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21 - 09 - 2019

I cirmoli di Rudo

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i cirmoli di rudo

 

 

Ci sono quattro cirmoli in Rudo, attorno ad un sasso, scarni e
contorti, con le braccia ramose tese al cielo; sono vivi nel loro
legnoso tormento, in mezzo ai larghi pascoli dell'alta Alpe di Fanes e
di Senes.
Al margine di circhi selvaggi, dai fondali lavorati ed incisi da
scomparsi ghiacciai
Quattro cirmoli in Rudo, dentro i pascoli delle armente dei pastori
marebbani.
Salivano a giugno dai masi quieti di Marebbe con scampanare di mucche
pezzate e la terra, la neve, la lavina avevano interrato i termini,
non si vedono più pietre dove mano di uomo incise una croce, tra
l'innumere affiorare di sassi.
Litigavano, tra marebbani ed ampezzani sui termini dei pascoli.
Un giorno va sull'alpe il marigo della Regola di Ampezzo per mettersi
d'accordo con quello della Regola di San Virgilio.
Quello di San Virgilio, irsuto come orso delle caverne dal petto e
dalla barba rossa e quadrata, parlava pacatamente, ma sapeva quel che
voleva. Tutta la Val Salata, giù, fino allo slargo delle sorgenti del
Boite, secondo lui apparteneva a Marebbe. Aveva delle buone ragioni
per rivendicarla.
Il marigo ampezzano ascoltava. Mica stupido esso era, anzi di forza
pari all'avversario; questo giovane nero e tarchiato che, dagli occhi
scuri, bruciati da strano fuoco selvatico, scrutava l'avversario di
Marebbe.
Stizza, amore del suo paese, della "sua" terra, attaccamento alla
mandria della comunità lo ardevano.
Ribatteva con forza compressa. Non cedeva, no.
Discussero a lungo ed il sole calava dietro le Laviniores in quella
lontana primavera, dietro chiazze di neve.
Calava e bisognava decidere; dice il marigo di Marebbe, con un
risolino, dice: "Quel masso è il termine. Sempre lo fu. Fate spostare
verso la "monte" quel masso. Se ci riuscite, davvero. Dove arriverete
a portarlo, là resta il termine".
Sorrideva il marigo di Marebbe di fronte al masso enorme, che nessuna
forza umana poteva spostare.
Quello ampezzano taceva, non disse nulla. Solamente: "Sanin da po"
disse, come dicono loro per salutare, e vuol dire "ci rivedremo".
Lo disse con correttezza, come si fa tra marighi per bene e se ne
andò.
Il marebbano risalì la Val Salata e si fermò da sua figlia che era
malgara di Senes.
Ed il nero giovanotto di Ampezzo vagò a lungo, non andò a casa. Passò
per la piana di Fosses, via, per aridi altipiani, sui Ciadis, di balzo
in balzo, rocciame, per Croda d'Ancona dove una arcata sfondata dal
demonio fa passare una luna malata.
Terra strana fu sempre questa di Croda d'Ancona. Terra che sa di
guerre di giganti e puzza di putridume di morti gettati al sole dopo
decennali lavine, affiorano un attimo con ridenti fresche carni e si
sfanno nel sole.
E le marmotte fischiano dai cumuli di terra rossa, dalle tane fonde,
sorridenti ed astute fischiano, non cercare di prenderle o di
ucciderle. Forse sono esseri umani di una razza perduta. Lasciale.
Ed attraverso l'arco del Forame passa la luna. Il nero marigo siede
sotto l'arco, pensa ed aspetta sotto l'arco.
Un uomo grande venne a lui dalla montagna ed hanno parlato, a lungo
hanno parlato.
Ma nessuno ha sentito le loro parole, ora solo i cirmoli di Rudo forse
le sanno, sibilano al vento con le braccia ramose.
E vento.
Alla mattina dopo, ben presto, il marigo di Ampezzo saliva con altri
tre quadrati compaesani ed alle sorgenti si posero a lato dell'enorme
sasso che faceva da termine.
Lo sollevarono senza troppa fatica, cominciarono a portarlo su per la
Val Salata.
Salivano ed i grandi corpi di acciaio muovevano ritmicamente le gambe,
piantavano nella via ghiaiosa le suole ferrate. Salivano.
Bello era vederli con quel masso spaventoso che andava avanti.
Instancabili salivano.
Giunti al sommo di Rudo, avanzarono ancora, sicuri e sovrumani: erano
ormai sui prati davanti alla casera di Senes.
E la malgara si fece sulla porta, così bionda e rossa ed ancor molle
di sonno, sgranò i grandi occhi azzurri, terrorizzata e capì subito
cosa significava quel fatto per Marebbe.
Si fece il segno della croce: "In nome di Dio, quelli ci portano via
tutta la "monte"".
Non aveva finito di pronunciare il nome di Dio che il masso cadde e
sprofondò nella terra i quattro uomini di Ampezzo.
Nessuno li vide mai più. Il masso no: restò là. Vi resta ancora, ma vi
crebbero ai lati quattro cirmoli potenti, neri, forti nella scabrosità
del legno, contorti nelle rame dense.
Sono ancora là. I cirmoli di Rudo.
Il termine invece è più basso, al porteletto di Senes.
Ed è un sasso con sopra un segno esile, marcato dal muschio, come un
segno di croce. Non toccarlo, non volerlo rimuovere; non senti da
dentro il sangue qualcosa che dice essere sacro quel sasso ad un Dio
padrone della magra terra che lo regge?

 

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