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20 - 03 - 2019

Vassilissa la bella

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vassilissa la bella


In  un  certo reame viveva una volta un mercante.  Visse con la moglie

    dodici anni, ma nacque solo una bambina,  la bella Vassilissa.  Quando
    la  madre  morì  la  bambina  aveva  otto anni.  Sul letto di morte la
    mercantessa chiamò a sé la figlia,  trasse da  sotto  le  coperte  una
    bambola,  gliela diede e disse: "Ascolta piccola Vassilissa! Ricorda e
    adempi le  mie  ultime  parole.  Io  muoio,  e  insieme  alla  materna
    benedizione ti lascio questa bambola; tienila sempre vicina a te e non
    mostrarla  a  nessuno,  e  se  ti  capiterà qualche malanno,  dalle da
    mangiare e chiedile consiglio.  Essa mangerà e ti  dirà  come  tirarti
    fuori dai pasticci". Poi la mamma baciò la figlia, e morì.
    Il mercante soffrì per la morte della moglie,  com'è naturale,  ma poi
    cominciò a pensare di risposarsi.  Era  un  bell'uomo  e  trovare  una
    fidanzata  non  gli  era  difficile;  ma  più di tutte gli piacque una
    vedovella.  Essa era già d'una certa età,  e aveva due figlie sue,  su
    per giù coetanee di Vassilissa;  era dunque un'esperta donna di casa e
    madre. Il mercante la sposò,  ma s'era ingannato,  perché non trovò in
    lei  una buona madre per la sua figliola.  Vassilissa era la più bella
    bambina del paese;  la  matrigna  e  le  sorelle,  invidiando  la  sua
    bellezza,  la tormentavano imponendole ogni più duro lavoro,  affinché
    dimagrisse dalla fatica e diventasse nera nera  sotto  il  sole  e  il
    vento; proprio non la lasciavano vivere!
    Vassilissa  sopportava tutto senza lamentarsi,  diventando ogni giorno
    più bella e più piena,  invece la matrigna e le sue figlie si facevano
    sempre  più  magre  e  più brutte dalla rabbia,  pur standosene sempre
    sedute a far niente, come signore. Come succedeva?  Era la bambola che
    aiutava  Vassilissa.  Altrimenti  come  avrebbe  potuto  cavarsela una
    bambina con tutto quel lavoro?  Perciò Vassilissa magari non  mangiava
    lei,  ma per la bambola metteva da parte il boccone più gustoso;  e la
    sera,  quando tutti erano  andati  a  dormire,  lei  si  chiudeva  nel
    bugigattolo  dove  viveva  e  dandole  da  mangiare  le  diceva: "Toh,
    bambolina,  mangia di cuore e presta orecchio al mio  dolore!  Vivo  a
    casa  dal  mio babbino,  ma per me non c'è nessuna gioia;  la matrigna
    cattiva  mi  perseguita   sin   dall'alba.   Insegnami:   come   debbo
    comportarmi?  e  cosa debbo fare?".  La bambolina finisce di mangiare,
    poi la consiglia, calma il suo dolore, e al mattino tutto il lavoro di
    Vassilissa è fatto; mentre lei riposa al fresco e coglie i fiorellini,
    l'orto è ripulito,  il cavolo preparato,  e l'acqua portata e la stufa
    accesa.   La   bambola   le   mostra   persino   l'erba  che  preserva
    dall'abbronzatura. Era bello vivere con la bambolina.

    Passò qualche anno; Vassilissa crebbe e divenne una ragazza da marito.
    Tutti i giovanotti in paese  gettavan  gli  occhi  su  Vassilissa;  le
    figlie della matrigna invece nessuno le guardava.  La matrigna, sempre
    più cattiva, rispondeva ai pretendenti: "Non darò la più piccola prima
    delle maggiori!" e respinti i giovanotti  sfogava  la  sua  cattiveria
    picchiando Vassilissa.
    Ecco che una volta il mercante dovette star via di casa a lungo, per i
    suoi affari. La matrigna andò a vivere in un'altra casa; dietro quella
    casa  c'era  un  bosco fitto,  e nel bosco,  in una radura,  stava una
    casetta,  e nella casetta viveva  la  "baba-jaga",  (Strega)  che  non
    lasciava  avvicinare  nessuno,  e si mangiava gli uomini come pulcini.
    Trasferitasi nel nuovo paese,  la mercantessa non faceva  che  mandare
    nel  bosco,  ora  per  questo  ora  per  quello,  la povera Vassilissa
    detestata; ma lei tornava sempre a casa, senza che le capitasse nulla:
    la bambolina le indicava la strada e non la lasciava  avvicinare  alla
    casetta della "baba-jaga".
    Venne  l'autunno.  La  matrigna  distribuì a tutte e tre le ragazze il
    lavoro serotino: a una  diede  da  intrecciare  un  merletto,  l'altra
    doveva  far  la  calza e Vassilissa doveva filare;  e tutto secondo le
    regole.  Spense le luci in tutta la casa,  lasciando una candela sola,
    là dove lavoravano le ragazze,  e lei se ne andò a dormire. Le ragazze
    lavoravano Ecco che la candela cominciò a  filare;  una  delle  figlie
    della  matrigna  prese  le  pinze  per raddrizzare lo stoppaccino,  ma
    invece,  per ordine della  madre,  spense  la  candela,  come  se  non
    l'avesse fatto apposta.  "Che faremo adesso?" chiesero le ragazze, "in
    tutta la casa le luci sono spente,  e i nostri doveri non sono finiti.
    Bisogna correre dalla "baba-jaga" e farsi dare un po' di fuoco!"
    "Per me, m'illumina abbastanza la luce che riflette il mio uncinetto!"
    disse quella che intrecciava il merletto, "io non vado."
    "Neanch'io vado" disse l'altra. che faceva la calza, "a me vien chiaro
    dai ferri!"
    "Tocca  a  te  andare  a cercare il fuoco" gridarono entrambe,  "corri
    dalla "baba-jaga"!" e spinsero Vassilissa fuori dalla stanza.
    Vassilissa andò nella sua cameretta,  pose dinanzi alla  bambolina  la
    cena  preparata,  e  disse: "Toh,  bambolina,  mangia di cuore e porgi
    orecchio al mio  dolore:  mi  vogliono  mandare  dalla  "baba-jaga"  a
    chiedere il fuoco; la "baba-jaga" mi mangerà!". La bambola mangiò, e i
    suoi  occhi  luccicarono  come  due  candeline.  "Non temere,  piccola
    Vassilissa!" disse,  "va' dove t'han  mandato,  solo  sta'  attenta  a
    tenermi sempre vicino a te.  Con me accanto,  la "baba-jaga" non potrà
    farti niente." Vassilissa si preparò ad andare,  mise in tasca la  sua
    bambolina e, fattasi il segno della croce, entrò nel folto del bosco.
    Cammina e trema.  D'improvviso scalpita vicino a lei un cavaliere: era
    bianco, vestito di bianco,  e il cavallo era bianco,  e le redini eran
    bianche. Cominciò ad albeggiare.
    Va avanti, ed ecco scalpitare un altro cavaliere: tutto rosso, vestito
    di rosso, su un cavallo rosso. Cominciò a sorgere il sole.
    Dopo  aver  camminato  tutta la notte e tutto il giorno,  solo la sera
    seguente Vassilissa sbucò nella radura dove  stava  la  casetta  della
    "baba-jaga";  lo steccato che l'attorniava era fatto d'ossa umane, sul
    recinto eran piantati  crani  umani,  provvisti  d'occhi;  invece  dei
    battenti,  al  portone,  gambe  umane;  invece di chiavistelli,  mani;
    invece  della  serratura,  una  bocca  con  denti  aguzzi.  Vassilissa
    impietrì  dal  raccapriccio.  D'un  tratto  arrivò un altro cavaliere:
    nero,  tutto vestito di nero,  su un cavallo nero;  galoppò  verso  la
    porta  della  "baba-jaga"  e scomparve,  come inghiottito dalla terra.
    Sopraggiunse la notte.  Ma l'oscurità non durò a  lungo:  in  tutti  i
    crani del recinto si accesero gli occhi, e nella radura fu chiaro come
    in  pieno  giorno.  Vassilissa tremava dallo spavento,  ma non sapendo
    dove scappare restò ferma sul posto.
    Presto s'udì nel bosco un terribile rumore: gli  alberi  scrosciavano,
    le  foglie  secche  scricchiolavano;  uscì dal bosco la "baba-jaga": a
    cavalcioni su  un  mortaio,  l'incitava  col  pestello,  trascinandosi
    dietro  la  scopa.  S'avvicinò  al cancello e annusando attorno gridò:
    "Fu-fu! Sa odore di russo! Chi c'è qui?".
    In preda al terrore Vassilissa s'avvicinò alla vecchia e,  inchinatasi
    profondamente,  disse:  "Sono  io,  nonna!  Le  figlie  della matrigna
    m'hanno mandato a chiederti del fuoco".
    "Bene," disse la "baba-jaga",  "le conosco;  adesso vivi un po' qui  e
    lavora per me,  e allora ti darò del fuoco; se no, ti mangerò!" Poi si
    rivolse al cancello  e  gridò:  "Ehi  voi,  chiavistelli  miei  forti,
    apritevi;  cancelli miei larghi, spalancatevi!". I cancelli s'aprirono
    e la "baba-jaga" entrò fischiando; dietro a lei passò Vassilissa,  poi
    tutto  si  richiuse  di  nuovo.  Entrata  in  camera la "baba-jaga" si
    distese,  e dice a Vassilissa: "Dammi un po' quel che c'è nella stufa,
    voglio mangiare".
    Vassilissa  accese  uno  stecco di legno a quei crani che stavan sulla
    staccionata e cominciò a tirar fuori il cibo dalla stufa e a  porgerlo
    alla  strega,  ce n'era per dieci persone;  portò dalla cantina sidro,
    miele,  birra e vino.  La vecchia mangiò e bevve tutto;  a  Vassilissa
    restò  solo  un  po'  di  minestra di cavoli,  una crosta di pane e un
    pezzetto di porchetta.  La "baba-jaga" si preparò a dormire,  e  dice:
    "Guarda,  domani, quando me ne andrò, tu pulisci il cortile, spazza la
    casa,  prepara il pranzo,  lava la biancheria,  poi  va'  alla  madia,
    prendi  uno  staio  di  grano e puliscilo dal loglio.  E che sia tutto
    pronto, se no ti mangio!". Dopo aver dato quegli ordini la "baba-jaga"
    si mise a russare; allora Vassilissa pose dinanzi alla bambola i resti
    della cena della vecchia, pianse e disse: "Toh,  bambolina,  mangia di
    cuore,  e  porgi  orecchio al mio dolore!  La "baba-jaga" m'ha dato un
    lavoro pesante,  e  minaccia  di  mangiarmi  se  non  l'eseguo  tutto;
    aiutami!".  La  bambola  rispose: "Non temere bella Vassilissa!  Cena,
    prega, e mettiti a dormire; la notte porta consiglio!".
    Al mattino presto Vassilissa si svegliò,  la "baba jaga"  era  già  in
    piedi;  la  bambina  guardò  dalla  finestra:  gli  occhi dei crani si
    spegnevano;  poi apparve il cavaliere bianco,  e  albeggiò.  La  "baba
    jaga" uscì nella corte, fischiò, dinanzi a lei comparve il mortaio col
    pestello e la scopa. Guizzò il rosso cavaliere, e comparve il sole. La
    "baba-jaga"  sedette  sul mortaio e uscì dalla corte,  incitandolo col
    pestello,  trascinando  dietro  la  scopa.   Rimasta  sola  Vassilissa
    ispezionò  la casa della strega,  si meravigliò dell'abbondanza d'ogni
    cosa e rimase perplessa da dove cominciare il lavoro. Guarda meglio, e
    vede che è già tutto fatto; la bambolina stava togliendo dal grano gli
    ultimi semi di loglio.
    "Ah,  tu sei la  mia  salvatrice!"  le  disse  Vassilissa,  "tu  m'hai
    liberato d'ogni pena."
    "Non  ti  resta  che  da  preparare  la  cena,"  rispose  la bambolina
    scivolando nella sua tasca,  "preparala e  riposati,  e  buon  pro  ti
    faccia!"
    A  sera  Vassilissa  apparecchiò  la tavola,  e attese la "baba-jaga".
    Cominciava ad annottare;  dietro il cancello guizzò il cavaliere nero,
    e  fu  buio  completo;  solo  gli occhi dei teschi scintillavano.  Gli
    alberi scrosciarono, le foglie scricchiolarono: arriva la "baba jaga".
    Vassilissa le andò incontro.
    "Fatto tutto?" chiede la strega.
    "Guarda tu stessa,  se vuoi,  nonna!" dice Vassilissa.  La "baba-jaga"
    osservò tutto; s'irritò di non trovar niente da ridire, e disse:
    "Va bene!".  Poi gridò: "Servi miei fedeli, amici sinceri, portate via
    il mio grano!".  Apparvero tre paia di mani che afferrarono il grano e
    lo portarono lontano dai suoi occhi. La "baba-jaga" mangiò, si preparò
    per  andare  a  letto,  e  di nuovo diede ordine a Vassilissa: "Domani
    farai lo stesso che hai fatto oggi,  e in  soprappiù  prenderai  dalla
    madia  i  semi  di  papavero  e li pulirai dalla terra che contengono,
    semino per semino;  chi sa chi è che per rabbia li ha  mescolati  alla
    terra!".  Così  disse  la vecchia,  poi si voltò verso il muro e dormì
    della grossa;  e Vassilissa si mise a rifocillare  la  sua  bambolina.
    Mangiato  che  ebbe,  la bambola le disse come il giorno prima: "Prega
    Iddio e mettiti a dormire; la notte porta consiglio, tutto sarà fatto,
    mia piccola Vassilissa!".
    Al mattino la "baba-jaga" uscì di nuovo dalla corte a  cavalcioni  del
    mortaio,  e  Vassilissa  con  la  bambola fece subito tutto il lavoro.
    Tornò la vecchia, guardò ogni cosa, e gridò: "Servi miei fedeli, amici
    sinceri, spremete olio dai semi di papavero!".  Comparvero tre paia di
    mani,  afferrarono i semi e li portarono via dallo sguardo.  La "baba-
    jaga" si sedette a cenare;  mentre lei  mangia,  Vassilissa  resta  in
    piedi,  silenziosa: "Perché non mi parli.?" dice la "baba-jaga". "Stai
    lì come una muta!"
    "Non oso," risponde Vassilissa,  "ma  se  permetti,  vorrei  chiederti
    qualcosa."
    "Parla,  però  non  tutte  le domande portano buon pro,  molto saprai,
    presto invecchierai!"
    "Voglio chiederti, nonna, solo una cosa che ho visto;  quando venni da
    te  mi  sorpassò  un  cavaliere  su un cavallo bianco,  lui stesso era
    bianco, tutto vestito di bianco, chi è?"
    "Quello è il mio giorno chiaro!" rispose la "baba-jaga".
    "Poi mi raggiunse un altro cavaliere su un cavallo  rosso,  era  rosso
    lui pure, tutto vestito di rosso; chi è?"
    "Quello è il mio bel solicello!" rispose la "baba-jaga".
    "E cos'è il cavaliere nero,  che mi raggiunse proprio sulla tua porta,
    nonna?"
    "Quello è la notte mia tenebrosa. Son tutti e tre miei servi fedeli!"
    Vassilissa si ricordò le tre paia  di  mani,  e  tacque.  "Perché  non
    chiedi ancora?" disse la "baba-jaga".
    "Mi  basta  così;  tu stessa hai detto,  nonna,  chi molto sa,  presto
    invecchia."
    "Bene," disse la "baba-jaga",  "è bene che tu domandi solo di quel che
    hai visto fuori della corte,  e non dentro la corte!  Non amo la gente
    che sparge le chiacchiere fuori di casa, la gente troppo curiosa me la
    mangio!  Adesso domando io: come  riesci  a  fare  il  lavoro  che  ti
    assegno?"
    "Mi aiuta la benedizione di mia madre" rispose Vassilissa.
    "Ah,  è  così?  Vattene  via,  figlia  benedetta;  non  servono a me i
    benedetti!" Trascinò Vassilissa fuori della camera, la spinse al di là
    del cancello,  strappò  dallo  steccato  un  cranio  dagli  occhi  che
    ardevano  e,  infilato  al  bastone,  glielo diede e disse: "Eccoti il
    fuoco per le figlie della matrigna,  portalo.  E' ben per  questo  che
    t'hanno mandato qui".
    Vassilissa si gettò di corsa verso casa, alla luce del teschio, che si
    spense  solo  sul  far del giorno;  finalmente la sera del giorno dopo
    raggiunse la sua casa.  Avvicinatasi al cancello,  essa avrebbe voluto
    gettare  il  teschio;  certo  a  casa non avran più bisogno del fuoco,
    pensa fra sé.  Ma all'improvviso s'udì una voce  profonda  uscire  dal
    teschio: "Non gettarmi via, portami alla matrigna!".
    Guardò  verso  la casa della matrigna e non vedendo illuminata neppure
    una delle finestre, decise di andar là col teschio. Per la prima volta
    le vennero incontro con mille moine e le raccontarono  che  da  quando
    lei  se n'era andata,  non avevano avuto fuoco in casa: loro non erano
    state capaci d'accenderlo,  e qualunque fuoco portato  dai  vicini  si
    spegneva subito,  non appena entravano in camera. "Magari il tuo fuoco
    terrà!" disse la matrigna.  Portarono il cranio nella  camera,  e  gli
    occhi  del  teschio  sembravan  fissare  la  matrigna e le sue figlie,
    ardendo sempre  più!  Quelle  avrebbero  voluto  nascondersi,  ma  non
    sapevano  dove rannicchiarsi: gli occhi le seguivano dappertutto;  sul
    far del giorno erano completamente ridotte in cenere;  solo Vassilissa
    non fu toccata.
    Al mattino Vassilissa seppellì il teschio sotto terra,  chiuse l'uscio
    col catenaccio,  andò in città e chiese a una vecchietta senza parenti
    di lasciarla vivere con lei,  aspettando il ritorno del padre.  E dice
    alla vecchia: "Mi annoio a non  far  niente,  nonna!".  La  vecchietta
    comperò  del  buon  lino;  Vassilissa  si  mise  al lavoro;  il filato
    s'ammonticchiava vicino a lei,  preciso,  sottile come un capello,  ne
    radunò molte matasse.  Era tempo ormai di mettersi alla tessitura,  ma
    non si trovavano telai adatti al filo di Vassilissa,  e nessuno  volle
    fargliene.  Lei cominciò a chiedere alla sua bambolina, e quella dice:
    "Portami qualche vecchio telaio da filare,  e del crine di cavallo,  e
    io arrangerò tutto".
    Radunato  tutto  quel  che  occorreva,  Vassilissa si mise a letto,  e
    durante la notte la  bambola  preparò  un  ottimo  telaio.  Alla  fine
    dell'inverno  la  tela  era  tessuta,  ma una tela così sottile che si
    poteva farla passare attraverso la cruna d'un ago,  come  un  filo.  A
    primavera  la  sbiancarono,  e  Vassilissa  dice alla vecchia: "Nonna,
    vendi questa tela,  e i soldi tienili per te".  La vecchia  guardò  la
    stoffa  e  rimase  senza  fiato:  "No,  figlia  mia,  nessuno potrebbe
    indossare questa tela all'infuori dello zar; la porterò a corte". Andò
    alla reggia, e si mise a camminare avanti e indietro, proprio sotto le
    finestre.   Lo  zar  la  vide  e  le  chiese:  "Ti   serve   qualcosa,
    vecchietta?".  "Maestà,"  risponde  la vecchia,  "ho portato una merce
    rara;  non voglio mostrarla a nessun altro che a te." Lo zar ordino di
    lasciarla entrare da lui,  e quando vide la tela rimase tutto stupito.
    "Quanto ne vuoi?" chiese lo zar.
    "Non ha prezzo, piccolo padre zar! Te l'ho portata in dono."
    Lo zar la ringraziò e la mandò indietro carica di regali.
    Con quella tela si misero a  cucire  delle  camicie  per  lo  zar.  Le
    tagliarono,  ma  non  poterono  trovare una cucitrice che si prendesse
    l'incarico di cucirle.  Cercarono a lungo,  finché lo  zar  chiamò  la
    vecchia  e le disse: "Tu che hai saputo filare e tessere una tela come
    questa, sappi anche cucirne delle camicie".
    "Non io ho filato e tessuto la tela,  o sovrano,"  disse  la  vecchia,
    "questo è lavoro della mia trovatella."
    "Che le cucia lei, allora!"
    Tornata  a casa la vecchia raccontò tutto a Vassilissa.  "Lo sapevo io
    che questo lavoro non sarebbe sfuggito alle mie mani" rispose lei.  Si
    chiuse nella sua cameretta e si mise all'opera;  cuciva senza sosta, e
    presto fu pronta una dozzina di camicie.
    La vecchia le portò allo zar; Vassilissa intanto si lavò,  si pettinò,
    si  vestì e sedette accanto alla finestra.  Se ne sta seduta e aspetta
    cosa accadrà.  Guarda: nel cortile,  dalla vecchia,  arriva  un  servo
    dello  zar;  entra  nella  stanza  e dice: "Lo zar sovrano vuol vedere
    l'artista che gli ha lavorato le camicie,  e ricompensarla con le  sue
    mani di zar". Quando lo zar vide Vassilissa la Bella s'innamorò di lei
    di colpo, da perderne la ragione. "No, bellezza mia!" dice, "io non mi
    separerò  da te;  tu sarai mia sposa." Qui lo zar prese Vassilissa per
    le bianche mani,  la fece sedere accanto a sé e lì si  celebrarono  le
    nozze.  Presto fece ritorno anche il padre di Vassilissa, che fu tutto
    contento di quel matrimonio,  e restò a  vivere  con  lei.  Vassilissa
    prese  con  sé la vecchietta;  e finché visse portò sempre in tasca la
    bambolina.

 

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