccia in cortile, con un chiocciare impaurito richiama i suoi
pulcini al nido, gonfiando le penne e allargando le ali, pronta a
cominciare un'impari battaglia anche contro il più forte dei nemici,
allo stesso modo la donna si avventò contro la barba del carbonaro e
chiudendo stretti i pugni gridò: "Mostro! Dovrai strapparmi questo mio
cuore di madre dal petto, prima di riuscire a portarmi via il
figlio!".
Contarape non si sarebbe mai immaginato un attacco così coraggioso, e
indietreggiò, non sapendo bene come reagire, perché non aveva mai
fatto una tale esperienza. Sorrise quindi amichevolmente alla donna:
"Non indignarti in questo modo! Non sono un mangiatore di uomini come
tu credi e non voglio fare alcun male né a te né ai tuoi bambini:
lasciami invece il bimbo che piangeva; mi piace, lo tratterò come uno
"junker", lo vestirò di velluto e seta e ne farò un prode giovanotto,
che sarà poi in grado di provvedere al padre e ai fratelli. In cambio
chiedimi tutto il denaro che vuoi".
La madre rispose lesta: "Ah sì, ti piace mio figlio? Bene, e io non lo
vendo per tutto l'oro del mondo, anche se è un diavoletto".
"Stolta!" replicò lo spirito. "Non hai già il fardello di altri tre
figli, che devi faticosamente nutrire e che ti tormentano giorno e
notte?"
"E' vero, ma visto che sono la loro madre devo assolvere il mio
compito. I bambini danno molto da fare, ma sono anche una gioia."
"Bella gioia portarseli in giro tutto il giorno, curarli, pulirli,
sopportare le loro cattive maniere e le loro grida!"
"Perfettamente vero signore! Pero non conoscete le gioie materne:
tutto il lavoro e la fatica sono ripagate da un unico dolce sguardo,
dal tenero riso e dal balbettio delle innocenti creature. Guardate
come si aggrappa a me il piccolo adulatore! Ora è come se non fosse
stato lui a piangere e strillare... Avessi cento mani che vi potessero
sollevare e trasportare e lavorare per voi, figli miei!"
"E tuo marito non ne ha di mani per lavorare?"
"Oh certo! A volte le agita pure e mi capita di sentirle."
Lo spirito sbottò: "Come? Tuo marito ha il coraggio di levare le mani
contro di te? Contro una donna come te? Voglio rompergli l'osso del
collo!".
La donna rispose ridendo: "Allora avreste molti colli da rompere, se
doveste punire tutti gli uomini che mettono le mani su una donna! Gli
uomini sono una brutta razza, per questo da noi si dice che il
matrimonio è un cattivo affare; mi chiedo proprio per quale ragione mi
sia sposata".
"Se sapevi che gli uomini erano una brutta razza, allora è stato
proprio sciocco da parte tua sposarti."
"Può darsi! Ma Steffen era un tipo sveglio, che guadagnava bene, e io
una povera fanciulla senza dote. Venne a chiedermi in sposa, mi diede
un tallero e l'affare fu concluso. In seguito rivolle indietro il
tallero, mentre a me rimase un marito rude."
Lo spirito sorrise e disse: "Forse l'hai reso rude con la tua
caparbietà".
"Quella poi me l'ha già fatta passare da un pezzo! Steffen è piuttosto
avaro, se gli chiedo una monetina strepita adirato per casa come voi
fate sulle montagne, rimproverandomi la mia povertà, e su questo punto
io non posso che tacere. Se gli avessi portato una dote, allora gli
farei vedere io."
"Qual è la professione di tuo marito?"
"E' un venditore di vetrerie, che guadagna faticosamente i suoi soldi,
portandosi in giro per tutta la Boemia i suoi pesanti fardelli. Se
qualcosa si rompe siamo naturalmente io e i bambini a farne le spese;
ma le botte d'amore non fanno male."
"E tu puoi ancora amare un uomo che ti tratta così male?"
"Perché no? Non è forse il padre dei miei figli? Loro sistemeranno
tutto, e ci compenseranno quando saranno grandi."
Dopo il lungo colloquio lo spirito rinnovò la sua proposta di comprare
il bimbo; ma la donna non lo degnò di risposta, raccolse il fogliame
mettendolo nel cesto e vi legò sopra anche il piccolo che aveva pianto
e strillato tanto, mentre Contarape fece per andarsene. Visto che il
peso era però troppo e non riusciva a sollevarlo, la donna lo richiamò
dicendogli: "Visto che vi ho chiamato, fatemi allora il piacere di
aiutarmi a sollevare il cesto, e se volete fare qualcosa per noi,
allora regalate al bimbo che vi è piaciuto tanto una moneta per
comprare un paio di panini; domani poi torna a casa il padre che ci
porterà pane bianco di Boemia". Lo spirito rispose: "Ti aiuto
volentieri a sollevare il tuo carico, ma se tu non mi dai il bimbo, io
non gli regalo proprio nessuna monetina".
"Bene" replicò la donna, e se ne andò per la sua strada.
Più andava avanti e più il cesto diventava pesante tanto che non ce la
faceva a reggerlo e ogni dieci passi doveva fermarsi a prendere fiato.
La cosa non le sembrò possibile e pensò che Contarape le avesse
giocato un brutto tiro e avesse messo dei sassi sotto il fogliame; si
fermò quindi e, appoggiato il cesto, lo ribaltò per controllarne il
contenuto. Ne uscirono solo fronde e fogliame, niente sassi; lo riempì
quindi a metà e raccolse ancora tutto il fogliame che ci stava nel
grembiule. Ma il cesto le sembrò di nuovo troppo pesante e con suo
grande stupore dovette togliere ancora qualcosa. Aveva spesso portato
a casa dei grossi carichi di erba, ma non aveva mai provato una tale
stanchezza. Ciò nonostante, giunta a casa, si occupò anche delle
faccende domestiche, diede il fogliame alla capra e al giovane
capretto, preparò la cena per i figli, li fece addormentare, disse le
sue preghiere e poi cadde contenta in un sonno profondo.
La luce rossastra del mattino e il pianto del neonato che reclamava a
gran voce la sua colazione chiamarono la donna alle sue faccende
giornaliere, togliendola al sonno ristoratore. Per prima cosa si recò,
come sua abitudine, nella stalla col secchio della mungitura. Ma quale
terribile visione si presentò ai suoi occhi! La vecchia capra giaceva
morta stecchita; il capretto invece faceva roteare gli occhi in modo
orribile, allungava la lingua, era in preda a violente convulsioni, e
la morte non avrebbe tardato a coglierlo. Una tale disgrazia non era
mai capitata alla buona donna. Terribilmente spaventata si lasciò
cadere su un mucchio di paglia e, tenendo il grembiule davanti agli
occhi per non vedere il dolore del capretto morente, sospirò
profondamente: "Oh povera me! E adesso che cosa faccio? E che reazioni
avrà mio marito tornando a casa? Ah, tutto è perduto a questo mondo!".
Ma subito dopo si rimproverò per questo pensiero.
"Se le due bestie son tutto quel che hai al mondo" pensò "che cos'è
allora Steffen e che cosa sono i tuoi figli?" Si vergognò della sua
precipitazione.
"Lascia perdere le ricchezze, hai ancora tuo marito e i tuoi quattro
figli. Di latte per il piccolo neonato ne hai ancora e per gli altri
tre bambini c'è acqua in abbondanza nella fontana. Se anche litigo con
Steffen e lui mi picchia in malo modo, non è altro che un triste
momento della vita matrimoniale. Non ho perso comunque nulla. La
raccolta ha ancora da venire e posso andare a mietere, durante
l'inverno poi voglio filare fino a notte fonda, così riusciremo a
comprarci un'altra capra, e una volta che abbiamo la capra non
mancheranno nemmeno i capretti."
Così meditando tra sé e sé, divenne nuovamente di buon umore, si
asciugò le lacrime e si accorse che ai suoi piedi giaceva una foglia,
che brillava chiara come se fosse stata d'oro puro. La sollevò e si
accorse che era anche pesante. Subito si alzò e corse dalla sua vicina
ebrea mostrandole ciò che aveva trovato; costei confermò che era oro e
glielo comprò per due talleri in contanti. Tutto il suo dolore era ora
dimenticato finora la povera donna non aveva mai visto tanti soldi in
una volta. Andò dal panettiere e comprò panini e ciambelle al burro;
comprò anche un cosciotto di montone per Steffen, quando fosse giunto
a casa stanco e affamato, dopo il viaggio. Come corsero incontro i
bimbi sgambettanti alla mamma felice, che portava loro una colazione
tanto insolita! Ella si abbandonò completamente alla gioia materna di
sfamare i suoi bimbi, e ora la sua più viva preoccupazione era quella
di far sparire le bestie, che pensava fossero morte per le arti
magiche di una donna malvagia, e di nascondere la disgrazia al marito
il più a lungo possibile. Il suo stupore superò ogni misura quando,
guardando nella mangiatoia, si accorse che di fogliame d'oro ve n'era
un mucchio intero. Se avesse conosciuto la favola popolare greca,
avrebbe subito capito che il suo bestiame era morto per l'indigestione
di re Mida. Ella immaginò comunque che fosse accaduto qualcosa del
genere, per questo affilò il coltello da cucina, aprì il ventre della
capra e vi trovò dentro un bel grumo d'oro, grosso come una mela;
trovò la stessa cosa anche nel ventre del capretto dove il metallo era
un po' meno, perché l'animale aveva inghiottito meno foglie.
La sua ricchezza era ora illimitata, ma cominciò ad avere anche
pressanti preoccupazioni: divenne irrequieta, paurosa, le venne il
batticuore, non sapeva se doveva chiudere il tesoro nel cassettone o
se doveva seppellirlo in cantina; temeva i ladri e non voleva nemmeno
mettere subito al corrente di tutto quell'avaro di Steffen, perché
aveva paura che, da strozzino qual era, si sarebbe preso tutti i soldi
lasciando al verde lei e i figli. Pensò a lungo a quale fosse il
comportamento migliore, senza però riuscire a trovare una soluzione.
Il parroco del paese era il protettore di tutte le donne oppresse e
non permetteva che i loro villani consorti le maltrattassero,
imponendo delle pesanti penitenze ai mariti violenti, e prendendo
sempre le difese delle donne. Costei si recò quindi dal curato e gli
raccontò tutta l'avventura con Contarape, come le avesse procurato una
grossa ricchezza e quali fossero ora i suoi problemi. Dimostrò anche
la veridicità del suo racconto, mostrando il tesoro che aveva portato
con sé. Il parroco si fece più volte il segno della croce udendo
questa vicenda prodigiosa, ma nel contempo si rallegrò per la fortuna
capitata alla povera donna e, girandosi fra le mani il cappello, cercò
un buon consiglio, perché lei potesse tranquillamente godere del suo
tesoro senza che il tenace Steffen se ne impossessasse.
Dopo aver pensato a lungo disse: "Ascolta me figliola, che ho sempre
un buon consiglio per tutti. Dammi in custodia l'oro e io me ne
prenderò cura, poi scriverò una lettera in italiano, dove si dice che
tuo fratello, che molti anni fa se ne andò in cerca di fortuna,
salpato per le Indie al servizio di Venezia, è morto in quel lontano
paese, lasciandoti in eredita tutti i suoi beni alla condizione che tu
sia tutelata dal parroco del tuo paese, contro le cattive intenzioni
di terzi. Non voglio per me né ricompensa, né ringraziamenti; pensa
solo che devi un ringraziamento alla santa chiesa, per la benedizione
che ti è stata concessa dal cielo e promettimi solo una ricca
pianeta". Questo consiglio soddisfò pienamente la donna, che senza
indugio promise al parroco la pianeta; costui pesò quindi
scrupolosamente l'oro e lo mise nella cassaforte della chiesa, mentre
la donna prese commiato con cuore contento e leggero.

Anche Contarape era patrono delle donne come il buon parroco di
Kirchsdorf, ma con una differenza. Quest'ultimo onorava tutte le donne
perché, come diceva, anche la Santa Vergine era una di loro, ma non
prediligeva nessuna in particolare - cosa che avrebbe potuto rovinare
la sua buona fama. L'altro, al contrario, odiava tutte le donne per
colpa di quella che lo aveva raggirato, anche se a volte si trovava in
una disposizione d'animo più mite, che lo portava a prenderne una
sotto tutela e a essere gentile con lei. Mentre il comportamento della
coraggiosa madre aveva conquistato la sua benevolenza, il rude Steffen
aveva suscitato la sua ira. Gli venne quindi una gran voglia di
vendicare la brava donna giocando al marito un brutto tiro, che lo
spaventasse a tal punto da farlo diventare mansueto e completamente
sottomesso alla moglie. A questo scopo si mise in sella del vento del
mattino, galoppò sopra montagne e valli, spiò come un gendarme tutte
le strade e gli incroci di Boemia, e dove scorgeva un viandante che
portava un fardello gli era subito alle costole, per controllare il
suo carico. Per fortuna nessuno dei viandanti incontrati trasportava
vetrerie, altrimenti, anche senza essere il marito della donna
protetta, sarebbe stato sicuramente vittima della burla di Contarape,
e i danni subiti non gli sarebbero stati risarciti.
Steffen, carico come un mulo, non poté comunque sfuggire alle sue
ricerche. Verso l'ora del vespro lo gnomo vide avvicinarsi un
bell'uomo con un grosso fardello sulla schiena, sotto i cui passi
decisi risuonava il tintinnante carico che portava in spalla. Lo gnomo
in agguato si rallegrò molto non appena lo scorse in lontananza, e lo
riconobbe. Ora era sicuro della sua preda e si accinse a giocargli un
brutto tiro. Steffen ansimando era quasi giunto in cima alla montagna,
gli mancava solo l'ultima salita che conduceva alla vetta e lesto si
dirigeva verso casa, accingendosi a quest'ultima fatica; ma la salita
era assai ripida e il suo fardello molto pesante. Dovette riposarsi
più di una volta, mise quindi il bastone nodoso sotto il cesto,
cercando così di alleggerirne il peso, e si asciugò il sudore che gli
bagnava la fronte. Con le ultime forze riuscì finalmente a raggiungere
la cima della montagna, dove un bel sentiero portava sul crinale. In
mezzo alla strada c'era un abete appena segato e vicino si trovava il
suo ceppo, dritto e ben levigato come il piano di un tavolo,
tutt'intorno cresceva una bella erbetta. La vista di questo luogo fu
tanto allettante per l'uomo stanco sotto il peso della sua mercanzia,
che subito appoggiò il pesante cesto sul ceppo e vi si sdraiò di
fronte all'ombra, disteso sulla tenera erbetta. Qui si mise a contare
il guadagno netto che aveva accumulato questa volta e poté stabilire
che, se non avesse dissipato nulla in casa, dove al cibo e ai vestiti
provvedeva la sua laboriosa moglie, avrebbe avuto abbastanza denaro
per comprarsi un asino al mercato di Schmiedenberg. Il pensiero di
poter caricare un asino e poi camminargli comodamente a fianco era
così consolante in quel momento in cui le spalle gli dolevano per il
peso portato, che come succede, cominciò a fantasticare sul futuro.
"Se riesco a procurarmi un asino" pensò, "troverò presto il modo di
sostituirlo con un cavallo, poi riuscirò a prendermi un campicello. Da
un campo se ne cavano facilmente due, e col passare degli anni si
arriva a possedere un intero maso, allora anche Ilse potrà avere una
gonna nuova."
Stava fantasticando in questo modo, quando Contarape fece sollevare un
forte vento proprio intorno al ceppo, che rovesciò in un batter
d'occhio il cesto di vetrerie, facendo andare tutto in mille pezzi.
Che colpo fu per Steffen! Contemporaneamente gli sembrò di udire in
lontananza una gran risata, ma pensò che fosse stata solo un'illusione
o l'eco delle vetrerie andate in frantumi. Siccome però il vento
sollevatosi poc'anzi non gli sembrava naturale, e quando si guardò
intorno il ceppo e l'albero erano scomparsi, indovinò facilmente a chi
si doveva attribuire la sua disgrazia e cominciò a lamentarsi:
"Dispettoso di un Contarape, che cosa ti ho fatto perché tu mi derubi
del mio pezzo di pane, che mi sono guadagnato sputando sangue? Ah
povero me!". Poi fu preso da un attacco d'ira e cominciò a insultare
terribilmente lo spirito della montagna, per farlo arrabbiare.
"Maledetto!" gridò. "Vieni a strangolarmi, adesso che mi hai tolto
tutto quello che ho al mondo!" In effetti in quel momento le sue
vetrerie rotte gli sembravano più importanti della sua stessa vita;
Contarape però non si fece né sentire, né vedere.
Steffen dovette decidersi a raccogliere perlomeno i pezzi, nella
speranza di poterne scambiare qualcuno con vetrerie nuove, per
cominciare a rifarsi il campionario. Sprofondato nei suoi pensieri
come un armatore al quale l'oceano ha inghiottito l'intera barca,
cominciò a scendere dalla montagna con aria triste e abbattuta, ma
cominciò anche ad almanaccare su come avrebbe potuto trovare un
risarcimento per il danno subito e riavviare il suo commercio. Allora
gli vennero in mente le capre, custodite dalla moglie in stalla.
Sapeva però che la donna le amava quasi come i suoi figli e con le
buone non sarebbe mai riuscito a strappargliele. Decise allora di non
dire nulla della sua perdita alla moglie e non solo: invece di far
ritorno a casa durante il giorno, pensò di arrivarvi di notte, di
prendere di nascosto le capre da portare al mercato di Schmiedenberg,
e con i soldi ricavati dalla vendita comprare poi la merce nuova.
Tornando poi a casa avrebbe litigato con la moglie e l'avrebbe
rimproverata per essersi lasciata rubare le capre durante la sua
assenza.
Con questa intenzione ben premeditata l'infelice si nascose in un
cespuglio nei pressi del paese, e aspettò con impazienza la mezzanotte
per poi derubare se stesso. Al battere della mezzanotte si mosse,
scavalcò la bassa porta del cortile, la aprì dall'interno e con il
batticuore si diresse verso la stalla delle capre; aveva paura di
venir scoperto dalla moglie. Al contrario del solito la stalla era
aperta. La cosa lo stupì molto ma nel contempo lo rallegrò, perché
quella dimenticanza avrebbe dato fondamento alla sua accusa. Nella
stalla però trovò tutto deserto e silenzioso: nessun essere vivente,
nessuna traccia né della capra, né del capretto. Spaventato pensò che
un ladro più esperto lo avesse preceduto, perché una sventura viene
difficilmente da sola. Sgomento si accasciò sul fieno e sprofondò
nella più cupa tristezza, visto che anche l'ultimo tentativo per
riavviare il suo commercio era miseramente fallito.
Intanto la laboriosa Ilse, dopo aver lasciato il parroco, era tornata
a casa e contenta aveva preparato una bella cenetta per il marito,
invitando anche il curato che avrebbe portato una buona bottiglia di
vino, e nel corso della cena, quando Steffen si fosse un po'
vivacizzato, lo avrebbe messo al corrente dell'eredità toccata alla
moglie e delle condizioni alle quali poteva venirne in possesso.
Quando fu ora di cena la donna cominciò a sbirciare fuori della
finestra, per vedere se il marito arrivava; impaziente si recò anche
alle porte del paese per cercare di scorgerlo in lontananza e, non
vedendolo arrivare, cominciò a preoccuparsi. Al calare della notte le
preoccupazioni la seguirono nel suo letto. Il risultato fu che non
riuscì a chiudere occhio cadendo in un sonno agitato solo verso il
mattino.
Il povero Steffen era intanto nella stalla non meno oppresso e
disperato. Era in uno stato così pietoso che non aveva quasi il
coraggio di bussare alla porta. Infine si fece coraggio, bussò molto
avvilito e chiamò: "Moglie mia svegliati e apri a tuo marito!". Non
appena Ilse sentì la sua voce saltò giù veloce dal letto, come una
lesta capriola, aprì la porta e lo abbracciò contenta; costui però
reagì molto freddamente alle sue carezze e si gettò di cattivo umore
sulla panca. La donna fu toccata dal dolore del marito e gli chiese
sgomenta: "Che cosa ti tormenta, mio caro? Che cos'hai?". Egli rispose
solo con sospiri e lamenti, ma lei insistette e il marito, che aveva
bisogno di sfogarsi, non riuscì a nasconderle a lungo l'accaduto.
Sentito che era stato Contarape a giocargli il brutto tiro, la donna
capì subito che l'intenzione dello spirito era buona e non poté fare a
meno di ridere, cosa che Steffen, se non fosse stato così abbattuto,
le avrebbe fatto certamente pagare.
Il marito, che della faccenda non aveva capito nulla, chiese poi
impaurito alla moglie che fine avessero fatto le capre. Questa domanda
indusse Ilse a nuovo riso, perché in essa vi era la prova che Steffen
aveva già spiato dappertutto.
"Che t'importa delle mie bestie?" gli chiese. "Non hai ancora chiesto
dei bambini! Le capre sono fuori al pascolo. Non lasciarti abbattere
così dal tiro di Contarape; chissà che lui o qualcun altro non ci dia
un qualche risarcimento per ciò che abbiamo perso."
"Allora sì che puoi aspettare!"
"Non farla così tragica" replicò la donna. "Spesso capitano cose
insperate. Su, fatti coraggio Steffen! Non hai più le tue vetrerie e
io non ho più le mie capre: abbiamo però quattro figli sani e quattro
braccia forti per nutrirli, la nostra ricchezza è tutta qui."
"Oh, che Dio abbia pietà di noi" sospirò il marito sconsolato "se
anche le capre non ci sono più allora i nostri quattro figli li puoi
subito annegare, perché io non sono assolutamente più in grado di
nutrirli."
"Ma lo posso fare io" replicò Ilse.
A queste parole fece il suo ingresso in casa il parroco, che aveva
origliato dietro alla porta tutta la conversazione. Prese dunque la
parola tenendo una predica a Steffen e spiegandogli che l'avarizia è
la radice di tutti i mali; dopo averglielo fatto ben capire gli
raccontò anche della ricca eredità della moglie, tirò fuori la lettera
e tradusse al marito che il parroco di Kirchsdorf aveva avuto
l'incarico di esecutore testamentario e aveva già ricevuto in custodia
il lascito.
Steffen se ne stava lì interdetto e non faceva altro che inchinarsi di
tanto in tanto, quando menzionando la Serenissima Repubblica di
Venezia il parroco sollevava in suo onore il cappello. Dopo essersi
ravveduto, il marito cadde nelle braccia della moglie, facendole una
seconda dichiarazione d'amore, appassionata come la prima, che Ilse
accettò di buon grado, nonostante sapesse che era mossa da motivi
d'altra natura. Da quel momento Steffen divenne il più duttile e il
più servizievole dei mariti, un padre amorevole per i suoi bambini e
anche un oste laborioso e ordinato, che odiava l'ozio.
Il retto parroco cambiò via via l'oro in sonanti monete, compro un
maso dove Ilse e Steffen vissero e lavorarono per tutta la loro vita.
L'eccedenza la diede a prestito dietro interesse e amministrò il
capitale della sua protetta così scrupolosamente come amministrava i
beni della chiesa, non pretendendo altra ricompensa se non una
pianeta. Ilse gliene fece fare una così sfarzosa che era degna di un
arcivescovo.
Dal tempo in cui la buona madre Ilse ottenne un regalo tanto prezioso
dallo gnomo, di lui non si seppe più nulla. Il popolo però mantenne
vivo il suo ricordo con mille leggende meravigliose, che la fantasia
delle donne, riunite nelle sere invernali, filava ampie e ricche;
erano però tutte invenzioni, raccontate soltanto per passare il tempo
e divertirsi.

 

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