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23 - 02 - 2019

Re Artù

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Subito dopo la fine della dominazione romana in Britannia (410 d.C.).
Rintracciare tracce della sua esistenza è un impegno che appassiona gli studiosi da secoli.
Non sono però mai stati trovati scritti o iscrizioni contemporanee di Arù.
La più antica citazione del suo nome la si trova nella Historia Brittonum, redatta da un monaco di nome Nennio verso la fine dell’ottavo secolo, un riassunto conciso e lacunoso di 120 anni di storia britannica, dal 428 al 547 d.C.
Nennio, che in realtà non cita Artù, racconta le gesta di un soldato con quel nome, ricordandolo come un comandante militare impegnato a difendere i domini del re dei Britanni dagli invasori sassoni, che avrebbe sconfitto in ben dodici battaglie consecutive.
Racconti e leggende su un simile personaggio circolavano anche oltremare.
Di Artù si narrava in Irlanda, in Normandia, dove il suo nome comparve nel 1050 circa, e addirittura in Italia.
Esiste infatti un bassorilievo sulla Porta della Pescheria del Duomo di Modena, datato tra il 1099 e il 1120, raffigurante il re e i suoi cavalieri che salvano Ginevra da alcuni malfattori.
Si tratta della prima rappresentazione artistica esistente di Artù.
Fu solo nel 1136, con l’Historia Regum Britannie del monato gallese Goffredo di Monmouth, che la figura di Artù e della del mago Merlino furono delineate meglio.
Anche nel lavoro di Goffredo risulta impossibile districare i fatti dalla fantasia.
Nel 1485, infine, la storia di Artù prese la sua forma definitiva.
In quell’anno, Sir Thomas Malory, un cavaliere inglese del quindicesimo secolo, pubblicò “la morte di Artù”, racconto in cui fanno la loro comparsa Lancillotto, la Tavola Rotonda, Camelot e il Graal.
La ricerca di tracce e indizi non solo letterari ma oggettivi è più difficile: un esempio è appunto la famosa Tavola rotonda; per secoli molti hanno creduto che fosse quella conservata nel castello di Winchester, nello Hampshire.
In realtà fu costruita, forse, per Enrico Terzo (1216 – 1272) nel tentativo simbolico di ravvivare lo spirito cavalleresco dell’epopea arturiana.
Tuttavia, fu ridipinta nella sua forma attuale, con il cerchio diviso in 25 picchi, uno per il re e 24 per i cavalieri e con una rosa, simbolo dei Tudor, nel mezzo, per Enrico Ottavo (1491 – 1547).
Nel 1976 la tavola fu smontata dal suo supporto che la reggeva e su di essa fu effettuata una datazione con il metodo del carbonio 14: il risultato confermò che proveniva da alberi tagliati nel secolo tredicesimo.
Nell’estate del 1998, però, è emerso per la prima volta un reperto che potrebbe rivelarsi la traccia decisiva per confermare la reale esistenza di Re Artù.
Si tratta di una lastra di ardesia, di 20 x 25 cm, risalente al sesto secolo e rinvenuta nei pressi di Tintagel, in Cornovaglia.
Su di essa è inciso, in latino volgare, Pater Coliavificit Argognov che, secondo il linguista Charles Thomas significa: <<Artognov (che si legge Artù), padre di un discendente di Coll, ha fatto costruire questo (luogo)>>.
Se si considera che Tintagel, secondo la leggenda, era il luogo di nascita di Artù, la suggestione si fa forte.
<<Nonostante, però, l’ovvia tentazione di legare la pietra di Artnù alla figura storica o leggendaria di Artù, bisogna ricordare che non ci sono prove per arrivare a una simile conclusione.
L’iscrizione comunque, dimostra per la prima volta che quel nome esisteva a quell’epoca e che la pietra apparteneva a una persona di alto livello>> dice l’archeologo Geoffrey Wainwright, direttore dell’English Heritage.

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