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17 - 01 - 2019

Il calvario dei pini

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il calvario dei pini


Il  bosco era postato su un massiccio di monte,  che pareva uno spalto

    medioevale, dominatore della valle.
    Alberi dal fusto diritto,  tronchi annosi,  a cui la  natura  rocciosa
    aveva  ceduta  una  forza rude d'eccezione,  trasfondendo nel legno le
    dure consistenze della roccia,  salivano maestosi verso  la  cima,  in
    schiere che, per quanto non ordinate, mantenevano una dignità di folla
    composta e diretta ad uno scopo.
    Per  la  maggior parte erano pini,  ma vi erano anche abeti fronzuti e
    oscuri,  e chiari larici: nel complesso uno dei più bei  boschi  della
    vallata,  radicato sulla natura selvaggia di enormi monoliti, segni di
    chissà quale era passata.
    Questo bosco era il vanto dei Moseri,  una delle più antiche  famiglie
    del luogo,  e soprattutto del più vecchio dei Moseri, che guardava con
    occhi ancor vividi e fieri quella proprietà.
    La parola d'ordine era sempre stata che quel bosco avrebbe  continuato
    ancora  per  cento  anni ed avrebbero dovuto venire per ogni dove,  ad
    ammirarlo, sempre più possente di piante, garrulo di uccelli,  vivo di
    scoiattoli,  nascondiglio sicuro di lepri inseguite,  e sulle cime più
    alte, appoggio di falchi reali dal volo solenne.
    Ma un giorno tutte le cose mutarono e le orecchie del vecchio  udirono
    con terrore,  nella famiglia che si era raccolta come a consiglio, che
    il bosco doveva essere tagliato,  tramutato in un pugno di  carte,  in
    una  somma,  necessaria  all'esistenza dei molti giovani della casata,
    che stavano per iniziare la loro vita di lavoro.
    Dopo la decisione,  il vecchio si era portato sul posto a guardare,  a
    fissare le piante una per una, ad interrogarle quasi nel suo dolore, a
    chiedere  quasi  il  loro parere: perché esse erano cresciute con lui,
    erano vive per lui,  e non si poteva decidere,  senza almeno guardarle
    come in un supremo saluto.
    Poi furono fatte le pratiche necessarie, e, in un'alba fosca, cominciò
    l'eccidio:  sotto  i  colpi  della  scure,  i  tronchi fremevano,  gli
    scoiattoli fuggivano con prodigiosi  salti,  l'aria  recava  il  colpo
    secco e la voce ritmica dell'abbattitore.
    Uno  schianto  e  il  primo  albero  cadde  rovesciato: fra quelli che
    assistevano era il vecchio, e si portò la mano agli occhi e poi guardò
    intorno trasognato.
    Giorno per giorno, ad uno ad uno, caddero i pini, i larici, gli abeti;
    e si era ormai alla fine.
    Il vecchio li aveva assistiti tutti: ne aveva toccato  le  fronde,  li
    aveva  visti  scorticare  e  scivolare  a valle: pensava e sentiva nel
    cuore il rumore continuo della sega di Baselga, che, tutta colpi tutta
    tratti,  tutta stridi,  squadrava e penetrava e riduceva le sue piante
    in lunghe tavole.
    Salutava con gli occhi i carri che scendevano a valle, cigolanti sotto
    il  peso  delle  antenne  migliori,  che  domani sarebbero state forse
    alberi di nave, forse armature di ponti, tutte sparse chi sa dove.
    L'ultima sera si lavorò che annottava: restavano ormai  poche  piante;
    se  ne abbatté ancora qualcuna e poi il vecchio disse: "Basta!  Queste
    della cima lasciamole: saranno un ricordo del nostro bosco!".
    E scesero  alla  strada.  Quando  vi  giunsero  il  vecchio  si  voltò
    lentamente a guardare e il cuore gli tremava.
    Stette  un  momento  come intento a fissare,  poi si curvò lentamente,
    battendosi il petto e si inginocchiò.
    Il massiccio del monte nella sera  avanzata,  si  profilava  nero  sul
    cielo  chiaro,  e  sulla  cima  tre  pini  allargavano  le  braccia  a
    crocebruni sullo sfondo, dove una chiarità lunare pareva un'aureola.
    Era il calvario dei pini

 

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