mod_eprivacy
24 - 05 - 2019

La figlia dell'albero

Valutazione attuale:  / 0
ScarsoOttimo 

 

la figlia dell'albero


Sotto il monte Vajolòn,  che i tedeschi chiamano Rosengarten,  dove la

    vecchia strada da Fassa conduce a Fiè,  si estende il bosco di Nigher.
    Questo  bosco  è grande ed oscuro.  Una volta c'era al suo margine una
    capanna mezzo diroccata,  in cui viveva un raccattatore di resina  con
    sua moglie.  Ambedue erano originari di Tamiòn, nella Val di Fassa, ed
    erano molto poveri. Ciò pesava all'uomo, mentre la donna sopportava la
    dura vita in silenzio e con devozione; ma,  trascorsi tredici anni dal
    giorno  delle  loro  nozze,  ella incominciò a lamentarsi per non aver
    avuto ancora figliuoli.
    "Anche questi ci vorrebbero!" disse l'uomo.  "E che cosa vorresti  dar
    loro da mangiare? Resina o scorza d'albero?"
    "Noi  abbiamo  sempre  trovato  i  mezzi  per vivere" ribatté la donna
    "anche un figlio, perciò, avrebbe potuto vivere con noi."
    Tale discussione si ripeteva spesso fra loro; e andava sempre a finire
    che l'uomo, brontolando, se ne andava nel bosco.
    Una volta la donna andò  in  Fassa,  e,  mentre  la  luce  del  giorno
    cominciava a scemare,  se ne ritornava per il Passo di Costalunga.  Il
    bosco di Nigher appariva già tutto nero,  ma sulle rocce più alte  del
    Rosengarten c'erano i bagliori rossastri del tramonto.  Questa regione
    è abitata da spiriti,  che alcuni ritengono siano spiriti maligni.  Si
    afferma  anche  che  in  essa esiste una sorgente,  dalla quale sgorga
    un'acqua che guarisce qualunque malattia.
    Giunta in questo luogo,  la donna si  sedette  e  disse:  "Ora  voglio
    riposarmi  un poco.  Stamattina ho qui udito ciò che dicevano i fiori:
    ora vorrei udire ciò che hanno da dire le sorgenti".
    E come il mattino avevano parlato i fiori,  così  cominciarono,  nella
    sera,  a  parlare  le sorgenti.  La donna ascoltava con attenzione,  e
    s'imprimeva nella mente ogni parola.  Lentamente riprese  poi  il  suo
    cammino  e nell'oscurità giunse a casa.  Qui raccontò a suo marito ciò
    che avevano detto i fiori e le sorgenti.  L'uomo scosse il capo,  e le
    fece  notare  che  in quel luogo s'aggirava ogni sorta di streghe,  di
    "betéles" e di diavoli, e che ciò che ivi si sentiva era un insieme di
    bugie e d'inganni. Ma la donna,  per nulla spaventata,  il giorno dopo
    incominciò a fare quanto i fiori e le sorgenti le avevano consigliato.
    Erano veramente,  quelli dalla donna ricevuti, consigli un po' strani.
    Un ramoscello di rododendro bianco le  aveva  dapprima  sussurrato  di
    recarsi  nel  bosco e cercare un leggiadro alberello,  rami ed erbe le
    avevano  poi  detto  d'incoronare  ogni  giorno  quell'alberello   con
    ventisette fiori; le sorgenti le avevano ancora consigliato di far ciò
    durante sette estati infine, una grande sorgente, sgorgata fuori da un
    crepaccio  della  roccia,  le aveva gridato che,  giunta la fine della
    settima estate,  ella avrebbe dovuto  con  un'ascia  tagliare  i  rami
    dell'alberello e spaccarne poi il tronco.
    Occorrevano dunque alla donna sette lunghi anni di lavoro per eseguire
    esattamente le istruzioni ricevute.  Dopo lunghe ricerche,  ella trovò
    un alberello che straordinariamente le piacque;  lo abbracciò subito e
    disse: "Alberello mio caro,  ti voglio molto bene e t'incoronerò tutti
    i giorni".
    Fece infatti così.  E l'alberello  crebbe  e  verzicò,  ma  si  veniva
    cambiando  in  modo strano.  Prima esso ebbe molti ramoscelli;  questi
    caddero poi a poco a poco,  e rimasero infine soltanto due  rami,  uno
    dirimpetto  all'altro,  e man mano divennero forti.  Intorno al tronco
    erano,  intanto,  cresciute erbe molto alte,  con sottili e flessibili
    steli.
    Quando  la  settima  estate  cominciò a volgere verso la fine,  ed era
    tempo che la donna tagliasse i due rami,  ella esitò a lungo prima  di
    por mano all'ascia,  tanto s'era venuta affezionando all'alberello. Ma
    quando le giornate cominciarono ad accorciarsi, risolutamente ella dié
    di piglio all'ascia e con un colpo solo abbatté  il  ramo  destro.  Le
    parve  che  l'alberello  avesse  emesso  in  quell'attimo  un  gemito.
    S'allontanò perciò in fretta.  Ma il giorno dopo ritornò e  recise  il
    ramo  sinistro.  Di  nuovo l'alberello gemette.  Spaventata,  la donna
    fuggì via e per molto tempo non ardi ritornare in quel luogo.  Il  suo
    lavoro  doveva  essere  intanto  completato,  perché  era  già  venuto
    l'autunno e c'era già nel bosco di Nigher la brina. In una chiarissima
    sera,  in cui le guglie del Rosengarten  splendevano,  rosse  come  il
    fuoco,  sotto  un cielo color verderame,  la donna si fece coraggio e,
    appressatasi ancora una volta  all'alberello,  ne  spaccò  il  tronco.
    L'alberello  gridò  forte  e  cadde in pezzi;  ma dal suo centro venne
    fuori una bambina avvolta in un tessuto finissimo,  nei cui colori  si
    mescolavano  l'argento  chiaro ed il rosso scarlatto.  Stupefatta,  la
    donna raccolse la bambina. I fini panni allora si sciolsero tutti.  La
    donna prese uno dei lunghi,  sottili steli d'erba cresciuti l'intorno,
    lo avvolse più volte attorno  ai  panni  che  proteggevano  la  bimba,
    legandone i capi,  mise poi la piccola nel suo scialletto e s'affrettò
    a tornare a casa.  Giuntavi,  mostrò,  gioiosa,  a suo marito ciò  che
    aveva portato dal bosco.  Stupito, l'uomo contemplò la bimba, la quale
    muoveva un po' le braccine e le gambette e cinguettava ogni tanto  con
    una vocina sottile simile a quella di un uccellino.  Intanto, lo stelo
    d'erba avvolto attorno alla  piccina  s'era  trasformato  in  un  filo
    d'oro.  L'uomo,  accortosi di ciò, subito chiese alla donna: "E questo
    dove l'hai trovato?".
    "Che cosa strana!" esclamò la donna.  "Era un filo  d'erba  ed  ora  è
    diventato d'oro!"
    L'uomo,  eccitato, gridò: "Dove cresce quest'erba? Io voglio cercarla:
    essa è certo un tesoro".
    La donna dovette descrivergli con la massima esattezza  il  luogo  ove
    c'era   stato   l'alberello   e  dove  cresceva  quell'erba  preziosa.
    Immediatamente l'uomo si mise in cammino,  trovò il  luogo  prima  del
    cader  della  notte,  strappò via l'erba fine,  senza lasciarsi dietro
    neppure uno stelo, e la portò tutta a casa.  Ma non sorrise a quel suo
    lavoro la fortuna: l'erba, distesa per terra, non si trasformò in oro,
    ma  in  paglia.  Irritato,  l'uomo  la buttò nel fuoco e si coricò per
    dormire.

    Passarono gli anni; la bimba crebbe alta e, a poco a poco, divenne una
    bella fanciulla.  La chiamarono Borina perché era venuta fuori da  una
    "bora" (da un tronco,  cioè,  d'albero). I genitori adottivi l'avevano
    allevata con cura, perché ella era forte, intelligente e laboriosa, e,
    nonostante la grande miseria,  era sempre lieta.  Così per lungo tempo
    sarebbero  ancora  vissuti  in  pace,  se  inaspettatamente  la  madre
    adottiva  della  fanciulla  non  fosse  morta.  L'uomo  e  la  ragazza
    seppellirono la morta non lontano dalla capanna,  nel grande ed oscuro
    bosco di Nigher.
    Da quel triste giorno in poi  Borina  non  ebbe  più  ore  felici.  Il
    vecchio   diventava   sempre  più  malcontento  e  stizzoso,   sebbene
    s'addossasse di solito anche il lavoro di lui, oltre il proprio,  ella
    non  riusciva  mai ad accontentarlo.  Borina non poteva,  fra l'altro,
    chiamarlo più "padre", per evitare ch'egli,  sprezzante,  ridesse e le
    facesse   notare  ch'egli  non  era  un  tronco  d'albero.   Egli  non
    tralasciava occasione alcuna per litigare con lei, e quando ella, alla
    fine di una giornata di lavoro,  voleva andarsene a riposare,  trovava
    sempre qualche altro lavoro da ordinarle.
    Un pomeriggio Borina era andata nel bosco a raccogliere legna.  Grosse
    nuvole temporalesche s'addensavano sopra  le  cime  della  catena  del
    Rosengarten,    diventando   sempre   più   minacciose.   Il   vecchio
    raccattaresina sedeva dinanzi alla sua capanna e pensava soltanto  che
    presto scoppierebbe un brutto temporale.  Prima del temporale,  scese,
    invece,  dalle rocce un uomo alto e scarno,  completamente vestito  di
    verde,  con in testa un cappello adorno di un'aguzza penna rossa. Egli
    si diresse verso la capanna del vecchio, salutò questo e gli disse che
    voleva sposare  sua  figlia.  Il  vecchio  fu  subito  contento  della
    proposta,  ma  credette  opportuno far notare ch'egli non era il padre
    della ragazza, ma l'aveva soltanto allevata.
    "Tanto meglio!" rispose l'uomo vestito di verde.  "Vi darò  una  bella
    somma e prenderò la ragazza."
    "Essa è andata nel bosco" disse il vecchio.
    "Lo so" rispose l'altro;  e, andatosi a sedere accanto al vecchio, sul
    medesimo suo scanno,  cominciò con lui a discutere  sull'entità  della
    somma  che  avrebbe  dovuto consegnargli.  Quando si furono finalmente
    messi d'accordo,  l'uomo vestito di verde  pagò  con  monete  d'oro  e
    d'argento,  che  il  vecchio  avidamente  intascò.  Dopo  di  ciò,  il
    forestiero s'alzò e  se  ne  andò  nel  bosco.  Sulle  alte  cime  del
    Rosengarten  il tuono brontolava sordamente;  ma la pioggia non veniva
    ancora giù.
    L'uomo  vestito  di  verde  presto  trovò  la  fanciulla,   che  stava
    adoperandosi  a  stringere  in un fascio la legna raccolta.  Egli andò
    verso di lei,  si fermò  e  la  salutò  seccamente.  Quando  s'accorse
    ch'ella lo guardava spaventata e con apprensione, diede in una risata,
    che voleva essere amichevole, e disse: "Ti ho or ora comperata dal tuo
    padre adottivo,  pagando una bella somma;  tu sei perciò adesso la mia
    sposa".
    Borina,  stordita per la meraviglia,  fece un passo indietro:  il  suo
    contegno  lasciava intendere chiaramente che la notizia non era giunta
    gradita.  L'uomo vestito di verde non tenne tuttavia conto di ciò e le
    fece  cenno  di  seguirlo.  La fanciulla lo fissò allora negli occhi e
    disse: "Io non farò mai ciò che tu mi chiedi".
    "La tua opposizione è del tutto  inutile"  rispose  l'altro;  "tu  ora
    m'appartieni,  e  se  ti  ostini nel tuo rifiuto,  perderai ambedue le
    braccia."
    Borina si guardò indietro,  come se volesse scappare;  ma  rimase  poi
    ferma  e perplessa.  L'uomo vestito di verde le si accostò,  la guardò
    con occhi scintillanti e le chiese: "Allora, vuoi venire con me,  si o
    no?".
    "Mai!" rispose la fanciulla.
    Una   smorfia   minacciosa   apparve   allora   sul   viso  dell'uomo;
    contemporaneamente egli tese innanzi le mani con le dita  allargate  e
    fece dei gesti infernali.  Ed ecco che all'improvviso le braccia della
    fanciulla si staccarono dal corpo e  divennero  due  pezzi  di  legno.
    Ella, barcollando, s'appoggiò allora ad un albero e perse i sensi. Su,
    in cielo, brontolò ancora il tuono.
    Quando  Borina,  più  tardi,  rinvenne,  l'uomo  vestito  di verde era
    sparito;  ed ella scorse un cacciatore a cavallo,  che veniva  innanzi
    lentamente per il folto della selva.

    Nella valle di Tires,  era finalmente arrivato nella torre di Falzigh,
    dove risiedeva un'antica nobile famiglia,  un rampollo.  Ma presto  la
    madre  di  questo bambino morì e negli ultimi istanti di vita disse al
    marito che vedeva venire due Fate,  una  buona  ed  una  cattiva,  che
    avrebbero  predetto  l'avvenire  del  figlio;  e  che,  dopo  la  loro
    profezia,  occorreva lasciar vivere il ragazzo liberamente,  perché in
    altro modo egli non avrebbe potuto vivere.
    Il  castellano attese con ansia l'apparizione delle Fate;  ma due anni
    trascorsero senza che queste si lasciassero vedere, tanto ch'egli fini
    col dimenticarsi di loro. Nel terzo anno riprese moglie.  Sette giorni
    dopo le nozze,  a mezzanotte,  le Fate arrivarono nella stanza dove il
    bambino dormiva con la nutrice. La fata buona annunziò ch'egli avrebbe
    sposato la più misera donna del mondo;  quella cattiva predisse  anche
    ciò  che  sarebbe avvenuto più tardi,  e cioè che non avrebbe allevato
    gemelli.
    Stupito,  il padre del bambino riferì quelle profezie a sua moglie,  e
    le chiese come ella ritenesse che si dovessero interpretare.
    "La  più  misera  donna"  ella  disse  "sarà  certamente una "donna di
    legno"."
    "Che cos'è mai?" chiese il marito.
    "Le "donne di legno"" ella replicò "sono creature  che  nascono  dagli
    alberi.  Esse  hanno  molte  buone qualità: sono diligenti,  modeste e
    pacifiche, ma appartengono a gente misera davvero."
    "Non ne ho sentito mai parlare" rispose il castellano "ma  certo  sarà
    come tu dici. E che cosa significa la profezia che parla di gemelli?"
    "Quella  è  oscura"  disse  la  signora "e debbo pensarvi sopra." Indi
    rimase silenziosa,  come se meditasse su intenzioni e piani intorno  a
    cui desiderasse serbare il segreto.
    Rapidi  passarono  gli  anni.  Il giovane divenne grande e forte e ben
    presto la caccia  divenne  la  sua  occupazione  prediletta.  A  piedi
    preferiva  andare  su  per  le pendici del Ciàfaz oppure nella gola di
    Picidèl,  ma quando andava a cavallo,  si  dirigeva  di  solito  verso
    Busolin e poi risaliva il bosco grande ed oscuro di Nìgher. Una volta,
    mentre  girovagava per quel bosco,  incontrò l'infelicissima fanciulla
    rimasta priva di braccia.  Lasciò ch'ella gli raccontasse tutta la sua
    storia,  ed  anche ciò che le era di recente accaduto,  ed ascoltando,
    concepì per la disgraziata una profonda compassione.  Inoltre,  quella
    fanciulla  così  sventurata gli parve meravigliosamente bella.  Mentre
    cavalcava sulla via del ritorno a Falzìgh,  avvertiva entro di sé  una
    gioia senza pari e,  rincasato,  parlò entusiasticamente alla matrigna
    della  fanciulla  di  recente  conosciuta.   La  castellana   comprese
    immediatamente quanto egli ne fosse rimasto colpito,  e,  ragionandone
    più tardi con suo marito,  disse: "Le profezie delle Fate si  compiono
    inesorabilmente. La sposa prescelta dal nostro figliuolo ha perduto le
    braccia   per   opera   di  magia;   eppure  egli  mi  ha  detto  ch'è
    incomparabilmente bella;  la più misera  delle  donne  lo  ha  proprio
    ammaliato!".
    "A ciò noi sapremo ben trovare un rimedio!" esclamò il castellano.  Ma
    tutto fu inutile.  Il giovane cavaliere non si lasciò smuovere dal suo
    proposito e dopo poche settimane aveva già condotto, come sua sposa, a
    Falzigh  la  donna senza braccia.  La matrigna non gli creò difficoltà
    alcuna;  ella disse: "Contro le profezie  delle  Fate  l'uomo  non  ha
    rimedi  efficaci.  Ma bada,  figlio mio,  che se la prima profezia s'è
    compiuta,  anche  la  seconda  si  compirà:  tu  non  potrai  allevare
    gemelli".
    Ed  ancora  una  volta  parve  ch'ella volgesse nella mente occulti ed
    arcani pensieri.
    Il vecchio castellano  dovette  così  subire  il  corso  fatale  degli
    eventi.  Per  suo  figlio  i giorni scorrevano radiosi;  e i tramonti,
    illuminando di rossi bagliori il  Rosengarten,  trovavano  il  giovane
    cavaliere più raggiante che mai.  Raramente ora il giovane si recava a
    caccia; i camosci sul Ciàfaz ed i lupi nell'oscura gola di Picidèl non
    erano mai stati da lui lasciati in pace come ora.
    Un anno era appena passato; il giovane cavaliere sedeva con sua moglie
    presso un balcone,  per ammirare i vaghi colori della sera e godere la
    gran pace che regnava nella campagna;  quando,  ecco,  d'improvviso la
    vedetta  della  torre  fece  udire  gli  squilli  del  suo  corno  per
    annunciare l'approssimarsi di cavalieri sconosciuti.  Erano questi due
    paggi del signore feudale di quei luoghi,  che venivano ad invitare il
    cavaliere a partire per una missione di guerra.
    La  giovane  donna  si  spaventò;  ma  il  marito cercò di consolarla,
    mostrandosi sicuro di poter presto ritornare.
    "Ma che proprio adesso" essa sospirò  "che  proprio  adesso  tu  debba
    partire, è terribile per me."
    Divenne  poi  pallidissima  e  cadde riversa sulla poltrona.  Anche il
    marito non poteva nascondere di essere  molto  commosso;  tuttavia  si
    staccò da lei, montò sul suo più forte destriero e galoppò via coi due
    paggi.
    Qualche giorno dopo la gente del castello di Falzigh contava due nuove
    creature. Ciò spiacque alla suocera della giovane signora.
    "Qui  non  si  desideravano  gemelli"  ella disse,  ricordandosi della
    profezia delle Fate.
    Ma i gemelli crebbero e prosperarono. Passò un anno, ne passarono due,
    ne passarono tre; ed i gemelli già correvano qua e là per il castello.
    Finalmente ancora una volta  risuonò  il  corno  della  vedetta  della
    torre,  ed il giovane cavaliere fece ritorno.  Egli era rimasto sano e
    salvo in mezzo a tutti i pericoli della guerra,  e fu  felicissimo  di
    ritrovarsi  fra  i  suoi  cari.  In  cima  alla  scala del castello la
    matrigna gli venne incontro, lo condusse nelle sue stanze e subito gli
    parlò della nascita dei gemelli e di molte altre cose.  Quando poi  il
    cavaliere si ritrovò con la moglie,  la gioia di lui non fu tale quale
    ella l'avrebbe desiderata, anzi la giovane donna s'accorse che, quando
    gli furono condotti innanzi i due figliuoletti,  egli  non  si  mostrò
    punto contento.
    Qualcosa di oscuro e di minaccioso pareva ora incombesse sulla giovane
    coppia; ma nessuno dei due osava parlarne. Anche i bambini avvertivano
    un  occulto  ed  incomprensibile disagio: stavano molto volentieri col
    nonno e si rincorrevano giulivi per il castello;  ma davanti al  padre
    si sentivano impacciati da una gran soggezione,  e cercavano perciò di
    evitare la sua presenza.
    Tra i due sposi era sorta,  intanto,  una grande freddezza;  e le loro
    relazioni  divenivano  sempre più glaciali.  Di ciò la moglie molto si
    rammaricava;  ma proprio non sapeva come fare per liberare il marito e
    se stessa dall'incubo che li opprimeva. Una sera, infine, il cavaliere
    ruppe il silenzio per indirizzare alla moglie aspre parole.
    Quando  il  mattino  dopo  si  destò,  s'accorse  che Borina aveva già
    svegliato i bambini ed era in procinto di andarsene con loro.
    "Che cosa fai?" le chiese.
    "Dopo aver sentito ciò che ieri m'hai detto" ella  rispose  con  calma
    "non  posso  più  rimanere qui;  sono uscita dal bosco di Nigher e nel
    bosco di Nìgher ora me ne torno;  io sono soltanto  la  figlia  di  un
    albero."
    Egli la guardò sorpreso, ma non pronunziò parola alcuna. Ella spinse i
    bimbi  fuori della porta ed,  insieme con loro,  se ne andò.  Allorché
    senti cigolare il grande portone di sotto,  egli andò  sul  balcone  e
    seguì  la  moglie ed i figliuoli con lo sguardo;  ma non appena vide i
    tre suoi cari allontanarsi ed i bimbi correre  verso  l'estremità  del
    prato, avvertì nel cuore come un tonfo. Avrebbe voluto richiamarli, ma
    giunse  in  quel  momento  accanto  a  lui  la matrigna che gli disse:
    "Lasciali andare,  lascia che tua moglie se ne vada insieme  coi  suoi
    gemelli;  ella  ed  i  suoi  genitori hanno raccolto resina e spaccato
    legna: potranno far ciò anche i suoi gemelli, e si troveranno bene".
    Ma il giovane cavaliere fu di diverso parere.  Riuscì a resistere  per
    sette giorni; ma ordinò poi che fosse sellato il suo cavallo e cavalcò
    verso la valle.  Dopo aver attraversato la gola di Busolìn,  s'internò
    nella foresta di Nìgher,  dove trovò un  boscaiolo,  al  quale  chiese
    varie   informazioni.   Venne   a   sapere   da  lui  che  il  vecchio
    raccattaresina,  che aveva vissuto sull'orlo superiore  del  bosco  di
    Nìgher, sotto il Rosengarten, era morto da lungo tempo.
    Il  cavaliere  continuò  la  sua  strada  e s'inoltrò sempre più verso
    l'interno del bosco.  Nel silenzio profondo senti lo scrosciare  delle
    nevi  disciolte,  che  scendevano  in  torrentelli  dai  crepacci  del
    Rosengarten.  Quando raggiunse  un  punto  elevato,  dove  il  terreno
    boscoso  diveniva  pianeggiante  trovò  la capanna del raccattaresina.
    Essa era abbandonata ed in  tristi  condizioni  ma  si  vedeva  ch'era
    ancora  abitata.  Il cavaliere s'inoltrò ancora di più nella foresta e
    d'improvviso scorse sua moglie  sull'orlo  d'un  oscuro  stagno.  Vide
    anche uno dei suoi bimbi; ma questi, appena lo ebbe scorto, scappò via
    e  si  rannicchiò  nel  cavo  di un albero.  Il cavaliere s'avvicinò e
    s'accorse che Borina s'affaticava a cercar di trarre fuori  dell'acqua
    l'altro bambino,  che vi era caduto dentro.  Egli pensò subito che non
    vi sarebbe riuscita,  perché priva di braccia,  saltò perciò  giù  dal
    cavallo  e  s'affrettò  a  raggiungerla,  ma nel tempo stesso la donna
    s'alzò, e, con gran meraviglia, il cavaliere s'avvide ch'essa aveva il
    bimbo fra le braccia.
    "Io volevo aiutarti!" egli esclamò.  "Ma dimmi: da quanto tempo hai di
    nuovo le braccia?".
    "Da  questo istante" ella rispose.  "Quando il bimbo cadde nell'acqua,
    feci sforzi disperati per salvarlo,  ed in un baleno  mi  crebbero  le
    braccia."
    Il  bimbo  si mosse e cominciò a gridare.  La madre lo posò per terra;
    egli non si era fatto alcun male.  Ora la  donna  si  guardò  intorno,
    cercando l'altro bimbo e, non potendo trovarlo, divenne ansiosa.
    "S'è accovacciato nel cavo di quell'albero" le disse il marito.
    Andarono  insieme  presso  l'albero  e  cercarono  di  tirar  fuori il
    piccino.  Ma l'albero s'era chiuso,  e si sentiva il bimbo cantare con
    voce flebile dall'interno:

    Oh, lasciami qui alla mia sorte!
    Nell'albero sto così bene!

    Per quanti sforzi facessero i genitori non potevano, intanto, giungere
    fino  al  bambino,  perché  l'albero s'era chiuso ermeticamente ed era
    divenuto molto duro.
    Ad un tratto la donna esclamò: "Penso che il bimbo sia ben  custodito;
    crescerà  con  l'albero  e si muterà in foglie ed in fiori;  forse era
    questo, fin dalla sua nascita, il suo destino". Accarezzò poi l'albero
    e lo pregò di essere buono col  suo  bambino.  "Siamo  anche  parenti"
    bisbigliò  "non  dubito  perciò  che  tu avrai la massima cura del mio
    piccolo."
    Il cavaliere  allora  esclamò:  "Comprendo  ora  finalmente  che  cosa
    intendessero  dire  le Fate,  quando dichiararono che non avrei potuto
    allevare gemelli!".  Egli  aveva,  infatti,  sentito  sempre  ripetere
    questa profezia dai suoi genitori.
    Borina non rispose. Sollevò l'altro bambino, che s'era aggrappato alla
    sua gonna,  e gli disse: "Il tuo fratellino è tornato nell'albero e lì
    starà bene; ma tu rimarrai con me".
    Subito il cavaliere  aggiunse:  "Rimarrò  anch'io  con  voi  se  mi  è
    permesso".
    La  moglie  gli  porse  la  mano  e disse: "Ciò che è accaduto è stato
    frutto di un brutto maleficio, contro cui tu nulla potevi fare!".
    Ed il marito replicò: "Sei veramente un angelo;  m'hai tolto  un  peso
    dal cuore".
    Borina non aggiunse parola;  suo marito andò a prendere il cavallo, la
    mise in sella, le porse il bambino e guidò il cavallo,  prendendone le
    briglie.  Presto  ritrovarono il cammino per il quale il cavaliere era
    venuto, e lentamente discesero il monte.  Quando,  giunti nella valle,
    ebbero  varcato  il  ruscello,  là dove il sentiero si biforca,  e più
    ampio si presenta allo sguardo il paesaggio montano,  scorsero le alte
    vette del Rosengarten scintillare nella luce purpurea del tramonto.
    "Senti"  disse  l'uomo "in una sera come questa,  vorrei sedere ancora
    con te sul balcone come quando i paggi vennero a portarmi l'ordine  di
    partire per la guerra."
    Borina annuì in silenzio, sorridendo tranquilla.
    Fecero  una piccola sosta;  continuarono poi il viaggio verso Falzìgh.
    Giunti dinanzi al portone,  si volsero indietro ancora una  volta  per
    abbracciare  con  lo  sguardo  tutto  l'ampio  panorama,  che di li si
    scorgeva, dalla valle al monte.  Era sorta sul Rosengarten una limpida
    falce di luna,  e la lunga catena dentellata, poco prima viva di tinte
    calde  e  splendenti,   si  profilava  oscurissima  contro  il   cielo
    d'argento.  Un  alito fresco spirava dai boschi.  Intanto il castello,
    tutto illuminato dalla luna, sembrava attendesse il loro ritorno,  per
    accoglierli nella sua serenità.

 

condividi questo articolo

Prego registrarsi o autenticarsi per aggiungere un commento a questo articolo.
forse t'interessa anche.....
cerca
Anime e manga streaming
l'angolo del folle