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24 - 05 - 2019

Purzinigele

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purzinigele


C'era una volta,  tanto tanto tempo fa,  un conte ricco e potente, che

    possedeva immense distese di terra e aveva tutto ciò  che  desiderava.
    Da  alcuni  mesi  condivideva  la sua ricchezza e la sua gioia con una
    donna d'animo nobile,  bella come la luce del giorno e gentile come un
    angelo.  Un  giorno però il conte si recò a caccia e si inoltrò sempre
    più nel bosco;  nel fervore della battuta si era spinto molto lontano,
    fin  dove  non  era  mai arrivato,  distanziandosi moltissimo dai suoi
    accompagnatori.  Mentre si trovava così solo in  mezzo  al  bosco  gli
    comparve davanti un piccolo gnomo,  alto solo tre piedi, con una folta
    barba che gli arrivava fino alle ginocchia. Arrabbiato fece roteare le
    sue pupille di fuoco e disse: "Che cosa fai qui? Questo è il mio regno
    e sarai punito per esservi entrato. Non uscirai vivo dal bosco, a meno
    che tu non mi conceda  tua  moglie".  A  quelle  parole  il  conte  si
    spaventò  moltissimo.  Fin  da  bambino infatti aveva udito raccontare
    ogni sorta di storie paurose sull'ometto del bosco,  sulla sua forza e
    la sua cattiveria.  Che cosa doveva fare? Era difficile da stabilire e
    il conte,  impaurito,  non seppe far altro  che  pregare  e  mostrarsi
    cortese.
    "Scusami" gli rispose "di essere entrato nel tuo regno;  non lo sapevo
    e comunque non lo faro sicuramente mai più."
    Lo gnomo selvaggio non si lasciò però placare e disse: "Come ti ho già
    detto la vicenda deve concludersi in questo modo: o te o tua moglie".
    "Dimmi pure quello che vuoi e io te lo darò" replicò il conte. "Ma non
    chiedermi questo!"
    Lo gnomo sembrò riflettere e  disse:  "Se  deve  essere  così,  voglio
    mettere il vostro destino nelle mani di tua moglie.  Vi lascio un mese
    di tempo: se in questo periodo lei riuscirà, avendo tre possibilità, a
    indovinare il mio nome, sarà libera, in caso contrario diventerà mia".
    Il conte tirò un sospiro di sollievo,  ma il suo cuore rimase comunque
    oppresso  dalla  preoccupazione.  L'ometto  del bosco lo accompagnò in
    silenzio fino a un abete bianco vecchissimo;  qui giunto  si  fermò  e
    disse: "Questo è il confine del mio regno; presso questo albero, che è
    nove  volte  più  vecchio degli altri,  aspetterò tua moglie.  Per tre
    volte potrà venire a indovinare e ogni volta avrà  tre  possibilità  a
    disposizione!  Se non mantieni la tua parola non la passerete liscia".
    Ciò detto scomparve nel bosco.  Il conte si incamminò lentamente verso
    casa,  con  il  cuore oppresso,  e più si avvicinava al castello,  più
    aumentava la sua tristezza. Quando fu al portone, la contessa,  che lo
    aveva  visto  giungere dalla finestra,  gli corse incontro,  felice di
    rivedere il suo sposo.  Immediatamente però si accorse del suo aspetto
    corrucciato,  si  rattristò  e gli chiese che cosa lo preoccupava e il
    conte le raccontò tutto.
    Udita la storia la contessa divenne pallida come un cadavere e le  sue
    guance, belle e fini, si riempirono di lacrime. La gioia e la serenità
    se ne andarono dal castello e la vita proseguì silenziosa e triste. La
    contessa  sedeva in veranda pensando a quanto fosse stata breve la sua
    felicità;  oppure pregava piangendo nella cappella  del  castello.  Il
    conte  non  andava  più né a caccia né ai tornei,  ma rimaneva per ore
    sulla vecchia poltrona sulla quale si erano seduti prima di lui i suoi
    antenati, con il capo appoggiato alla mano, senza sapere nemmeno lui a
    cosa pensare.
    Passarono i giorni e le settimane;  a tre  giorni  dallo  scadere  del
    mese,  il conte e la contessa si inoltrarono nel bosco e quando furono
    nei pressi dell'abete bianco il conte si fermò e lasciò andare  avanti
    la  moglie.  Il  bosco  era  allegro,  gli  uccellini  cantavano,  gli
    scoiattoli saltavano,  si fermavano e raccoglievano le pigne e le rose
    di  bosco  fiorivano  bianche  e  rosse;  solo la contessa era triste.
    All'abete c'era già lo gnomo  che  l'aspettava,  vestito  di  verde  e
    rosso.  Fu  molto  felice quando vide la contessa,  perché gli piacque
    molto.
    "Ora indovina il mio nome contessa!" disse in fretta,  tradendo la sua
    impazienza.
     La contessa allora,  pensando che potesse avere il nome di un albero,
    disse: "Abete bianco, Abete rosso, Pino". Lo gnomo,  appena ebbe udito
    i  tre  nomi,  si mise a ridere così forte che le sue risa risuonarono
    per tutto il bosco.
    "Non l'hai indovinato" disse contento.  "Attenta perché se domani  non
    ti va meglio di oggi, rischi di diventare mia moglie!"
    La contessa abbassò gli occhi, raggiunse il marito e insieme tornarono
    al castello più infelici che mai.  Quella notte nessuno dei due riuscì
    a prendere sonno.
    Il mattino seguente,  al canto delle prime allodole,  conte e contessa
    andarono  nella  cappella  del castello a pregare prima di tornare nel
    bosco. Anche questa volta il marito si fermò prima e lasciò proseguire
    la contessa da sola. L'animazione del bosco, gli uccellini,  i fiori e
    gli scoiattoli rendevano ancora più marcato il contrasto con l'estrema
    desolazione   della   contessa,   che   con   le  lacrime  agli  occhi
    s'incamminava verso l'abete bianco. Lo gnomo,  vestito di blu e rosso,
    appena la scorse fu pazzo di gioia, perché gli piaceva molto.
    "Prova  dunque  a  indovinare  il  mio  nome  signora contessa!" disse
    veloce, ridacchiando.
    Allora la contessa,  pensando che potesse avere il nome di un cereale,
    disse: "Avena, Grano, Mais".
    Il piccolo nano scoppiò nuovamente in una fragorosa risata: "Non l'hai
    indovinato!  Domani  ti deve andare meglio altrimenti mi apparterrai e
    io potrò celebrare subito il matrimonio".
    Sempre più affranti dal dolore il  conte  e  la  moglie  tornarono  al
    castello; ma nemmeno quella notte riuscirono a chiudere occhio.
    Quando  spuntò  la  prima  luce  del giorno si recarono di nuovo nella
    cappella, pregarono ferventemente e poi andarono nel bosco.  Era molto
    presto e gli uccellini stavano ancora dormendo nei loro nidi.  Solo il
    ruscelletto scorreva gorgogliando  e  il  vento  del  mattino  muoveva
    leggermente  le  fronde  degli  alberi;  per  il resto il silenzio era
    completo.  Poco prima di arrivare all'abete bianco il conte  baciò  la
    sua  bella  moglie  e  una  lacrima gli cadde sulla barba,  perché non
    sapeva se l'avrebbe più rivista.  La contessa era però più calma e  il
    cuore  non  le  batteva forte come le altre volte.  Prese commiato dal
    marito e si diresse verso l'abete.  Poiché  il  nano  non  era  ancora
    arrivato,  si inoltrò nel bosco, imboccò un sentiero, fiancheggiato da
    cespugli di rose selvatiche e giunse in una graziosa valle,  al centro
    della quale si trovava una linda casetta,  con piccole finestrelle che
    luccicavano allegre nel chiarore mattutino.  Dal piccolo camino usciva
    del fumo bluastro e dall'interno risuonava una canzoncina.
    La  contessa  dimenticò  il  suo dolore e in punta di piedi si diresse
    verso la finestrella,  per vedere se anche all'interno era tutto  così
    bello.  Vide  una  cucina  molto  carina,  dove  pentolini e padelline
    ribollivano e gorgogliavano.  Vicino al focolare  c'era  l'ometto  del
    bosco, che mescolava un po' qua un po' là, cantando e ridendo:

    Bolli mia pentolina,
    gorgoglia mia erbettina
    non sa la contessina
    che di Purzinigele è
    la casina avanti a te.

    La  contessa  aveva  udito  abbastanza.  Piano  piano,  con  la stessa
    circospezione con cui si era avvicinata  alla  casa,  si  allontanò  e
    tornò  in  fretta  all'abete  bianco,  raggiante per la felicità.  Non
    dovette attendere molto;  il nanetto arrivò poco dopo,  vestito meglio
    del  solito,  con un abito rosso a strisce dorate che brillava come la
    luce dell'alba.
    "Oggi  proverai  per  l'ultima  volta"  disse  il  piccolo  nano  alla
    contessa, e la guardò come se volesse dirle: "Uccellino, non mi scappi
    più".
    La  contessa  pronunciò  il primo nome guardando attentamente il nano:
    "Pur".
    "Sbagliato" disse l'omino. "Ora hai solo altre due possibilità."
    "Ziege" disse la contessa.
    Allora lo gnomo divenne rosso in viso e sembrò preoccuparsi,  ma disse
    ancora: "Su, veloce, hai un'ultima possibilità".
    "Purzinigele!" gridò la contessa piena di gioia. Appena il nano udì il
    suo  nome  fece  roteare arrabbiato i suoi occhi infuocati,  sollevò i
    pugni in aria e sparì, brontolando, nel bosco. La contessa,  liberata,
    si  affrettò  a  raggiungere  il luogo dove la attendeva impaziente il
    marito.  Fu  una  gioia  immensa  quando  i  due  si  riabbracciarono.
    Ritornarono  al  castello,  vissero insieme per molti e molti anni,  e
    furono la coppia più felice del mondo.
    Che fine fece Purzinigele?  Era così arrabbiato che se ne andò da quel
    bosco e nessuno lo vide mai più.

 

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