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17 - 01 - 2019

La fanciulla dalle mani tagliate

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la fanciulla senza mani



 

 

C'era una volta un vedovo che si sposò in seconde nozze: aveva già una
    figlia di primo letto,  e la seconda moglie gliene diede un'altra.  La
    maggiore,  che si chiamava Euphrosine,  diventò così bella che, quando
    passava, tutti si voltavano a guardarla, mentre la sorella era piccola
    e brutta.  La matrigna,  invidiosa della  bellezza  della  figliastra,
    cominciò  a  perseguitarla  approfittando  del  fatto  che  il marito,
    essendo capitano di lungo corso, trascorreva pochissimo tempo a casa.
    Una volta che lui partì per un lungo viaggio,  sua  moglie  tagliò  le
    mani di Euphrosine, la condusse in una foresta lontana, la costrinse a
    salire  su un biancospino alto come un melo e minacciò di ucciderla se
    solo avesse osato scendere.  La crudele matrigna voleva  liberarsi  di
    Euphrosine  perché  sua  figlia rimanesse l'unica erede;  tuttavia non
    aveva il coraggio di lasciarla morire di fame e ogni  otto  giorni  le
    portava  del  cibo.  Facendo salire Euphrosine sull'albero,  le si era
    però conficcata una spina in un ginocchio; la ferita, anziché guarire,
    andò sempre peggiorando,  ed ella fu presto  obbligata  a  rimanere  a
    letto.
    Euphrosine,  che non aveva più niente da mangiare, cominciò a piangere
    e disperarsi,  e proprio allora una gazza venne a portarle  del  cibo.
    Con  la dolcezza Euphrosine addomesticò l'animale,  che da quel giorno
    tornò regolarmente a portarle da mangiare.
    Quando il padre tornò dal viaggio,  fu  sorpreso  di  non  trovare  la
    figlia  maggiore,  e  domandò  alla moglie che cosa le fosse successo;
    ella rispose che Euphrosine era una libertina e se ne era  andata  con
    dei  soldati per seguire l'armata.  Il capitano la cercò a lungo senza
    risultato, e alla fine si rassegnò all'idea di averla perduta.
    Un giorno un soldato,  tornato a casa in licenza,  andò a caccia nella
    foresta,  e  vide  con  sorpresa  i  suoi cani abbaiare ai piedi di un
    biancospino.  Per quanto lui fischiasse e  chiamasse,  loro  restavano
    vicino  all'albero.  Incuriosito si avvicinò e scorse Euphrosine,  che
    era ancora più bella di quando la sua  matrigna  l'aveva  abbandonata;
    come la vide il giovane se ne innamorò.
    "Che cosa fate sulla cima di quest'albero" chiese.
    "Ahimè,  signore,  sono tre anni che sto su questo biancospino,  e che
    vivo grazie a una gazza che mi porta da mangiare."
    "Una gazza?" chiese il giovane tutto sorpreso.
    "Sì,  signore" rispose Euphrosine,  "è soltanto la gazza che mi  porta
    del cibo."
    "E  chi  vi  ha  messo  sulla  cima  di  questo  albero?"  domandò  il
    giovanotto.
    "E' stata la mia matrigna, e penso che abbia fatto credere a tutti che
    io fossi morta."
    "Non resterò a lungo in questo paese" disse il  soldato;  "ma  fino  a
    quando vi rimarrò,  vi porterò io da mangiare,  e parlerò di voi a mia
    madre."
    Tornato a casa,  il soldato raccontò a sua madre di  quella  fanciulla
    senza mani, bella come la Vergine.
    "Ah,  povera  ragazza!"  gridò  la madre.  "Bisogna andare a cercarla:
    figlio mio, prendi la nostra migliore carrozza,  di' a un domestico di
    accompagnarti,  e conducila qui; la sua compagnia mi distrarrà durante
    la tua assenza."
    Il giovane  fece  così  apprestare  una  carrozza  e  andò  a  cercare
    Euphrosine.  Quando  la  trovò gli sembrò ancora più bella della prima
    volta che l'aveva vista.
    "Sono venuto per condurvi al castello" le disse;  "mia madre vuole che
    restiate con lei."
    "Vi  ringrazio molto,  mio bel signore,  ma non voglio più tornare nel
    mondo.  Non ho più le mani e non posso perciò guadagnarmi  da  vivere;
    qui almeno ho una piccola bestia che si occupa di me."
    "Venite da noi,  signorina,  non sarà più la gazza a prendersi cura di
    voi,  ma una serva che farà tutto  ciò  che  vorrete.  Vi  prego,  non
    rifiutate."
    A queste parole Euphrosine acconsenti ad andare al castello;  la madre
    del giovane soldato era entusiasta di quella fanciulla  così  buona  e
    bella:  "Mia  buona  madre,"  disse  il  soldato "non ti annoierai più
    mentre sarò in guerra;  ti ho portato una compagna che ti rallegrerà e
    ti consolerà".
    Il  giovane  dovette ben presto raggiungere l'esercito e restò lontano
    da casa sei  mesi;  in  tutto  quel  tempo  non  fece  che  pensare  a
    Euphrosine,  ma  poiché era senza mani,  non aveva il coraggio di dire
    alla madre che avrebbe voluto sposarla. Al suo ritorno,  tuttavia,  si
    decise e domandò: "Come trovi Euphrosine, madre mia?".
    "E' una ragazza meravigliosa, piena di qualità."
    "Anch'io sono di questo parere e voglio prenderla in moglie."
    Appena   la  madre  udì  queste  parole  gridò  che  non  avrebbe  mai
    acconsentito a prendere per nuora una donna senza mani.
    "Se Euphrosine non diventerà mia moglie io mi  ucciderò!"  replicò  il
    ragazzo. La madre fu così costretta a dare il suo consenso alle nozze,
    ma in segreto cominciò a odiare Euphrosine.  Quando il giovane ripartì
    Euphrosine aspettava un bimbo.  La vecchia cominciò a scrivere  a  suo
    figlio  delle  lettere  piene  di  calunnie sul conto della moglie,  e
    quando lei partorì due gemelli - un maschio e una femmina - la suocera
    scrisse che erano nati un cane e una giovenca. Il ragazzo, infuriato e
    sconvolto,  ordinò di uccidere il cane e la giovenca ma  di  non  fare
    alcun male alla moglie.
    La  suocera  allora diffuse la notizia che Euphrosine era morta,  fece
    costruire una cassa di legno,  vi mise un tronco e fece  celebrare  un
    funerale in memoria della nuora.  Poi,  in gran segreto, sistemò i due
    bambini in una cesta che caricò  sulle  spalle  di  Euphrosine,  e  li
    condusse in un bosco lontano.  Lì giunti minacciò la nuora,  dicendole
    che se avesse osato  uscire  dalla  foresta  l'avrebbe  uccisa  e  poi
    avrebbe abbandonato i due piccoli nel bosco. Dopodiché se ne andò.

 

    Per  tre  giorni  e  tre notti Euphrosine si abbandonò al più profondo
    sconforto. La mattina del terzo giorno,  mentre cercava di far bere il
    bambino  al  ruscello,  tenendolo con i denti,  il piccolo le sfuggi e
    cadde nell'acqua. Alle grida della madre comparve una donna bellissima
    che le ordinò: "Immergi il  tuo  moncherino  nell'acqua!".  Euphrosine
    ubbidì  e  come  d'incanto  le  rispuntò  la  mano e poté afferrare il
    bambino. Un attimo dopo anche la bimba cadde nell'acqua;  seguendo gli
    ordini della donna Euphrosine immerse il secondo moncherino,  recuperò
    anche l'altra mano e riuscì a ripescare la figlia. Ora non era più una
    povera menomata!  La bellissima donna accompagnò quindi Euphrosine e i
    suoi  figli  in  una  grotta  dove  si  trovava  ancora  lo  scheletro
    dell'eremita  che  vi  aveva  abitato,  le  disse  che  la  gazza  del
    biancospino si sarebbe presa nuovamente cura di lei e scomparve.
    Ogni  giorno la gazza portava a Euphrosine tutto ciò che le occorreva:
    pane, acqua,  vestiti e persino del fuoco.  I bambini crescevano bene,
    il  maschio  assomigliava  al  padre mentre la femmina era il ritratto
    della madre.
    Quando il marito di Euphrosine tornò dalla guerra,  la madre gli disse
    che sua moglie era morta di crepacuore, dopo che il cane e la giovenca
    erano  stati  uccisi,   come  lui  aveva  ordinato.   Egli  la  pianse
    moltissimo,  e per distrarsi riprese a cacciare con  degli  amici.  Un
    giorno  andarono  in  una  foresta  lontana e il marito di Euphrosine,
    rimasto un po' indietro,  incontrò i due bambini che,  fatta provvista
    di radici e di legno,  stavano tornando alla grotta.  Egli li guardò e
    notò che la ragazzina aveva gli stessi tratti di Euphrosine.
    "Dove abitate, bambini miei?" chiese loro.
    "In una casetta, piuttosto lontana dal centro del bosco."
    "Mi ci potete condurre?"
    "Sì, signore, volentieri."
    Durante il cammino chiese loro: "Che cosa cercavate nella foresta?".
    "Delle radici per mangiare e della legna per scaldarci."
    In quel momento si accorse di una gazza  che,  portando  qualcosa  nel
    becco, seguiva i bambini.
    "Che uccello è?" chiese allora. "E' senza dubbio addomesticato."
    "E' la nostra nutrice, signore."
    "La vostra nutrice?"
    "Sì, è così che nostra madre ci ha detto di chiamarla."
    Quando arrivarono alla grotta,  egli vide Euphrosine che,  malgrado la
    miseria in cui viveva,  era ancora bella come quando l'aveva lasciata,
    parecchi  anni  prima.  "Ah!" gridò l'uomo.  "Se non vedessi le vostre
    mani, direi che siete mia moglie!"
    Euphrosine gli raccontò tutto, e si fece riconoscere; allora il marito
    esclamò:  "Ah!   Euphrosine,   sono  stato   ingannato,   sono   stato
    ingannato!". Si abbracciarono piangendo, e anche i bambini, vedendo le
    lacrime della madre, piansero.
    L'uomo suonò il suo corno da caccia,  gli altri cacciatori accorsero e
    tutti insieme tornarono al castello;  la gazza  li  seguiva  e  i  due
    bambini  si  voltavano  spesso  a  guardarla.  Qui giunti il marito di
    Euphrosine disse a sua madre: "Ah, madre crudele, riconosci Euphrosine
    e i suoi due bambini?".
    "Figlio mio," rispose "come ha fatto a tornare?  E'  senza  dubbio  un
    miracolo del buon Dio, tanto più che ha anche le mani!"
    "Donna crudele" replicò il figlio, "non ti condurrò nella foresta come
    meriteresti;  ma  ti  terrò rinchiusa in un sotterraneo fino alla fine
    dei tuoi giorni." E così fece,  nonostante le preghiere di Euphrosine,
    che era talmente buona da perdonare anche chi le aveva fatto del male.

 

    Euphrosine  pensava  spesso  a suo padre e alla sua crudele matrigna e
    avrebbe voluto sapere che cosa ne era stato di loro.  Così  un  giorno
    parti con suo marito alla loro ricerca,  e trovò la matrigna costretta
    a letto: la spina che le si era conficcata nel ginocchio il giorno che
    aveva abbandonato Euphrosine nella  foresta,  era  cresciuta  come  se
    fosse  stata  piantata  nella  terra  ed  era diventata grande come un
    albero,  aveva sfondato il tetto della  casa,  e  dall'esterno  la  si
    vedeva  ricoperta  di  fiori  bianchi.  Nessuno  era  mai  riuscito  a
    toglierla.  Quando Euphrosine vide la donna,  ebbe pietà di lei  e  le
    estrasse la spina dal ginocchio; immediatamente la matrigna guarì.
    Il padre di Euphrosine,  che l'aveva creduta morta, fu molto felice di
    ritrovarla viva e sposata e tutti insieme tornarono al castello di suo
    marito. Euphrosine volle condurvi anche la matrigna,  che in fondo era
    stata  indirettamente  la  causa della sua felicità.  Da quel giorno i
    tormenti di Euphrosine finirono ed ella visse  felice,  continuando  a
    fare del bene a tutti.

 

 

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