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17 - 01 - 2019

La leggenda dell'impiccato e dell'impronta della mula

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La leggenda dell'impiccato e dell'impronta della mula
Vicino al luogo  che  oggi  si  chiama  "Le  Pendu",  l'Impiccato,  al
    limitare del bosco,  si trovava, in tempi molto antichi, il padiglione
    delle Fausses Braies,  dove viveva il guardaboschi Bressonet  con  sua
    moglie e con la sua unica figlia, Esther, soprannominata "la bella del
    bosco".  Un  giovanotto di Cérilly,  Maurice Balijot,  noto per il suo
    coraggio e la sua onestà, faceva la corte alla fanciulla,  che gradiva
    molto  le sue attenzioni.  Anche un giovane taglialegna,  di nome Jean
    Boudart,  aspirava alla  sua  mano,  ma  Esther  non  lo  prendeva  in
    considerazione.  Il  guardaboschi  era  contento  che  Maurice Balijot
    corteggiasse Esther,  mentre cercava di allontanare il  più  possibile
    Jean Boudart, che era considerato un poco di buono.
    Jean  decise  allora  di  vendicarsi  ed  elaborò  un  piano.  Siccome
    Bressonet doveva andare a prendere il denaro con  il  quale  pagare  i
    taglialegna,   il   miserabile   decise   di  seguirlo,   ucciderlo  e
    impadronirsi del denaro,  fare poi ricadere  la  colpa  su  Maurice  e
    sposare Esther.
    E  così fece.  Aspettò il momento propizio e assassinò il guardaboschi
    nel luogo chiamato "Le Pendu".  Maurice,  che quel giorno era andato a
    fare  visita  alla  fidanzata,  era stato visto nei paraggi: fu perciò
    arrestato e condotto sotto buona scorta nella prigione di Villejo. Due
    amici  di  Jean  testimoniarono,  sotto  giuramento,   d'averlo  visto
    commettere il crimine.
    Fu  un colpo terribile per Esther,  perché sapeva che il suo fidanzato
    era innocente.  Quel miserabile di Jean accorse,  con le lacrime  agli
    occhi, per consolare la vedova e sua figlia. Ma, malgrado le sue false
    premure, Esther capì molto presto che era lui il vero assassino di suo
    padre.  Cominciò così a cercarne le prove;  ma il furfante aveva preso
    così bene le sue precauzioni che la poverina non riuscì a trovare né i
    suoi  vestiti  insanguinati,  né  gli  oggetti  rubati  a  suo  padre.
    Nonostante gli sforzi di Esther, Maurice fu quindi condannato a essere
    impiccato quindici giorni dopo la sentenza, nello stesso posto dove il
    guardaboschi era stato assassinato.  Per quindici giorni Esther andò a
    bussare a tutte le porte ma le sue ricerche non  ebbero  alcun  esito.
    Infine,  la sera prima dell'esecuzione,  avendo perduto ogni speranza,
    la giovane si addentrò nel profondo della foresta, senza pensare a ciò
    che stava facendo.
    Errò a lungo nei dintorni di Villejo,  poi arrivò in una zona dove  il
    bosco  era  particolarmente  fitto,  vicino  alla  Marmande,  dove gli
    eremiti avevano le loro celle,  e qui  rimase  a  lungo,  annichilita,
    chiedendo soltanto di morire. Al colmo della disperazione, si sorprese
    a dire: "Satana, Satana, vieni in mio soccorso!". Un istante dopo, una
    voce le rispose: "Cosa vuoi da me?".
    Incredula, Esther alzò la testa e vide davanti a sé Satana in persona,
    identico  a quello che aveva visto dipinto nella cappella di Villelume
    a Chateloy,  con il fuoco che gli usciva dalla  bocca,  dalle  narici,
    dagli occhi. Il diavolo viene sempre quando lo si chiama, e gli capita
    anche di arrivare quando non è stato invocato;  ma non sempre è facile
    riconoscerlo.  Si dice che talvolta si presenti sotto le sembianze  di
    un sant'uomo,  di un buon parlatore,  o di una bella donna;  è proprio
    allora che è più pericoloso.  Tuttavia,  questa volta,  il diavolo non
    era  affatto  bello.  Altri,  anche  più  audaci di Esther,  sarebbero
    senz'altro fuggiti a gambe levate. Ma la bella del bosco,  che non era
    affatto  timorosa,  non batté ciglio e pregò Satana di dirle se poteva
    aiutarla a salvare il suo promesso. Il diavolo, tutto contento che una
    preda  sulla  quale  non  avrebbe  mai   contato   gli   si   offrisse
    spontaneamente,  rispose:  "Se acconsenti ad appartenermi da qui a sei
    mesi e mi prometti di  tornare  qui  nel  giorno  stabilito,  ti  dirò
    immediatamente  come  si  sono  svolte  le  cose  e  ti  darò la prova
    inconfutabile della colpevolezza di Jean".
    La giovane accettò il patto su due  piedi,  senza  nemmeno  riflettere
    sulle   conseguenze.   Satana   le   fornì  immediatamente  una  prova
    inconfutabile: il coltello stesso, con le iniziali di Jean,  macchiato
    del sangue della vittima, che il miserabile aveva gettato in una siepe
    e del quale il diavolo si era impadronito.
    Esther  attraversò rovi,  cespugli,  macchie e sterpi,  e,  correndo a
    perdifiato,  arrivò sul luogo dell'esecuzione proprio nel  momento  in
    cui il boia passava la corda intorno al collo della vittima. Dopo aver
    raccomandato  l'anima  a  Dio,  Maurice stava rivolgendo il suo ultimo
    pensiero all'amata quand'ecco risuonare un grido: "Fermatevi!  In nome
    del cielo, fermatevi! E' innocente, e io ve ne porto la prova".
    Il  condannato  a  morte fu allora fatto scendere dalla forca;  mentre
    Maurice si riprendeva,  Esther raccontò dettagliatamente all'ufficiale
    tutta  la  storia,  e  mostrò l'arma del delitto.  Jean fu arrestato e
    processato immediatamente, e,  confessato il crimine,  venne impiccato
    nel luogo stesso in cui aveva commesso il suo delitto. Immaginatevi la
    gioia  di Maurice e la sua riconoscenza verso la fidanzata che l'aveva
    salvato.  Ma quale fu il suo dolore quando Esther gli  disse  che  non
    poteva  sposarlo!  Vedendo che l'infelicità della giovane aumentava di
    giorno  in  giorno,   le  dedicò  tutte  le  sue  attenzioni  e  cercò
    insistentemente  di  scoprire il suo segreto,  ma inutilmente.  I mesi
    passavano ed Esther diventava sempre più triste.  Infine,  una  notte,
    scomparve.  Si recò nel luogo del giuramento e vi trovò il diavolo che
    la trasformò in una mula.

    Maurice si mise allora alla ricerca della sua amata. Forse, si diceva,
    le  terribili  prove  che  aveva  dovuto  affrontare  l'avevano  fatta
    impazzire.  Il  bosco  risuonava  dei  suoi richiami;  esplorò tutti i
    luoghi più reconditi della foresta, sondò gli stagni, gli acquitrini e
    le paludi.  Ma non  trovò  nemmeno  una  traccia.  La  sera  ascoltava
    attentamente  i  misteriosi  richiami che provenivano dal profondo del
    bosco. Talvolta era l'eco che rispondeva ai suoi lamenti, talvolta era
    il grido dei gufi,  o il bramito di  un  cervo  nella  stagione  degli
    amori,  o  il  grugnito  di  piacere  di  un  branco  di cinghiali che
    grufolava vicino al suo covo.  Una notte gli parve di  riconoscere  la
    dolce voce di Esther,  e si fermò,  con il cuore in gola,  ai bordi di
    una radura: ma era solo una lupa che giocava con  i  suoi  piccoli  al
    chiaro  di  luna.  L'immaginazione  di  Maurice  galoppava ormai senza
    sosta.  Sempre più spesso gli capitava di vedere cacce  all'asino  nel
    cielo,  folletti danzare sugli stagni,  e streghe dell'inferno fare il
    loro sabba.
    Un giorno capì che non aveva  più  senso  continuare  in  quella  vana
    ricerca  e  decise  di  dedicare tutte le sue attenzioni alla madre di
    Esther che era diventata la sua seconda mamma,  poiché egli era orfano
    ormai  da  molto tempo.  La vita riprese allora il suo corso abituale,
    come la superficie dell'acqua che si richiude dopo aver inghiottito la
    pietra,  dopo che le ultime onde si sono consumate a riva.  Ma la pena
    d'amore continuava a tormentare il suo cuore.

    Tre  mesi dopo la scomparsa della ragazza,  arrivò a Villemart un uomo
    grande e grosso,  con la pelle scura e l'aspetto selvaggio,  a cavallo
    di  una  mula superbamente bardata.  Per far mettere un ferro alla sua
    mula,  questo strano personaggio non  si  recò,  come  si  suole,  dal
    maniscalco,  ma  dall'orefice.  Quando  l'artigiano gli fece osservare
    questa bizzarria, lo straniero,  visibilmente contrariato,  rispose in
    tono  secco:  "Guardate  prima le zampe della mia mula,  poi ditemi se
    potete ferrarla, e quanto tempo vi occorre per fare questo lavoro".
    L'orafo diede un'occhiata alle zampe della mula e vide con stupore che
    era ferrata con dell'oro. Accettò il lavoro,  e dichiarò semplicemente
    che  gli  occorrevano  un paio d'ore per preparare un ferro e posarlo.
    "Va bene," disse lo sconosciuto, "due ore, ma non un minuto di più." E
    se ne andò.
    L'orefice corse subito dal  maniscalco  Suceverre,  scaltro,  ma  gran
    bevitore.  Il padrone si trovava alla locanda, come suo solito. Il suo
    giovane  apprendista,  soprannominato  "La  Fouine",   la  Faina,   si
    precipitò  a  cercarlo  e riuscì a ricondurlo alla bottega.  Si misero
    subito al lavoro e il ferro d'oro fu presto  terminato.  Ferrarono  la
    mula:  "La  Fouine"  teneva la bestia,  il maniscalco posava il ferro.
    Improvvisamente  la  mula  emise  un  lamento  perché  il  chiodo  era
    affondato nella carne. Il maniscalco si fermò sorpreso, ma credendo di
    essersi  sbagliato,  diede un altro colpo di martello.  Allora la mula
    pronunciò distintamente queste parole: "Oh, amici miei, quanto male mi
    fate!".  Gli uomini si affrettarono allora a togliere il chiodo  e  le
    chiesero chi mai fosse. "Sono un'infelice fanciulla" rispose "che si è
    venduta  al  diavolo  per salvare il suo fidanzato innocente e per far
    punire uno scellerato."
    L'apprendista e il suo padrone proposero di saltare addosso al diavolo
    non appena fosse tornato, ma la mula li supplicò di non fare nulla,  e
    di affrettarsi a metterle il ferro.  L'operazione fu presto condotta a
    termine, tutti intenti al loro lavoro, né l'orefice, né l'apprendista,
    né il maniscalco si erano accorti di un grosso gatto rannicchiato  sul
    tetto  della  bottega.   Era  Satana  in  persona  che,  sotto  queste
    sembianze, aveva visto e sentito tutto.
    All'ora convenuta il viaggiatore arrivò,  e senza neanche guardare  le
    zampe della mula,  chiese all'orefice quanto gli doveva.  Questi volle
    cinquemila  libbre,   che  gli  vennero  consegnate  senza  la  minima
    obiezione. Il diavolo stava infilando il piede nella staffa quanto "La
    Fouine" lo fermò tendendogli il proprio cappello: "Il mio padrone,  il
    maniscalco,  non lavora per niente: occorre dargli cinquemila libbre".
    Quando  Satana ebbe versato la somma gli chiese altre diecimila libbre
    per il proprio lavoro. Il diavolo,  corrucciato,  mise nel cappello le
    diecimila libbre senza dire nulla, poi, saltando prontamente in sella,
    diede  un  violento colpo di speroni alla mula,  gridando: "In marcia,
    carogna".  La povera bestia scalclò per  il  dolore  e  colpì  con  lo
    zoccolo una grossa pietra così violentemente che il ferro vi lasciò la
    sua  impronta.  (Ancora oggi la si può vedere all'angolo fra la strada
    di Montaloyer e la via che porta all'affascinante  chiesa  di  Braize.
    Nel  paese  chiamano  l'impronta  il "Pas de la Mule",  il Passo della
    Mula. Ma alcuni la attribuiscono al cavallo di san Martino.)
    "La Fouine", col cappello colmo d'oro, non stava più nella pelle dalla
    gioia.  Era molto contento di aver ingannato il  Maligno;  ma  la  sua
    contentezza  si  trasformò in vero furore quando si accorse che il suo
    cappello bruciava: le monete d'oro si  erano  trasformate  in  carboni
    incandescenti.  L'apprendista gettò immediatamente a terra la brace, e
    fu da questa che il luogo prese il nome di Braize.  Poi,  furente  per
    essere stato preso in giro,  decise di vendicarsi.  Corse subito nella
    bottega del padrone e cercò un amo ricurvo e un bastone di agrifoglio,
    provvisto, a una estremità, di punte di ferro acuminate.
    Proprio in quel momento passò da  quelle  parti  Maurice.  Quando  gli
    raccontarono  l'accaduto,  il  giovane  capì  subito  che  la mula era
    proprio Esther e,  insieme a "La Fouine",  si mise a seguire  le  orme
    dell'animale.  I  segni  però erano confusi e presto finirono.  Quando
    ormai disperavano di poter raggiungere il diavolo,  videro  la  povera
    mula legata alla porta di una taverna che portava l'insegna "Aux chats
    mignons" (oggi è la locanda dei "Chamignoux").
    Mentre  l'apprendista  maniscalco  conficcava  nella  sella della mula
    l'amo ricurvo,  Maurice entrò nella taverna e trovò il diavolo intento
    a  traviare  alcuni abitanti del paese che ascoltavano le sue proposte
    con compiacenza,  bevendo con lui.  "Perché"  diceva  a  uno  di  loro
    "lavori per il tuo padrone?  Che diritto ha di darti degli ordini?  E'
    un uomo come te." E a un altro: "Il tuo vicino devia l'acqua  dal  tuo
    campo,  caccia  nelle tue terre".  E a un terzo: "La moglie di Toine è
    carina e ben fatta...".  Ai più raffinati prometteva  degli  onori;  a
    tutti,  beni, terre e vendette: conosceva il punto debole di ciascuno.
    Per irritare  il  suo  nemico,  Maurice  cominciò  a  contraddirlo,  a
    trattarlo  da  imbroglione,   a  mettere  in  luce  la  sua  malafede.
    Preoccupato di venir scoperto, il demonio si alzò,  pagò quanto doveva
    e  si affrettò a uscire.  Il giovane apprendista alzò allora su di lui
    il bastone munito di punte.  Per evitare il colpo,  Satana saltò sulla
    mula,  ma  si  impigliò  all'amo  e  iniziò  a  lanciare  delle  grida
    spaventose. Mentre Maurice teneva ben strette le briglie, "La Fouine",
    afferrato il diavolo per il bavero,  lo  percosse  con  tutte  le  sue
    forze.  Una  volta  smascherato  il diavolo perde tutti i suoi poteri;
    così Satana finì con l'implorare pietà,  e promise di dar  loro  tutto
    ciò  che  volevano.  Restituì all'apprendista il cappello pieno d'oro,
    sciolse il patto con Esther e restituì a Maurice la sua bella.  Subito
    dopo  "La  Fouine"  tagliò  la cinghia,  e il diavolo fuggì nel bosco,
    trascinandosi dietro la sella e facendo  risuonare  tutta  la  foresta
    delle  sue  grida di rabbia e di dolore.  C'è chi dice che stia ancora
    correndo.
    "La Fouine" volle dare a Maurice ed Esther una parte del  suo  tesoro,
    ed  essi fecero costruire,  nel luogo in cui la giovane si era venduta
    al diavolo, un modesto oratorio: è il luogo chiamato "Laratoire",  nel
    bosco a Soulice,  dove i vecchi si recano spesso per pregare.  Maurice
    divenne guardaboschi, sposò Esther e visse felice con lei e con i loro
    bambini. Quanto a "La Fouine",  se ne ritornò con il suo oro a Braize,
    dove trascorse una vita da gran signore.

 

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