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21 - 09 - 2019

Cannellora

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cannellora


C'era una volta un re colla moglie che non  faceva  figliuoli.  Allora

    lui mandò fuori un bando che diceva: "Chi,  in qualunque maniera, farà
    fare un figliuolo alla regina diventerà il più ricco del regno dopo il
    re;  ma quello che si prova e non  ci  riesce  gli  sarà  tagliata  la
    testa".  Figuratevi  quanti  begli uomini,  principi,  cavalieri vi si
    provarono!  Ma tutti ebbero la disdetta  e  pagarono  colla  testa  il
    piacere d'essere stati colla regina.
    Finalmente  si  presenta  un povero vecchio tutto lacero e dice al re:
    "Maestà, presentatemi alla regina ed io v'insegnerò come si fa ad aver
    figliuoli". Tutti,  vedendolo così vecchio e cadente,  si burlavano di
    lui. Ma il re lo presentò nonostante ciò alla regina.
    Il vecchio,  guardandola appena,  disse al re: "Maestà, fate ammazzare
    il drago marino,  fatene cucinare il cuore da una giovane  vergine,  e
    lei,  soltanto  all'odore,  ingraviderà.  Dopo  che  la giovane l'avrà
    cucinato,  lo mangi la regina e ingraviderà anche  lei,  e  tutte  due
    partoriranno nello stesso momento, ognuna un bellissimo figliuolo". Il
    re  restò  meravigliato,  ma  fece  tutto  quello che gli consigliò il
    vecchio, e la cosa andò per l'appunto come aveva detto.
    Dopo nove mesi quella giovane e la regina partorirono  due  bellissimi
    figliuoli che si somigliavano in tutto. Quello della giovane ebbe nome
    Cannelora e quello della regina Emilio.  I due fratelli si volevano un
    gran bene,  e in principio anche la regina voleva un gran bene a loro.
    Ma  intanto  che andavano crescendo,  cominciò ad avere dispiacere che
    tra suo figlio e quell'altro non ci fosse nessuna differenza; poi ebbe
    anche invidia di quell'altro. Finì col maltrattarlo;  e non voleva che
    suo figlio lo tenesse per fratello.  Ma era inutile;  i due giovinetti
    si volevano un gran bene e la regina si rodeva.
    Un giorno loro si divertivano insieme a  fondere  pallini  da  caccia.
    Emilio  va fuori un momento e la regina si accosta al focolare,  dà un
    colpo di paletta a Cannelora nella testa,  e gli fa una larga  ferita.
    Il povero giovane sta zitto,  s'asciuga il sangue, si fascia la ferita
    e decide di andarsene via per sempre  dalla  casa  del  re  e  cercare
    miglior  fortuna.  Figuratevi  come rimase Emilio,  ritornando!  Volle
    sapere cos'era successo e Cannelora,  colle lacrime  agli  occhi,  gli
    raccontò  tutto e poi disse: "Caro fratello,  la fortuna non vuole che
    viviamo insieme ed io ti debbo lasciare".  Cosa  non  fece  il  povero
    Emilio per trattenerlo!  Ma fu inutile. L'indomani Cannelora piglia il
    suo fucile a due canne,  il suo cane  e  il  suo  cavallo,  chiama  in
    giardino  il suo Emilio e gli dice: "Mio caro fratello,  oggi con gran
    dolore mi debbo separare da te. Ma io ti lascierò un ricordo". Fece un
    buco in terra con un bastone e subito venne fuori uno sprillo  d'acqua
    chiarissima.  Poi  sotto a quell'acqua piantò una mortella.  "Fratello
    mio,  quando vedrai quest'acqua torba e questa  mortella  secca,  sarà
    segno  di  qualche  mio  gran  malanno."  Queste  furono le sue ultime
    parole.  I due  giovani  si  abbracciarono  e  baciarono  piangendo  e
    Cannelora partì.
    Cammina, cammina; un giorno arriva a un bivio. Una delle vie conduceva
    a  un bosco,  che chi v'entrava non ne usciva più,  l'altra in diverse
    parti del mondo.  Dove le due vie si separavano c'era un orto e dentro
    all'orto  due  ortolani  che  litigavano  e  stavano  per  picchiarsi.
    Cannelora entra  nell'orto  e  domanda  loro  perché  litigavano.  Uno
    risponde:  "Io ho trovato due piastre,  e questo mio compagno ne vuole
    una,  perché m'era vicino quando l'ho trovata.  Io non credo che abbia
    ragione".  Cannelora  cavò  fuori quattro piastre dalla sua borsa e ne
    diede due a quello che aveva già trovato le altre due  e  due  al  suo
    compagno.  I  due  ortolani  lo ringraziarono tanto e gli baciarono la
    mano.  Lui se n'andò e s'era messo per la via che conduceva al  bosco.
    Allora  l'ortolano che aveva avuto quattro piastre,  gli gridò dietro:
    "Signorino,  non andate di qui,  ché si va ad un bosco di dove non  si
    vien più fuori. Pigliate quest'altra via".
    Cammina,  cammina;  incontra  de'  ragazzacci  che  perseguitavano coi
    bastoni una serpe.  "Lasciatela andare,  povera bestia!" gridò  lui  a
    quei ragazzacci,  e la serpe poté fuggire.  Ma le avevano già tagliata
    la punta della coda.
    Un giorno Cannelora arriva in mezzo a un bosco grandissimo e  vien  la
    notte.  Faceva  un  freddo  che lui stava per ghiacciare.  Da tutte le
    parti si sentivano gli urli delle bestie feroci.  Lui  si  teneva  per
    morto,  quando  tutto  ad  un  tratto  si vede pigliar per mano da una
    bellissima ragazza che portava un lume e gli  dice:  "Povero  giovane!
    Vieni  a  riscaldarti  e  a  riposare in casa mia".  Cannelora credeva
    proprio di sognare,  e senza poter dire una parola  andò  dietro  alla
    ragazza.  Dopo  che  l'ebbe  condotto in casa sua,  lei gli disse: "Ti
    ricordi d'una serpe che hai salvato dalle mani di  ragazzacci  che  la
    bastonavano?  Quella serpe son io.  Guarda; in segno della punta della
    coda che m'hanno tagliata, ecco qui tagliata la punta del dito mignolo
    della mia sinistra. E ora,  come tu hai salvato me da quei ragazzacci,
    io  salvo  te dal freddo e dalle bestie feroci".  Cannelora non sapeva
    come ringraziarla. Lei gli fece un bel fuoco,  gli preparò la tavola e
    mangiarono  insieme.  Poi  ognuno  andò  in una camera a riposare.  La
    mattina, la fata l'abbracciò e lo baciò, e gli disse: "Va', amico mio.
    Tu soffrirai,  ma verrà un giorno che  staremo  insieme  e  contenti".
    Cannelora non capì cosa volesse dire, ma riabbracciò e baciò la fata e
    partì commosso.
    Arriva in un bosco e incontra una serpe colle corna d'oro.  Lui voleva
    ammazzarla col suo fucile a due canne, ma la serpe girando di qua e di
    là per salvarsi,  se lo tirò  dietro  vicino  a  una  grotta.  Intanto
    scoppia una gran tempesta con tuoni,  lampi, vento, pioggia e grandine
    grossa come uova. Il povero Cannelora fugge col cane e col suo cavallo
    e si ricovera nella grotta vicina  e  accende  un  po'  di  fuoco  per
    asciugarsi. Una serpicina domandò per carità di entrare nella grotta a
    riscaldarsi un poco,  e Cannelora fu contento. Ma lei prima di entrare
    disse: "Io ho paura del cavallo,  del cane e del fucile".  E quel buon
    giovane  ebbe  anche  la  bontà  di  legare  il cavallo e il cane e di
    scaricare il fucile,  e poi disse: "Adesso puoi entrare senza  paura".
    La serpicina entrò e subito diventò un gigante. Con una mano pigliò il
    povero  Cannelora  per i capelli e coll'altra scoperchiò una tomba che
    c'era nella grotta e lo seppellì vivo là dentro.

    Ma cosa faceva intanto suo fratello Emilio?  Da quando  Cannelora  era
    partito non aveva più pace. Un giorno scende nel giardino e vede torba
    l'acqua che suo fratello aveva fatto sprillare e la mortella, piantata
    accanto, secca.
    "Oh  povero  me!  E  accaduta  qualche  gran disgrazia a mio fratello.
    Voglio andar per il mondo a cercare  di  lui.  Voglio  sapere  cosa  è
    accaduto  al  mio caro Cannelora." Né il re,  né la regina lo poterono
    trattenere.  Montò a cavallo e col suo cane avanti e il fucile  a  due
    canne  al  fianco  se  n'andò.  Arrivò al bivio,  dove Cannelora aveva
    incontrato gli ortolani,  e c'era nell'orto quello appunto  che  aveva
    avuto da lui le quattro piastre.  Questo uomo corse incontro ad Emilio
    col cappello in mano e gli disse: "Benvenuto, signorino!  Vi ricordate
    delle quattro piastre che m'avete dato l'altra volta che siete passato
    di  qui?  Vi ricordate che avevate preso una cattiva strada che andava
    al bosco da dove non si  vien  più  fuori,  e  io  v'ho  insegnato  la
    buona?".
    "Sì,  sì,  buon uomo, me ne ricordo" rispose Emilio, che s'era accorto
    che l'ortolano l'aveva preso per Cannelora.  Dunque capì che Cannelora
    era  passato  di  là,  e  venne a sapere anche la via che aveva preso.
    Diede anche lui quattro piastre all'ortolano  e  s'avviò  appunto  per
    quella.  Cammina,  cammina;  arriva  in  mezzo al bosco dove Cannelora
    aveva incontrato quella bella fata che l'aveva condotto a casa  sua  e
    che  era  poi la serpe salvata prima da lui.  Ora lei medesima comparì
    dinanzi a Emilio e gli disse: "Benvenuto l'amico del mio sposo!".
    Emilio maravigliato disse: "Ma chi siete voi, signora?".
    "Io sono la fata che deve sposare il tuo Cannelora."
    "Come,  signora mia,  è vivo ancora  il  mio  Cannelora?  Se  è  vivo,
    datemene   notizie   per   carità,   perché   io   voglio  correre  ad
    abbracciarlo."
    Alla fata venivano le lacrime agli occhi e gli disse: "Cammina;  va' a
    liberare  il  nostro  caro Cannelora che soffre e sta sotto terra.  Ma
    bada bene;  non lasciarti ingannare dalla  serpicina".  E  con  queste
    parole sparì.  Ed Emilio,  colla speranza di salvare il suo amico,  si
    fece anche più coraggio e tirò innanzi.  Arrivò anche lui nel bosco  e
    incontrò  la serpe con le corna d'oro,  e anche lui,  andandole dietro
    per la voglia d'ammazzarla, si trovò vicino alla grotta dove Cannelora
    era chiuso sotto terra.  Venne anche ora la tempesta ed  Emilio,  come
    Cannelora,  si  ricoverò  nella grotta e accese il fuoco.  Eccoti come
    prima la serpicina che domanda di venire a scaldarsi,  e lui  dice  di
    sì.  Ma quando lei venne fuori colla paura che aveva del cavallo,  del
    cane e del fucile, lui che si ricordava di quel che gli aveva detto la
    fata nel bosco,  capì il tiro,  e per risposta piglia il fucile  e  le
    spara  contro due colpi.  E cosa vede?  Invece della serpicina un gran
    gigante disteso per terra morto, con due gran ferite nella testa,  che
    il  sangue  veniva  giù  a  catinelle.  E  si sente intorno tante voci
    gridare: "Aiuto,  aiuto,  anima santa!  E' Iddio che  t'ha  mandato  a
    salvarci". E lui subito apre la tomba e ne vien fuori il suo Cannelora
    e poi tanti principi,  baroni e cavalieri che c'erano sepolti da tanti
    anni e tenuti a pane e acqua.
    Figuratevi con che consolazione s'abbracciarono  Emilio  e  Cannelora!
    Poi  fecero  con tutti quei signori una gran cavalcata e partirono pel
    loro regno.  Passarono per il bosco dove tutti due avevano  incontrata
    quella  fata  che  prima  era  stata la serpe salvata da Cannelora.  E
    questa volta lei stessa venne loro incontro. Era accompagnata da tante
    altre Fate,  con certi visi da innamorare alla prima.  Lei però era la
    più  bella di tutte.  Preso per mano Cannelora,  l'aiutò a scendere da
    cavallo,  poi l'abbracciò e gli disse: "Mio caro,  tutti i tuoi dolori
    sono  finiti.  Tu  mi  hai  salvata  dalla morte ed io voglio renderti
    l'uomo più felice del mondo.  Tu  sarai  il  mio  sposo".  Poi  chiamò
    un'altra fata,  la più bella dopo di lei, e le disse: "Bella fata, va'
    a dare un bacio ad Emilio che vuol tanto bene al mio sposo  e  sii  la
    sua sposa". Poi si voltò a tutte le altre Fate e disse: "Ognuna di voi
    si  scelga uno di questi signori a suo piacere,  gli dia un bacio e si
    faccia sua sposa".
    E così si fece e ci fu uno sposalizio di Fate così  bello,  che  beato
    chi  ci si trovò!  Tutti,  colle loro spose,  tornarono allegramente a
    casa.  E tornarono anche Emilio e Cannelora con gran piacere del re  e
    della regina, che credeva il suo figliuolo già morto e sepolto.
    E si fece festa per tutto il regno e si diede a molte figliuole povere
    i  mezzi  di fare de' bei matrimoni.  Ma io poveretta non c'era e sono
    rimasta con le mani piene di mosche!

 

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